domenica 27 maggio 2018

Ritorno a Vermicino




Torno a Vermicino, dopo tanto tempo.
Le roselline fioriscono ancora alla grotta della Madonna di Lourdes.
La chiesa risuona ancora del canto della preghiera.
Si cena e si continua a far festa sul prato.



Quanti sono passati per questa casa!

ora sparsi nel mondo,
missionari.

Il futuro?

È nelle mani di Dio: in buone mani.


sabato 26 maggio 2018

Nell’unità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo


«Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato». (Mt 28, 16-20)

Eccoci anche noi all’appuntamento che Gesù ha dato ai suoi discepoli in Galilea, sul monte. Su quale monte? Quello alto e solitario in mezzo alla pianura sul quale si era trasfigurato? Oppure la dolce collina sul lago dove promulgò le beatitudini e la legge nuo­va?
C’è tutta la Chiesa, di tutti i tempi, lì radunata, per incontrarsi ancora con il Signore risorto e cogliere dalla sua bocca l’ultimo mandato.
Una Chiesa che sembra assalita dal dubbio, provata nella fede, in ricerca, ma che non manca mai all’appuntamento, perché vuole vedere, toccare, ascoltare la voce del suo Signore.

Gesù ci convoca per ricordarci che, anche dopo la sua partenza, dovremo rimanere sempre discepoli e sempre ascoltare e mettere in pratica le sue parole.
Discepoli quelli di allora, discepoli noi oggi, chiamati a fare discepoli tutti quelli ai quali la Chiesa è inviata. Poiché l’unico Signore abbraccia cielo e terra, a lui sono chiamati tutti i popoli. Universale il suo amore, universale la missione della Chiesa che a tutti deve annunciarlo, parlando di Lui.

Ha anche indicato come attuare il suo progetto: battezzare e insegnare.
L’ordine indicato non corrisponde alla nostra metodologia: prima si insegna, poi si battezza. Si è confuso Gesù o l’evangelista ha invertito i termini?
Forse è proprio la sequenza giusta…
Essere discepoli non è soltanto apprendere una dottrina. È molto di più: è entrare in comunione con Gesù, aderire a lui, seguirlo, vivere la sua vita, che è unità con il Padre e lo Spirito.
È incontrare Gesù e, in lui, incontrare il Padre suo, che dona a noi come Padre nostro, lo Spirito suo, che infonde in noi come nostro Spirito.
È scoprire e lasciarsi avvolgere e trasformare dall’amore del Padre e dalla sua bontà, dalla bellezza del Figlio – splendore del Padre –, dalla verità luminosa dello Spirito, che include nella comunione con i Tre.

Questo è l’essere cristiani: coinvolti nel rapporto d’unità che lega l’unico Dio in Tre Persone. Sperimentare d’essere anche noi, per il Dio Uni-Trino e in Dio Uni-Trino, i molti – tutti i popoli; molti eppure un cuore solo e un’anima sola, un solo corpo, una sola famiglia, come Dio è Uno.

Battezzare nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo non sarà dunque immergere nella vita d’amore e d’unità che Gesù dal cielo hai portato sulla terra?
Battezzare significa far sperimentare la fraternità che scaturisce dalla comunione trinitaria condivisa tra noi, fatta vita nella comunità cristiana.
Prima “battezzare”, e dunque far vivere; poi, a partire dall’esperienza, insegnare ciò che Gesù ha comandato.
Ripeteremo allora le sue parole, proclamate proprio sul monte delle beatitudini, sintetizzate nell’unico comando d’amare Dio con tutto il cuore, la mente, le forze e d’amare il prossimo come se stessi.
Ripeteremo il comando nuovo d’amarci gli uni gli altri. Vivendo così vivremo uniti tra noi, umanità nuova, nell’unità del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo.


venerdì 25 maggio 2018

Paradiso ’49: Quel Verme della terra



Dopo aver imbucato la lettera scritta il giorno precedente a Igino Giordani, Chiara si incammina con le amiche su per la collina verso la chiesetta di san Vittore, che da sei secoli domina, solitaria, la vallata di Primiero. È mercoledì 20 luglio 1949. Arcangela, la custode del cimitero attiguo alla chiesa, scende vestita di nero come al solito, e saluta con un breve cenno della testa quelle ragazze che col loro sorriso fanno ancora più bella l’estate. Sedute in cerchio sul prato antistante la chiesa, le giovani abbracciano con lo sguardo le montagne d’intorno, i paesi giù in piano, la natura incantata. Ai piedi di Chiara, tra l’erba e i fiori, appare un piccolo verme, umile creatura in quell’oceano di luce e bellezza. Forse è uscito da una delle tombe che attorniano la chiesa. Per chi ha il cuore puro tutto parla, anche un verme, e Chiara pensa allo Sposo suo. Lo confida alle compagne sedute attorno a lei: «Gesù Abbandonato è il verme della terra e si è fatto così affinché, quando la nostra anima sarà in Cielo e la nostra carne sarà tutta un verme, questa canti all’Amore Abbandonato che è così simile a lei, Sposo suo. Così tutto il creato e anche gli esseri più spregevoli cantano all’Amore».

Per lei Gesù è Gesù Abbandonato e ormai lo vede ovunque, in tutti. Dio è Amore e amore è suo Figlio fattosi uomo. Sulla croce, in quel grido di dolore che fa propri tutti i dolori dell’umanità e del creato, si è manifestato l’amore più grande: Gesù, l’amore, è Gesù Abbandonato, l’amore più grande, quello che giunge a dare la vita e la sua unità col Padre.
Nel marzo dell’anno successivo, Chiara ha ancora davanti quel piccolo verme, che le ricorda la profezia di Isaia, dove si parla del Servo del Signore il quale «non ha apparenza né bellezza per attirare i nostri sguardi» (53, 2), e più ancora le ricorda il Salmo 22, 7: «Ma io sono un verme e non un uomo». Pensando a questo scrive: «Attorno a noi tutto è Gesù Abbandonato. Tutto è dunque amabile perché sotto tutto e tutti vediamo lo Sposo dell’anima nostra… Egli, Verme della terra, Bruttezza, impasto di sangue e di lacrime, di dolore, è Dio. Tutto divinizzò: a tutto diede l’Essere».

Ma torniamo all’estate del 1949. Per due giorni – 21 e 22 luglio – Chiara non scrive niente, non ne ha la possibilità tanta è la luce che la invade. Finalmente il 23 luglio, come se si rompesse finalmente una diga, l’esperienza accumulata si riversa con foga sui fogli, in pagine e pagine. Il testo più lungo di quegli anni. Vuole donare a Igino Giordani quanto ha compreso della dinamica, dei giochi di forza, delle relazioni che costituiscono il Paradiso: tutto è amore, tutto è unità e armonia.

Dal Padre escono come dei raggi divergenti, che arrivano a tutta la creazione e le danno unità: sotto ogni cosa si può cogliere la presenza di Dio. Le Idee delle cose create sono nel Verbo e il Padre le proietta fuori di Sé, dando l’Ordine che è Vita e Amore e Verità. Tutto è stato pensato nel Verbo e tutto è stato creato in lui. Nel Verbo fatto uomo in Gesù, il Padre raggiunge ogni creatura. Tutto è unito nella sua origine.
Alla fine dei tempi Gesù riporterà tutto in sé stesso, nel Verbo, e quindi nel seno del Padre, da cui tutto è partito: «Da divergenti [i raggi] diventeranno convergenti, e il loro incontro formerà il Paradiso, fatto tutto di sostanza d’amore, […] nella sua veste fiorita e stellata e variopinta con i mari, con i monti, con i laghi, con le stelle, col sole, con la luna, con i viali». Le idee e i raggi, da divergenti si faranno convergenti, e tutto sarà divinizzato. È l’unità nella sua destinazione finale.

In questa grande armonia e unità c’è posto per l’inferno? Nella visione di Chiara l’inferno, che rimane all’esterno del Paradiso, appare in tutta la sua durezza: la materia ormai informe chiamerà disperatamente la sua forma, che è l’amore, ma non potrà possederla. «Il dannato porterà laggiù l’anima sua immortale e coscientemente sentirà di aver dovuto fare una cosa sola: amare e non potrà più amare». Non vi sarà infatti unità tra freddo e fuoco, tra moto e quiete, tra unità e molteplicità perché «due cose all’inferno non potranno amarsi»: sarà tutto senza vita, senza ordine, senza amore.
Allora nell’al di là vi sarà dualità tra paradiso e inferno? No. Torna l’immagine di quel piccolo verme, di Gesù che si è fatto peccato, inferno, per tutto divinizzare. È lui, solo lui, Gesù Abbandonato che tutto riempie col suo amore e tutto porta all’unità. Quindi l’inferno c’è, ma per chi vi è dentro. Chi guarda dal Paradiso, invece, vedrà ovunque soltanto lui e godrà del suo infinito amore.


Gustare il Paradiso ’49

«Veramente Gesù Abbandonato s’è fatto brutto per tutto abbellire, peccato per toglierlo dalla terra e far di tutto: Dio; dolore per togliere il male dal mondo e ridurre il dolore ad amore».

Il complesso musicale “Gen Rosso”, parafrasando altre parole di Chiara, ha così commentato questo testo in una delle sue famose canzoni: «Perché avessimo la luce / Ti facesti buio. / Perché avessimo la vita / Tu provasti la morte. / Ci basta, Signore, / vederci simili a Te / e offrire col tuo / il nostro dolore. Sei Dio, / sei il mio Dio, / il nostro Dio / d’amore infinito».


giovedì 24 maggio 2018

Ex libris Eugenio de Mazenod




L’ex libris è un contrassegno posto nella parte interna della di copertina a indicare che quel libro fa parte di una collezione privata.
Nella biblioteca di Santa Maria a Vico ho visto uno di questi ex libris di sant’Eugenio de Mazenod. Non è un timbro come in genere si usa. È semplicemente una scritta apposta dallo stesso sant’Eugenio che dice: Ex libris Eug. de Mazenod.
È apposto ad un libro che doveva essergli particolarmente caro, una biografia del beato Alfonso de Liguori, pubblicata a Napoli nel 1817.
Il padre di sant’Eugenio rientrando in Francia nel 1818, portò con sé, come gli aveva chiesto il figlio, una copia della biografia, scritta da A. Gattini, postulatore della causa e pubblicata a Roma nel 1816. Quella copia gli servì poi per la traduzione in francese che fece su richiesta del figlio.
Sant’Eugenio si procurò un’altra copia, edita a Napoli l’anno successivo, 1817, quella che oggi si trova a Santa Maria a Vico, arrivata lì passando forse da Diano Marina, dove trovarono rifugio gli Oblati espulsi dalla Francia che evidentemente si erano portati dietro parte della biblioteca.

Sant’Alfonso è stato uno dei santi che maggiormente hanno ispirato sant’Eugenio nella visione della morale, nella fondazione, nella stesura delle Regole. Ne aveva conosciuto gli scritti già nel periodo di Venezia.

Il 1° maggio 1816, poco mesi dopo la fondazione dei Missionari di Provenza, scrive al Palermo al padre: «Vi prego di vedere i Missionari del Santo Redentore e chiedere loro di trasmettervi le loro costituzioni e le loro regole, l'ufficio del loro santo Fondatore, la sua vita e un pacco delle sue reliquie, se possibile, o almeno un'incisione abbastanza grande da essere collocata nella nostra sala di comunità fino a quando non potremo collocarla nella nostra chiesa. Ho studiato a fondo le sue opere e l’abbiamo preso come uno dei nostri patroni: vogliamo camminare sulle sue orme e imitarne le virtù… Chiedete, mandami tanti dettagli su questi buoni padri che sono i suoi discepoli ed esortateli a pregare il Buon Dio per noi che ne abbiamo bisogno per sostenerci in mezzo ai sofferenze e agli ostacoli che incontriamo… Ho una parte dei suoi scritti, tra cui la sua Teologia Morale, che amo molto e di cui, quando avevo tempo di studiare, ho fatto uno studio particolare…»


mercoledì 23 maggio 2018

Apa Pafnunzio: Mi ami tu?



“Mi ami tu?”.
Io?, rispose apa Pafnunzio.
Non era rivolta a Pietro la domanda, era rivolta a lui.
Si sentì venire meno.
Perché il Maestro glielo chiedeva? Perché non si fidava più di lui? e a ragione. L’aveva rinnegato. Era spergiuro come Pietro.
Lo sai che non ti amo, avrebbe voluto rispondergli. Lo sai che ho tradito la tua fiducia. Sono venuto meno ai miei impegni, alle mie promesse. Se lo sai perché me lo chiedi?
Stava per rispondergli che no, che non l’aveva amato, che non gli era stato fedele.

Quando per la terza volta Gesù gli chiese se lo amava, apa Panunzio comprese finalmente la domanda.
Non gli stava chiedendo se lo aveva amato. Gli stava semplicemente chiedendo se in quel momento lo amava.
Perché guardare al passato se Gesù l’aveva dimenticato e lo stava interrogando sull’adesso? Perché guardare se stesso, mentre aveva dinnanzi il Maestro?
Levò gli occhi e lo guardò. Era il Signore risorto, con ancora i segni della Passione, i segni del suo amore sconfinato.
Lo guardava e d’una cosa era certo, che il Maestro l’amava. Avrebbe voluto essere lui a chiederli: Gesù, mi ami? Non ce n’era bisogno, lo sapeva che Gesù l’amava.
Fu la consapevolezza di quell’amore a fargli dire:
“Tu sai tutto. Tu lo sai che ti amo”.
Non aveva bisogno d’aggiungere “adesso” ti amo. Quand’è l’amore se non ora?
“Tu sai tutto. Tu lo sai che ti amo”.



martedì 22 maggio 2018

Una festa per tre


  
Dopo aver festeggiato una duplice festa a Roma, ieri sera ho festeggiato una triplice festa a Santa Maria Capua Vetere.
La duplice Festa della Madre di Dio e di sant’Eugenio è ben raffigurata in una delle vetrate della chiesa degli Oblati a Santa Maria Capua Vetere. I due sono uno di fronte all’altro che si guardano e si dicono il reciproco amore.




La terza festa è stata quella di Giovanna, che ha rinnovato la sua oblazione, dalla prima di 50 anni fa.
Allora fu un segreto fra lei e Dio. Non disse niente neppure alla mamma, che le chiese dove andava tutta vestita a festa. Allora fra le COMI – e non solo – allora si usava così. La verità venne a galla quando la mamma, che le chiedeva quando si sarebbe decisa a sposarsi, Giovanna rispose che lo era già!
Come sono belle le storie di Dio, quella di Maria, una donna sperduta in un paese sperduto, quella di Eugenio sballottato da una parte all’altra del mondo, quella di Giovanna ragazzina di paese…
Abbiamo messo insieme queste tre meravigliose storie in un’unica semplice meravigliosa festa.


lunedì 21 maggio 2018

Il Vangelo per il nostro tempo


Nel nostro giardino
Il Vangelo di Giovanni si chiude con l’affermazione: “Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù, che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere”.
Particolarmente bello il commendo che ne fa de Caussade, scrittore di teologia spirituale del 1700:

«Lo Spirito Santo non scrive più vangeli se non nei cuori; tutte le azioni, tutte le esperienze dei santi sono il vangelo dello Spirito Santo. Le anime sante sono la carta, le loro sofferenze e le loro azioni sono l'inchiostro. Lo Spirito Santo, con la penna della sua azione, sta scrivendo dei vangeli viventi che non potranno essere letti che nel giorno della gloria quando, dopo essere usciti dalla tipografia di questa vita, saranno pubblicati.
Che bella storia! Che libro meraviglioso lo Spirito Santo scrive attualmente! Esso è in corso di stampa, anime sante, e non c'è giorno in cui non se ne compongano i caratteri, non vi si applichi l'inchiostro, non se ne stampino i fogli».

Dopo la Pentecoste la liturgia ci apre al “tempo durante l’anno”, il tempo ordinario, il nostro tempo. Dopo averci fatto leggere il Vangelo di Gesù, fino alla sua passione e risurrezione, ascensione al cielo e invio dello Spirito, ora lo Spirito Santo sta componendo la continuazione di quel Vangelo, ciò che ancora non è stato scritto: la nostra di Gesù in noi, la vita della Chiesa. Siamo chiamati ad essere un vangelo vivo.