martedì 31 maggio 2011

Viaggio in Sud Africa / 4 – L’Istituto teologico St. Joseph di Cedara

padre Paul Decock

Correva l’anno 1943. Dopo quasi 100 anni dal loro arrivo in Sud Africa, gli Oblati decisero di aprire il seminario di teologia. O meglio, vi furono costretti dalla guerra: fino ad allora mandavano gli scolastici in Lesotho, Francia, Irlanda, Sri Lanka, Roma, ma ora non potevano più mandarli all’estero. Dopo varie peregrinazioni, nel 1953 lo scolasticato trovò la sua residenza finale a Cedara, in aperta campagna, lontano dagli occhi della polizia, perché allora non potevano abitare insieme bianchi e neri.
Nel 1990 ci fu la separazione tra la comunità dello scolasticato e l’istituzione accademica. Nel 1981 vi era già stata l’affiliazione all’Università Urbaniana di Roma. Nel 2004 distacco dall’Urbaniana e inserimento nel sistema nazionale del governo sudafricano.
Il nostro Istituto fa parte di un gruppo di istituti e dell’Università di KwaZulu-Natal presenti sul territorio, di varie denominazioni e Chiesa, uniti in molti progetti di studio e pubblicazioni.
A raccontarci tutto questo, e altro, padre Paul Decock. Iniziò a insegnare all’istituto St. Joseph 42 anni va, ed è considerato la roccia che dà continuità e stabilità all’istituzione. Biblista di fama è stato, fino a poco tempo fa, presidente della società biblica sudafricana. Non è soltanto un professore, ma anche formatore e direttore spirituale. Venne da lui l’idea di distinguere la formazione degli studenti Oblati dall’insegnamento accademico. È quindi lui all’origine dell’attuale Istituto teologico, distinto appunto dallo scolasticato, permettendo così ad altri istituti religiosi di venire alla scuola di teologia degli Oblati. Quest’anno vi sono 241 studenti, di 25 differenti nazioni, 15 congregazione maschili e 13 femminili, 5 diocesi.

Il convegno dell’Associazione degli Istituti superiori degli Oblati procede a gonfie vele. Nella mattinata e nel pomeriggio ho parlato e discusso con i rettori sull’incidenza del carisma nell’identità delle nostre università e Istituti teologici. Sono istituzioni “oblate”, ossia, come dice la parola stessa, completamente al servizio della Chiesa e della società nella quali esse operano. Vivono tutte proiettate fuori, come autentico ministero oblato. Ma per essere tali devo curare la coscienza del loro essere appunto realtà oblate. Di qui la necessità di promuovere lo studio, la ricerca, le pubblicazioni sulla storia, la spiritualità, la missione degli Oblati. Questo serve a loro per assicurarne l’identità e serve agli Oblati perché chi meglio di queste istituzioni può fare questo lavoro? Fino a questo momento i nostri centri di studio hanno pensato agli altri e non a se stessi. Il tempo è venuto di studiare e salvaguardare le proprie radici. (Appunti della mia conversazione di oggi: leggi qui)

Ogni famiglia, come ogni istituzione, conserva la sua identità nella misura in cui sa raccontare la propria storia e mantenere viva la memoria del passato. Per questo oggi non posso non ricordare l’anniversario della morte del mio babbo Leonello. La sua eredità di una vita semplice, onesta, profondamente religiosa fa parte della mia vita e della vita della mia famiglia. Uno solo dei suoi pensieri:
Gesù non poté fare da solo l’opera della redenzione, ma tutta la Sua vita fu coinvolta col popolo e tutti furono protagonisti, chi in bene chi in male.
Dicendo: “Sarò con Voi fino alla fine del mondo; manderò Voi a nome mio; fate questo in memoria di me”, vuole coinvolgere anche noi nella Sua opera redentrice. Ha bisogno di Apostoli per la diffusione del Suo Regno in ogni parte del mondo; di anime che lo ascoltano, lo comprendono, lo amano, lo consolano nell’angoscia: “Restate qui e vegliate con Me”.
Allora aveva bisogno di Pietro, Giacomo e Giovanni, oggi ha bisogno di noi.
Noi siamo Pietro, Giacomo e Giovanni; se vogliamo possiamo consolare Gesù.

lunedì 30 maggio 2011

Viaggio in Sud Africa / 3 – Red Acres

I giardinieri hanno acceso il fuoco nella saletta degli incontri. Fa freddo e non c’è riscaldamento. Alle 17.30 scende la notte, alle 18.00 si cena. Niente televisione o altre distrazioni… e presto a dormire! Sul letto abbiamo una montagna di coperte e dormiamo bene, nel più profondo silenzio. Siamo a Red Acres, una vasta proprietà degli Oblati, a due passi da Cedara, sempre vicino a Pietermaritzburg, ma completamente fuori del mondo. Ieri abbiamo passeggiato nei dintorni: allevamento di cavalli, mucche al pascolo, colture di ortaggi… Nel nostro verdissimo parco, dove vengono a curiosare gli antilopi, una decina di costruzioni a pian terreno, tutte in mattoni rossi, costituiscono un centro di incontri, ritiri, convegni. Tutto è molto semplice ed essenziale. Nelle stanza il letto soltanto e quattro chiodi per appendere gli abiti. Tutto è armonioso e bello, immerso tra gli alberi e adagiato su prati ben curati. In una parola: un paradiso!
Ci sono tre donne che cucinano. Difficile parlare con loro (non conosco ancora lo zulu), ma sono così radiose e sempre contente che il cibo ha un condimento in più. Anche per strada, venendo a lavorare, portano in capo la cuffia igienica della cucina: conferisce loro uno status sociale!
Ci siamo dati convegno da ogni parte del mondo. Sono venuti i rettori o i decani o i segretari generali delle due università degli Oblati, in Canada e nelle Filippine, e degli istituti teologici oblati della Polonia, Congo, Stati Uniti e naturalmente di qui. È il quarto convegno della Associazione degli Istituti superiori degli Oblati. Sono stato invitato come esperto e principale conferenziere. 
Questa mattina ho ripercorso la storia degli studi sul carisma oblato dal 1862 ad oggi, ma prima ho ricordato perché dobbiamo studiare il nostro carisma. Non solo studiare, naturalmente, ma anche vivere. Il carisma del fondatore è infatti (quante volte in vita mia l’ho ripetuto…) una esperienza che lo Spirito gli dà di compiere e che lui trasmette a noi perché diventi la nostra stessa esperienza. Naturalmente la sua famiglia cresce e con essa cresce l’esperienza e si adatta ai tempi nuovi, ai nuovi popoli nei quali vive… Insomma un’avventura che continua da 20 anni e che speriamo continui ancora! (leggi qui)

domenica 29 maggio 2011

Viaggio in Sud Africa / 2 – Messa zulu

Messa parrocchiale nella chiesa dello scolasticato di Cedara, a due passi da Pietermaritzburg. Viene celebrata nella lingua zulu, una delle 11 lingue ufficiali del Sud Africa. Cantano che è una meraviglia, un concerto in potenti polifonie dove le voci maschili e femminili si rincorrono in perfetti accordi. Naturalmente non capisco questa lingua complessa ma sanno coinvolgermi in un intenso clima di preghiera, come soltanto gli africani sanno fare.
Penso a come sarebbe contento p Giuseppe Gerard se fosse qui. Dovette lasciare questo posto perché non si vedeva nessun risultato. Lo invitarono ad andare più avanti, oltre le montagne in cerca di gente più aperta. Fu così che divenne l’apostolo del Basutoland. Anche i fallimenti, nelle mani di Dio, sono fruttuosi. Un secolo e mezzo fa gli zulu prendevano in giro p. Gerard per le parole del Padre nostro, e oggi li sento cantare proprio il Padre nostro con passione e su una melodia da brivido.
Anche questa Chiesa sudafricana è nata dagli Oblati. Quando vennero qui nel 1852 non sapevano da che parte cominciare. Non conoscevano i luoghi la gente. Non si lasciarono scoraggiare da niente, nonostante le tre parole allora di moda: miseria, solitudine, sofferenza. Anche oggi la Chiesa sudafricana è guidata da 4 vescovi e arcivescovi oblati. L’unico santo, per adesso, rimane p. Gerard.
Se all’aeroporto c’erano soltanto bianchi, nella chiesa degli Oblati ci sono soltanto neri. Dopo la messa la gente si ferma a prendere insieme un caffè, un tè. I giovani rimangono nel parco tutta la giornata… altrimenti che domenica è? Anch’io mi fermo un po’ con loro. Il sole splende in un cielo d’un azzurro intenso, limpidissimo; sul mezzo del giorno riscalda la fredda giornata di inizio inverno. Tutto attorno una vegetazione ricca e verde; sono pochi gli alberi che hanno perso le foglie. Nel parco, al posto degli scoiattoli, le scimmie saltano da un albero all’altro e fanno festa con noi.
Nel pomeriggio inizio dei lavori…

sabato 28 maggio 2011

Viaggio in Sud Africa / 1 - Sulle montagne del Natal


Sulle montagne del Natal
Domani è la festa del beato Giuseppe Gerard. Per arrivare qui in Sud Africa impiegò più di otto mesi! La nave sulla quale si era imbarcato a Toulon, in balia dei venti, andò a finire nella baia di Rio de Janeiro. Una volta tornata verso l’Africa fece scalo all’Isola Mauritius e lì p. Gérard, che non era ancora padre, ma soltanto diacono, dovette aspettare due mesi prima di trovare una nave che andasse a Durban. Era partito il 10 maggio 1853 ed arrivò il 25 gennaio 1854. Aveva lasciato la Francia per sempre. Continuò a scrivere a casa, a raccontare della sua vita missionaria, ma non lo rividero mai più. Così erano una volta i missionari!
Io, da Zurigo a Johannesburg, ho impiegato soltanto 10 ore. Inizia così la mia avventura sudafricana. I questi anni la mia Africa è stata Congo, Camerun, Senegal. Ora eccomi all’estremo sud.
All’aeroporto sono stato sorpreso nel vedere che quasi la totalità dei passeggeri e della gente che gira sono bianchi. Ci sono più neri a Fiumicino che qui. In compenso tutti gli impiegati sono neri. Al controllo bagagli uno di loro mi dà il benvenuto con un gran sorriso e si dice incantato dei miei occhiali da sole, ereditati da Remo: “La prossima volta me ne porti un paio uguali così anch’io sembrerò una persona signorile e importante”.
Padre Warren appena atterrato dal "nostro" aereo
Attendo tutta la mattinata il volo per Pietermaritzburg. Sono in compagnia di Warren Brown: siamo partiti insieme da Roma ma lui è venuto via Francoforte, io via Zurigo. Troviamo la signora Chantal, rettore dell’università Saint Paul, degli Oblati, a Ottawa.
Partiamo su un bimotore ad elica, piccolo piccolo. Siccome non voliamo tanto alto per un’ora e mezzo mi contemplo uno spettacolo da favola. Prima una pianura senza fine, i campi disegnati con le più fantasiose forme geometriche, tutti rigorosamente marroni, con la terra appena seminata (qui sta iniziando l’inverno). Poi, tra i terreni coltivati, cominciano ad innalzarsi tozze colline aride. Infine una zona che dall’alto sembra desertica, con le colline completamente brulle, da terra bruciata, che si aggrinziscono gradatamente, lasciando che la vegetazione cresce nelle gole riparate dal sole. A mano a mano che ci avviciniamo al mare le colline si ingentiliscono, diventano sempre più verdi, si ammantano di boschi… Ma dove sono capitato? Una natura così forte e gentile…
A Pietermaritzburg, che dall’alto si vede tutta distesa sulle colline, atterriamo in un minuscolo aeroporto, con una sala per le partenze e una per gli arrivi.
Pietermaritzburg era la sede del vescovo oblato Allard. Il vicariato apostolico non aveva allora confini certi, ma abbracciava tutto il Natal. Era arrivato con i primi Oblati nel 1852, mandato da sant’Eugenio. P. Gerard lo raggiunse poco dopo. Iniziò a imparare la lingua, di cui si impadronì subito, e a cercare di penetrare nel difficile mondo degli zulu, un popolo fiero, orgoglioso delle proprie tradizioni, per niente disposto la lasciare i propri usi per abbracciare la fede cristiana. Ci voleva tutta la pazienza e l’invincibile costanza di p. Gerard, attraversando anni e anni senza vedere nessun frutto. Ma la sua linea missionaria era ben chiara e non poteva non portare al successo: "Al di là di tutti i metodi il segreto per toccare e trasformare i cuori è l’Amore. Occorre amare, amare nonostante tutto e sempre." 
All’aeroporto ci attende p. Silvester che ci porta alla destinazione finale, Cedara, a pochi chilometri da Pietermaritzburg. Sono passate 24 ore da quando ho lasciato via Aurelia a Roma per arrivare qua… molto meno del tempo di quanto impiegò padre Gerard.

venerdì 27 maggio 2011

Il combattimento spirituale: Una lettura in positivo

In Germania con i provinciali oblati d'Europa

Sul nuovo numero di Nuova Umanità è apparso un mio articolo:
Il combattimento spirituale, per venire adeguatamente compreso, domanda di essere collocato nel più ampio tema del cammino spirituale, di cui costituisce un momento importante ma non il più decisivo. Partendo da tale premessa l’articolo mostra come la lotta contro il male sia un effetto di una positiva tensione verso il bene che si esprime nella adesione a Cristo, nel vivere la Parola, nella tensione all’amore, nell’affrontare le prove come partecipazione al mistero di “Gesù abbandonato”. Assieme alla valenza “positiva” del cammino spirituale, viene posta in luce anche la sua dimensione ecclesiale e comunitaria che si esprime nella condivisione della prova fino alla  com-passione, nella reciprocità dell’amore, fino a quella “unità” dalla quale scaturisce la presenza del Santo tra le persone, il solo capace di vincere ogni avversità. 

E perché non dare uno sguardo anche al sito di Unità e Carismi?:

giovedì 26 maggio 2011

Nelle stanzette di san Filippo Neri

Oggi è la festa di Filippo Neri, forse il santo più popolare e più amato di Roma. Anche se era fiorentino! Ma venne a Roma a 19 anni e non si mosse più da lì. Le catacombe erano il luogo più lontano verso cui si avventurava. Si racconta che mentre si trovava in preghiera, proprio là, alle catacombe di San Sebastiano, nel giorno di Pentecoste, un globo di fuoco gli penetrò nel petto dal lato del cuore spezzandogli due costole. Alla sua morte i medici confermeranno che il cuore era insolitamente grande e due costole si erano rotte per consentire la dilatazione.
Nel giorno della sua festa sarebbe bello ripercorrere la sua città adottiva e guardarla con i suoi occhi, nei monumenti e nei colori del 1500. Dovremmo andare a
nella casa del fiorentino Galeotto Caccia, capo della Dogana, vicino alla Chiesa di S. Eustachio, tra Piazza Navona ed il Pantheon, dove trovò alloggio appena arrivato a Roma, nel Palazzo dei principi Massimo, dove risuscitò il figlio del principe, nella chiesa di Santa Maria in Vallicella, dove ha passato ultimi 16 anni della sua vita.
Ci fermiamo invece in una dei luoghi meno visitato, la Chiesa di S. Girolamo della Carità tra Piazza Farnese e Via Giulia, dove ha vissuto ben 32 anni della sua vita, dal 1551 al 1583, fondandovi l’Oratorio.
La chiesa sorge su rovine di epoca romana, identificate come la casa della nobile matrona santa Paola, che nell'anno 382 ospitò san Girolamo, invitato a Roma da papa Damaso. Per questo si chiama Chiesa di san Girolamo.Nel 1524 Clemente VII l’aveva data alla Arciconfraternita della Carità. Per questo san Girolamo alla Carità.
Quando, ordinato sacerdote, Filippo Neri venne ad abitarvi, trovò un gruppo di 14 sacerdoti secolari che svolgevano le funzioni di cappellani della Arciconfraternita.
Per entrare occorre suonare al campanello della attigua casa delle suore, che gentilmente si introducono in questo gioiello. Entri e hai subito davanti un capolavoro del Borromini, che ti lascia a bocca aperta, la Cappella Spada.
La famiglia Spada annoverava tra i suoi membri Padre Virgilio Spada, importante esponente della Congregazione di San Filippo Neri, consigliere artistico del papa, amico, ammiratore e sostenitore di Francesco Borromini.
Dedicata ad alcuni esponenti della famiglia Spada morti nei tre secoli precedenti, la cappella doveva celebrare anche la particolare devozione della famiglia al santo di Assisi ed al suo ordine; ed infatti ai lati dell’altare, in due ovali simmetrici, sono raffigurati S. Francesco e S. Bonaventura.
Borromini ha profuso tutta la sua genialità in queste esiguo spazio. Si può commentare… ma meglio star lì a guardare e lasciarsi prendere dalla straordinaria bellezza dell’opera. 
Dopo aver visto la cappella di san Filippo dello Juvarra, saliamo su in alto, a visitare la stanzetta dove viveva san Filippo e accoglieva amici e penitenti. Mi sarebbe piaciuto andare a trovarlo, assieme ad altri visitatori del suo tempo, tra i quali S. Ignazio di Loyola, S. Felice da Cantalice, S. Carlo Borromeo, S. Camillo de Lellis… Ma piamo ammirarlo da lontano, come l’altra fiorentina Santa Caterina de' Ricci, che invece di Roma aveva scelto per sua città Prato (più o meno siamo lì!). Oltre alle visite c’erano dei compagni fissi: la gatta, gli uccellini nella gabbia sempre aperta, il cagnolino Capriccio, bastardino bianco a chiazze rosse…
Visita che ti visito, la stanzetta risultò troppo ristretta e fu necessario adattare a sala di incontro il granaio posto sopra la navata destra della chiesa. È così che inizia l’Oratorio di san Filippo.
La prossima volta andiamo a visitare le stanzette degli ultimi anni della sua vita, nella Chiesa Nova… D’accordo? Filippo non voleva andarci, ma ricevette un ordine perentorio del papa, e dovette fare il trasloco, cominciando con una grande padella.

mercoledì 25 maggio 2011

Le favole dei Fratelli Grimm e la mia

“Ora avvenne un giorno che la palla d'oro della principessa cadde a terra e rotolò proprio nell'acqua…  E mentre così piangeva, qualcuno le gridò: - Che hai, principessa? Tu piangi da far pietà ai sassi. Ella si guardò intorno, per vedere donde venisse la voce, e vide un ranocchio, che sporgeva dall'acqua la grossa testa deforme…”
Attorno al lago, sdraiata sull’erba, una bambina (di bronzo) legge le fiabe dei Fratelli Grimm e ne vede apparire i personaggi (sempre di bronzo) tutto attorno al lago: La principessa e il ranocchio, appunto, il gatto con gli stivali… Puoi passeggiare attorno al lago di Hünfeld e vedere raccontare le fiabe…
Anch’io questi giorni sto raccontando una bellissima fiaba ai provinciali oblati d’Europa… una favola vera, che ebbe inizio tanti anni ad Aix-en-Provence. Narra di un principe… no, di un conte, che da giovane, ambizioso com’era, si faceva chiamare “Sua Eccellenza il contino Carlo Giuseppe Eugenio de Mazenod”. Poi un giorno… Ma devo raccontarvela a voce.
Il tema delle mie conversazioni con i provinciali ha come titolo “Torniamo ad Aix” ed è incentrato sui primi giorni di quella stupenda “favola”. Narro soprattutto di un “accordo” (= mettere insieme i cuori) tra sant’Eugenio e i primi compagni, un patto d’amore reciproco in vista di una “santificazione comune”. I miei ascoltatori vengono dall’Ucraina, del Belgio, dall’Irlanda, dalla Spagna… e mi ascoltano incantati come fanno i bambini quando narri loro una favola…

martedì 24 maggio 2011

Hünfeld, nel cuore dell'Europa


Ieri sono atterrato a Frankfurt, nel cuore della Germania, nel cuore dell’Europa. Ed eccomi a Hünfeld, nella prima casa degli Oblati in Germania. Una cittadina piccola piccola, ordinata, graziosa, splendente di primavera. Gli Oblati vi giunsero alla fine dell’Ottocento, su invito del Kaiser che voleva una congregazione religiosa che seguisse i soldati in Namibia. Vennero, furono ospitati in municipio dal sindaco fino a quando non avessero costruito una loro casa, andarono in Namibia… e non fecero mai i cappellani dell’esercito, ma vi fondarono la missione! Ora la casa – si chiama convento di san Bonifacio – è il centro della pastorale giovanile, accoglie anziani missionari ammalati, dirige incontri di formazione per i laici, ritiri… Vi torno dopo sette anni e la trovo più bella che mai, autentico centro di preghiera. Percorro rapidamente le strade silenziose del paese, con simpatiche statue disseminate sui marciapiedi, mi lascio inondare dal sole tiepido e respiro il verde che si distende attorno. 
Prego nel cimitero degli Oblati, dietro la loro grande bellissima chiesa. Saranno più di 200, fino a p. Alfonso Keuter, morto pochi giorni fa. Le croci, uguali, sono schierate in fila come un esercito di soldati sull’attenti, pronti per il segnale della risurrezione. 

lunedì 23 maggio 2011

Parlare dei santi con la lingua della gente


Sant'Eugenio parlava alla gente nella loro lingua, in provenzale, perché potesse capire.


Perché anche noi non dovevamo parlare di Eugenio con un linguaggio altrettanto comprensibile alla gente di oggi? È nato così lo spettacolo “Mistral”, andato in scena sabato e domenica, davanti a circa 1500 persone, durante la festa al Divino Amore. Avevo invitato una persona di solito molto critica. È venuta, ma soltanto per cortesia, proponendosi di andare via subito dopo l’inizio dello spettacolo perché non aveva tanta voglia di un’altra “predica” religiosa (cosa altro poteva essere la presentazione di un santo?). Naturalmente è rimasta sino alla fine, incantata!

Ricevo intanto le prime e-mail:
- Ho cominciato a leggere MISTRAL, e me lo gusto! mille di questi momenti! ( Mariba)
- Carissimo P. Fabio volevo semplicemente dirti il mio GRAZIE per quello che ci hai donato e trasmesso in occasione del 150° della Pasqua di S. Eugenio. Ho avuto la netta sensazione di far parte di un unico corpo in cui palpita lo stesso cuore (Tonino e famiglia)
- Durante tutto l'incontro, per tutta la fine settimana, il mio sguardo è stato attratto dalla reliquia del cuore di S. Eugenio, come a evidenziare che ciò che conta è solo l’amore, anche l’amore che fa male. Grazie ancora a ciascuno e continuiamo a stare nel “comandamento nuovo” con il cuore di S. Eugenio (Annamaria)
- Ancora con la gioia e il gusto del divino, vorrei ringraziarla della bellissima serata vissuta insieme! Quanta ricchezza esiste nella Chiesa che non conosciamo... Sono rimasta colpita e edificata della vita di S. Eugenio: un uomo coraggioso, di una fede ammirevole, un uomo di Dio. Grazie ancora P. Fabio e tutta la mia unità per la sua grande missione di Evangelizzatore e sfida nella fratellanza universale. (Margarida)

domenica 22 maggio 2011

Il carisma di sant'Eugenio è vivo

“Voi siete nel tempo; io sono in cima alla montagna, alla porta dell’eternità.
Vado a render conto. Ho dovuto quaggiù trattare molti affari e mi sono preso grandi responsabilità. Mi affido alla misericordia di Dio e molto poco ai miei meriti.
L’ho amato e ho cercato di farlo amare. E tuttavia meritava molto di più”.
Lo spettacolo “Mistral” eseguito ieri sera e questo pomeriggio nell’auditorium del Divino Amore termina con queste parole di sant’Eugenio. Ormai alle soglie dell’eternità, egli consegna a noi, ancora nel tempo, l’opera da lui intrapresa. Oggi, a 150 anni dalla sua Pasqua possiamo proprio dire che gli Oblati, con tutta la loro grande famiglia, continuano ad amare Dio e a farlo amare. 
Lo abbiamo toccato con mano in questi due giorni durante i quali ci siamo ritrovati 800 Oblati e laici, da tutta Italia e anche dalla Germania, per mettere in comune la nostra comprensione del carisma di sant’Eugenio e le esperienze che esso continua a suscitare. Esperienze fresche, vere, che mostrano come la vita penetri nelle famiglie, tra le persone disagiate, emarginate… Il carisma è vivo! Ci siamo sentiti uniti dal cuore di sant’Eugenio che continua a scompaginare la sua famiglia e a renderla sempre più viva, così come faceva quand’era qui in terra. Sì, una famiglia, a servizio della Chiesa.
C'è un futuro per gli Oblati

La Pasqua e gli amori di sant'Eugenio - Il cuore

La principale reliquia che gli Oblati possiedono del loro fondatore è il cuore. Diviso in piccoli frammenti è presente in tutti i continenti in una teca simile sulle quali sono scritte le parole che egli pronunciò nel momento della sua Pasqua, sintesi della sua vita e del suo insegnamento: «Tra voi la carità… la carità… la carità… e al di fuori, lo zelo per la salvezza delle anime». Il modo nel quale è stata conservata la reliquia sembra dire che al centro del carisma missionario di sant’Eugenio c’è il suo cuore, da cui tutto è partito e che tutto ha sostenuto e continua a sostiene. Come dire che l’anima di tutto è l’amore: «Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi la carità, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita. E se avessi il dono della profezia, se conoscessi tutti i misteri e avessi tutta la conoscenza, se possedessi tanta fede da trasportare le montagne, ma non avessi la carità, non sarei nulla» (1 Cor 13, 1-2).
«Sì, ho un cuore e amo con vero e tenero affetto... Sono convinto di aver ragione nel­l’amare gli uomini», rispondeva con convinzione Eugenio a chi lo accusava di essere troppo sensibile. Davanti alla morte di un suo Oblato, padre Suzanne, non si vergognava infatti di scrivere: «Figlio mio diletto, chi mi consolerà della tua perdita? Ahimè, non ci sei più! Neanche il pensiero della felicità eterna di cui godi mi consola! Chiamami dunque a te!».
Misurava il suo cuore su quello di Gesù e da quello attingeva l’amore: «La festa del Sacro Cuore è la festa dell’amore di Gesù Cristo per gli uomini. Bisogna dunque amare gli altri con la forza dell’amore di Cristo».
«Non posso fare altro che ringraziare Dio per avermi dato un’anima capace di comprendere meglio quella di Gesù Cristo, nostro Maestro, che ha formato, che anima e che ispira la mia…
 Amiamo Dio per le sue infinite perfezioni, amiamoLo perché ci ha amati per primo: “È lui che per primo ha amato noi”, ma “carissimi, se Dio ci ha amato anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri” e, da notare bene, “figlioli miei non amiamo a parole né con la lingua – come tutti coloro che amano con la testa – ma con i fatti e nella verità”. Oh! No! “Chi non ama non conosce Dio perché Dio è Amore” (1 Gv 3,18; 4,8.10-11.19). E questo amore non è speculativo e non astrae dalla persona. Bisogna amare qui in terra per permettersi di amare Dio per il quale, nel vero senso, si amano le sue creature, tanto che l’Apostolo dice “chi infatti non ama il fratello che vede, come può amare Dio che non vede?”. Non c’è una via intermedia: “Abbiamo questo comandamento: chi ama Dio ami anche il fratello” (1 Gv 4,20-21). Si studi san Giovanni, si scruti il cuore di san Pietro e il suo amore per il divin Maestro, si approfondisca, soprattutto, ciò che sgorgava dal cuore di Gesù Cristo che amava, non solo tutti gli uomini, ma in particolare i suoi Apostoli e i suoi discepoli, e poi si abbia il coraggio di venire a predicarmi un amore speculativo, privo di sentimenti, senza affetto!».
Eugenio ama col cuore!
È l’amore la chiave di lettura di tutta la sua vita. Un amore appassionato e intelligente che gli fa riconoscere i segni dei tempi e lo lancia a rispondervi senza risparmio di energie. Un amore comunicativo e coinvolgente, capace di trascinare dietro a sé giovani pronti a condividerne gli ideali e le azioni. Un amore che si rivolge prima a quanti lo circondano nella città natale, Aix-ex-Provence, poi nella regione circostanze, poi in tutta la Francia, fino a quando, ormai incontenibile, esplode e si dilata nei continenti. Un amore che mostra in sant’Eugenio “un cuore grande quanto il mondo”.
Hai amato con tutto il tuo cuore, Eugenio. Vieni, benedetto dal Padre mio, ricevi in eredità il regno preparato per te fin dalla creazione del mondo.

venerdì 20 maggio 2011

La Pasqua e gli amori di sant'Eugenio - Maria



Nel momento della sua Pasqua, attorno al letto di Eugenio si cantava il Salve Regina. «Alle parole… O dulcis Virgo Maria, rese l’ultimo respiro», racconta il suo segretario, poi suo successore. Nella Regola sant’Eugenio aveva scritto che gli Oblati avrebbero dovuto avere un tenero amore per la “Dolce Maria” e proprio con le parole “Dolce Vergine Maria” gli si aprono le porte del Cielo e si compie la sua Pasqua.
L’aveva detto: «Oblato di Maria Immacolata, un passaporto per il cielo! Riconosci che è davvero glorioso e consolante esserle consacrati in questo specialissimo modo e di portare il suo nome... Rallegriamoci di portare questo nome». E ancora: «Non vi sembra un segno di predestinazione avere il nome di Oblati di Maria, che vuol dire consacrati a Dio sotto la protezione di Maria di cui la Congregazione porta il nome come un nome di famiglia diviso con la Santissima e Immacolata Madre di Dio? C’è da provocare gelosie...».
Quando i primi missionari emisero per la prima volta i voti, all’indomani dell’approvazione pontificia, Eugenio salutò gli Oblati con queste parole: «Il Signore ha ratificato i piani che avevamo preparato per la sua gloria; ha benedetto i legami che ci uniscono; d’ora innanzi combatteremo i nemici del Cielo sotto un vessillo che la Chiesa ci ha dato e che sarà nostro. Splende su di esso il nome glorioso della SS. Vergine Maria Immacolata: nome che è il nostro nome, perché siamo consacrati alla Vergine Santissima; siamo in modo particolare i suoi figlioli; la sua protezione, fino ad oggi così tangibile, lo sarà maggiormente per l’avvenire, se saremo degni di tale madre...».
La seconda casa, dopo quella di Aix, era stato un santuario della Madonna verso la quale dichiarava di professare una «devozione specialissima per la Madre di Dio». Da allora gli Oblati sono passati di santuario in santuario amando e facendo amare Maria.
Il momento culmine della vita di sant’Eugenio fo quando, a Roma, poté essere presente alla proclamazione del dogma dell’Immacolata Concezione. «Ero vescovo come tutti gli altri, duecento press’a poco, che erano presenti; ma chi poteva presentarsi con la qualità di Padre di questa famiglia sparsa oggi in tutto il mondo, che porta alto sulla bandiera, dal giorno in cui essa fu posta tra le nostre mani dal capo della Chiesa, il nome di Maria Immacolata, di Maria concepita senza la macchia del peccato originale?».
A lei si rivolge ancora quando s’avvicina la fine della sua vita lasciando scritto nel suo testamento: «Invoco, per il perdono dei miei peccati, l’intercessione dell’Immacolata Vergine Maria, Madre di Dio, osando ricordarle in tutta umiltà, ma con consolazione, la devozione filiale di tutta la mia vita e il desiderio, in me sempre presente, di farla conoscere e amare».
Hai amato Maria, la madre mia, Eugenio. Vieni, benedetto dal Padre mio, ricevi in eredità il regno preparato per te fin dalla creazione del mondo.

giovedì 19 maggio 2011

La Pasqua e gli amori di sant'Eugenio - I suoi missionari



Ci sono persone per le quali Eugenio nutriva un amore tutto particolare, quelle della nuova famiglia a cui aveva dato vita, i Missionari Oblati di Maria Immacolata: «Muoio felice – disse nella sua Pasqua – perché il buon Dio si è degnato scegliermi per fondare nella Chiesa la Congregazione degli Oblati».
«Dobbiamo amarci come fratelli – scriveva agli inizi. L’affetto reciproco ci renderà felici, santi e forti per il bene». Già quando sogna la sua comunità sente che «in questa Società vivremo felici perché non avremo che un cuore solo e un’anima sola».
La nuova comunità era compaginata dalla chiamata di Gesù, dalla grazia, dalla comune missione… e dal suo amore, come narra un testimone di quei primi tempi: «La comunità di Aix era veramente una famiglia. Tutti vivevano della stessa vita, e tutti i cuori si aprivano sotto i raggi di un medesimo sole. Essi erano come riscaldati senza sosta dall’affetto di un padre le cui attenzioni per tutti erano ciò che di più bello si può immaginare... I membri di questa piccola famiglia, stretti attorno al loro superiore, quasi come i pulcini sotto le ali della chioccia, offrivano uno spettacolo commovente per i legami di amore che, unendoli al loro superiore, li univano tra loro. Erano proprio l’immagine dei primi cristiani, così come ce li rappresentano gli Atti degli Apostoli... Era in piccolo la più perfetta comunione dei santi».
Molti anni più tardi non avrà paura di affermare: «Non so come il mio cuore sia capace di contenere l’affetto che nutre per tutti voi [gli Oblati]. È un prodigio che ha a che fare con una qualità di Dio. Non c’è su questa terra una creatura alla quale Dio abbia concesso il favore di amare con tale tenerezza, forza, costanza un così gran numero di persone. Non si tratta qui semplicemente della carità. No, si tratta di un sentimento materno che ho per ognuno di voi, senza pregiudizio per gli altri. Nessuno di voi può essere amato di più di quanto l’amo; amo ciascuno pienamente, come se fosse il solo, e questo sentimento squisito lo provo per ognuno». Dio «mi ha accordato un cuore di tale natura che basta a contenere i miei figli».
Eugenio aveva proprio la consapevolezza di avere un cuore di madre, più che di padre, per i membri della sua comunità che considerava come veri figli: «Ho spesso detto al buon Dio che, poiché mi ha dato un cuore di madre e dei figli che per molti motivi meritano il mio amore, bisogna che mi permetta di amarli senza mezze misure. E ciò che faccio in piena coscienza. Mi sembra che più amo creature come loro, più e meglio amo Dio».
Hai amato i tuoi Oblati, Eugenio. Vieni, benedetto dal Padre mio, ricevi in eredità il regno preparato per te fin dalla creazione del mondo.

mercoledì 18 maggio 2011

Sacerdote nel Sacerdote

Il 18 maggio 1975 era Pentecoste. Per questo ogni anno ricordo la mia ordinazione sacerdotale a Pentecoste. Oggi però la mia comunità ha voluto ricordare quel giorno invitandomi a presiedere la celebrazione eucaristica. Ma cosa vuol dire essere innestati nell’unico sacerdozio, quello di Gesù? Mi sono tornate sotto mano due testi.
Il cardinale di Praga Miloslav Vlk ricordava che quando, per vent’anni, a causa della proibizione di ogni attività pastorale da parte del governo, era ridotto a un semplice lavavetri dei negozi, si sentiva costretto «a cercare la mia identità sacerdotale – senza ministero, senza apparente utilità, senza essere leader. Eppure Gesù, quando fissato alla croce non poteva fare i miracoli, predicare ma – abbandonato – solo tacere e patire, ha raggiunto il vertice del suo sacerdozio, Ho trovato in lui la mia vera identità sacerdotale, che mi ha riempito di gioia e di pace».
«Se tu fossi un sacerdote, come celebreresti la Messa?», fu chiesto una volta a Chiara Lubich. Lei rispose pressappoco così: Non sono un sacerdote e quindi non so – ripose. Provo a dire lo stato d’animo che dovrebbe avere un sacerdote… Il sacerdote può andare sull’altare solo se è in unità con tutti gli altri. Quando è in unità con tutti gli altri, non è più lui che va da solo a celebrare, ma va con quell’anima che è l’anima di tutti. Siamo o non siamo un’anima sola?! Essere un’anima sola non è un modo di dire, è la realtà che siamo, perché lo Spirito Santo ci fa tutti uno. Gesù in mezzo non è una parola: ci fa tutti uno. È vero che siamo due come è vero che siamo uno. Quando il sacerdote va sull’altare con nell’anima tutti - perché è riuscito a fare unità con tutti, ha la pace con tutti, ha comunicato tutto -, allora sente veramente di essere a posto, di non essere debitore con nessuno. Quando sale sull’altare così, non è più lui che sale, sale tutta l’unità sull’altare, e solo così egli è un vero bambino evangelico.

martedì 17 maggio 2011

La pasqua di Sant'Eugenio e i suoi amori - la gente

Come narrare l’amore per la gente? Occorrerebbe passare in rassegna tutta la sua vita. Egli ha rivisto il volto del suo Cristo in quello della sua gente, ha servito e amato la Chiesa nelle sue membra.
Dovremmo parlare dei carcerati di Aix dei quali si prendeva cura fin da giovane, dei ragazzi pidocchiosi ai quali faceva catechismo a Parigi, dei giovani della sua città, degli artigiani e degli operai che radunava le domeniche di Quaresima alle sei del mattino e alle quali parlava in dialetto. Pare di sentire ancora le sue parole di profeta: Poveri di Gesù Cristo, afflitti, sciagurati, sofferenti, infermi, piagati..., voi tutti oppressi dalla miseria, fratelli miei, miei cari fratelli, miei rispettabili fratelli, ascoltatemi. Voi siete i figli di Dio, i fratelli di Gesù Cristo… voi siete, in qualche modo, dèi… Dentro di voi c’è un’anima immortale, creata a immagine di Dio…, più preziosa davanti a lui di tutte le ricchezze della terra, di tutti i regni del mondo”. La letteratura cristiana conosce già parole simili sui poveri, ma erano indirizzate ai ricchi perché avessero compassione dei poveri. Eugenio ama direttamente i poveri e ad essi si rivolge.
Dovremmo parlare di una figlia di nessuno, una certa Germaine, che egli accompagna alla ghigliottina, dichiarando che era «motivo di ammirazione poiché il Signore aveva versato il suo sangue per lei».
Dovremmo parlare del suo rapporto di stima verso le pescivendole del vecchio porto di Marsiglia immediatamente ricevute nell’ufficio personale del vescovo, mentre al sindaco farà fare anticamera. Ama una vecchia solitamente ubriaca nel quartiere più malfamato di Marsiglia per la quale lascerà un pranzo ufficiale offerto in suo onore e andrà ad amministrarle l’unzione degli infermi. Ama gli ammalati di peste messi in quarantena, per i quali assedia l’amministrazione pubblica fino a quando riesce ad ottenere il permesso di andare a curarli. Uno dei suoi preti ha lasciato scritto: «Non ho mai conosciuto una persona capace di esercitare tanta seduzione come lui... In certi momenti mi sarei fatto uccidere per lui».
Lo guida la convinzione che nel povero c’è Gesù e che non si può amare Dio che non si vede se non si ama il fratello che si vede: «Non concepisco come possano amare Dio quanti non sanno amare gli uomini. Non cerco di nascondere né di sconfessare i sentimenti che mi animano. Piuttosto ringrazio Dio di avermi dato un animo capace di amare gli uomini e di capire l’animo di Gesù Cristo mio Signore». Ne trae tutte le conseguenze: «Se, nel momento in cui il desiderio mi porta a contemplare le misericordie di Gesù Cristo nel Santissimo Sacramento, sono chiamato a compiere un dovere di carità, devo lasciare senza mormorazioni e rimpianti Nostro Signore per compiere questo dovere che la sua volontà mi impone...».
La sua vocazione lo chiama a «dedicarmi completamente al servizio del prossimo che amavo con l’amore che Gesù Cristo ha per gli uomini». Sono «Chiamato per vocazione a essere servitore e prete dei poveri, al servizio dei quali vorrei essere in grado di spendere tutta intera la mia vita». La carità lo spinge: «La carità abbraccia tutto e a nuovi bisogni inventa, quando è necessario, nuovi mezzi».
Hai amato la tua gente, i poveri, Eugenio. Vieni, benedetto dal Padre mio, ricevi in eredità il regno preparato per te fin dalla creazione del mondo.

Charisms and ermeneutics

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lunedì 16 maggio 2011

La Pasqua di sant'Eugenio e i suoi amori - la Chiesa

L’amore per la famiglia e gli amici, per il Signore. Con l’amore per Cristo Gesù l’amore per la Chiesa: «Come è possibile separare il nostro amore per Gesù Cristo da quello per la sua Chiesa? – scriveva sant’Eugenio un anno prima della morte – Questi due amori si confondono: amare la Chiesa è amare Gesù Cristo e viceversa».
«La Chiesa – gridava già ai compagni di seminario – stremata chiama a gran voce i suoi figli perché l’aiutino nella sua desolazione. Nessuno le risponde? No, no Madre dolce e cara! Non tutti i figli si allontanano nel giorno della tua afflizione... un piccolo numero si presenta attorno a te per asciugare le lacrime che l’ingratitudine degli uomini ti fa versare nell’amarezza del tuo dolore...».
Pio VII fatto prigioniero
Erano tempi duri per la Chiesa, così come lo erano stati quelli della Rivoluzione. Napoleone aveva imprigionato papa e cardinali conducendoli prigionieri in Francia. Si minacciava uno scisma e persecuzioni… Eugenio risponde al grido della Chiesa con un amore che si traduce nella dedizione di tutta la vita a lei, Sposa di Cristo, pronto al martirio.
«Entrai nel seminario di S. Sulpizio col desiderio, meglio, con la precisa determinazione di dedicarmi nel modo più completo al servizio della Chiesa nell’esercizio del ministero più utile alle anime, alla cui salvezza desideravo ardentemente consacrarmi... L’abbandono in cui la vedevo era stato una delle cause determinanti per la mia entrata nello stato ecclesiastico…». «Mi sono consacrato al servizio della Chiesa perché era perseguitata, perché era abbandonata»; «Chiedevo di servire la Chiesa nel momento in cui le veniva offerto il patibolo».
Hai amato la mia Chiesa, Eugenio. Vieni, benedetto dal Padre mio, ricevi in eredità il regno preparato per te fin dalla creazione del mondo.

domenica 15 maggio 2011

La candelina del Santo Sepolcro

Da Gerusalemme ho riportato a casa un mazzo di candeline che, come vuole la tradizione, ho acceso e subito spento al cero del santo sepolcro. Questa sera ne ho accesa una davanti alle icone di Gesù e Maria nella mia stanza, per la mia preghiera della sera. È segno del pegno di risurrezione! Gesù è la risurrezione e la vita: se siamo Gesù anche noi risorgeremo.

Intanto continuano a giungere echi del viaggio in Terra Santa:

Viaggio indimenticabile, compagnia davvero "familiare", stupenda, una vera gara di simpatia e di rispetto reciproco... Un DONO inaspettato per noi, davvero. Abbiamo gli occhi pieni di paesaggi fantastici, .... pietre, chiese, colori, alberi, fiori, volti di una umanità varia e ricchissima. Il cuore e la mente pieni di parole e sensazioni che non scorderemo.
Grazie Padre Fabio, ci hai allargato il cuore. Grazie Alessandra, grazie amici! Marco e Betty.

Anche noi ci uniamo al coro di "GRAZIE A TUTTI". E' stata una settimana speciale che rimarrà nei nostri cuori per sempre; la sentiamo in noi nonostante il vortice in cui siamo stati risucchiati non appena rientrati a casa. Una parte di noi è tuttora immersa in quelle vie che abbiamo calpestato, in quei volti con cui abbiamo condiviso giorni pieni di gioia.
I bambini raccontano a tutti quanto è stato bello; nonostante fossero soltanto loro 4 piccoli, sono stati felicissimi con tutti voi che li avete "adottati" . Francesca, Enrico, Giulia, Elia e Matilde  

Ci uniamo ai ringraziamenti reciproci. E' stata un'esperienza straordinaria che non dimenticheremo.  Il clima di famiglia ed il rapporto che si è creato fra tutti è una realtà che ancora ci accompagna. Un ringraziamento veramente speciale va a Padre Fabio, che ci ha aiutati  a comprendere ed assaporare la bellezza della vita di Gesù. Ci confessiamo pubblicamente è stato un po' "tosto" tornare a Messa nella nostra parrocchia... Ci mancava Fabio che con le sue riflessioni: ci ha fatto meditare e scoprire o riscoprire tanti aspetti dei Vangeli.
Siamo tornati, dopo il contatto con una terra così intrisa di contraddizioni e divisioni,  anche con la voglia di essere sempre più strumenti di unità. Stefania e Paolo

Siamo ancora avvolti dall'esperienza straordinaria che abbiamo fatto. Un grazie grande a ciascuno, si è respirato un clima di famiglia. In particolare un grazie grande a p. Fabio per averci fatto vivere momenti di alta spiritualità e per averci aiutato ad immergerci in uno spaccato di umanità che non conoscevamo. Ci sembra di aver camminato sui passi di Gesù.
Luciano e Vera.

Anche noi ci uniamo ai saluti e ringraziamo tutti per i magnifici giorni trascorsi assieme sui Passi di Gesù. E' stata sicuramente un'esperienza eccezionale che porteremo nel cuore e nella mente per tutto il resto della vita. Un ringraziamento particolare a P. Fabio che ha saputo rendere indimenticabili tutti quei momenti in cui ci ha fatto meditare e con parole semplici ci ha fatto partecipi di quanto avveniva 2000 anni fa, sembrava proprio di essere li con il Maestro ... Un saluto a tutti sperando di rivederci prima davanti ad una fumante pizza e poi a Roma 2012. Paola e Luigi

Ciao a tutti, ci uniamo agli altri rischiando di essere banali nel ripetere le stesse cose. Ma sono verità!  Ringraziamo Dio di averci chiamati a vivere questa bella esperienza " con tutti voi "; visitando i luoghi dove Dio si è fatto uomo per essere sempre con noi e farsi volto in ogni fratello. Ringraziamo P .Fabio per averci "parlato di Lui" con amore e semplicità e con Alessandra, Caterina, Francesco ecc. sopportati con pazienza. Un abbraccio a tutti e a presto rivedersi. Riccardo e Gabriella Coppini

sabato 14 maggio 2011

La Pasqua di sant’Eugenio e i suoi amori - il Signore

Quando giunge nel pieno della giovinezza, dopo un periodo di inquietudine, insoddisfazione, noia, impazienza, Eugenio trovò l’amore degli amori, l’unico capace di appagare un cuore così esigente. Come non ricordare quel giorno nel quale, venticinquenne, scopre di essere amato come nessuno l’ha mai amato? «L’ho cercata, la felicità, fuori di Dio, e troppo a lungo per mia sventura. Quante volte nella mia vita passata, il mio cuore lacerato, tormentato, si slanciava verso il suo Dio dal quale si era allontanato? Posso dimenticare le lacrime amare che la vista della Croce fece colare dai miei occhi un Venerdì santo?Mai la mia anima fu così appagata, mai provò tanta gioia... Il solo ricordo mi riempie di una dolce pienezza». È il tempo della conversione, quando Dio lo strappa da una vita qualunque «con la più dolce delle violenze».
Da quel momento Gesù diventa il centro della sua vita. Amare Dio con tutto il cuore, l’anima, le forze, inizia ad essere una realtà: «Voglio nutrirmi d’amore. Solo l’amore ha presa potente su di me; l’amore, solo l’amore sarà l’artefice della dimora che intendo preparare al mio Diletto. Nel mio cuore non c’è più altro che amore... Mio Salvatore, mio Padre, Amore mio, fa’ che io ti ami».
«Che lo Spirito Santo – scrive qualche giorno prima dell’ordinazione sacerdotale – riposi sopra di me in tutta la sua pienezza, riempiendomi completamente dell’amore di Gesù mio Salvatore. Che io viva e respiri solo per lui, mi consumi nel suo amore servendolo e facendo conoscere quanto egli è amabile e quanto gli uomini sono insensati a cercare altrove il riposo del loro cuore, riposo che potranno trovare soltanto in lui...».
Quando un predicatore lo invita a meditare sull’inferno, rifiuta fermamente: «Perché passare in compagnia dei demoni il poco tempo che mi resta per conversare col Maestro? È del suo amore che voglio munirmi. Non capisco il linguaggio della paura. Solo il suo amore agisce in me con potenza... È l’amore e solo l’amore che vale la pena».
Chiede il massimo che si possa domandare: entrare nella relazione d’amore della Trinità: «Dio mio raddoppia, triplica, centuplica le mie forze, perché voglio amarti non solo quanto posso amarti, perché è niente. Voglio amarti come ti hanno amato i santi, come ti amò e ti ama la tua santissima Madre. Mio Dio questo non mi basta, perché vorrei amarti come tu ami te stesso. Lo so che è impossibile, ma desiderarlo non è impossibile perché io lo desidero con tutta la sincerità dell’anima. Sì, mio Dio, vorrei amarti come tu stesso ti ami». Per questo amore è pronto a lasciare anche la famiglia, la carriera, la posizione sociale…
Lo ama e lo fa amare. Per questo percorre campagne e città con i suoi missionari per rivelare a tutti l’amore di Dio. Per questo è missionario!
Divenuto vescovo di Marsiglia nel 1837, in occasione delle visite pastorali e delle cresime non parla dei comandamenti né dell’inferno, ma centra il suo insegnamento su Cristo. Scrive per tutta la diocesi un nuovo catechismo che essenzialmente parla dell’amore di Dio per gli uomini. Vuole rimediare ad una grande carenza: «Non ci si applica a mettere in luce la bontà di Dio, l’amore infinito di Nostro Signore Gesù Cristo per gli uomini. Non si forgia il cuore».
Mi hai amato e mi hai fatto amare, Eugenio. Vieni, benedetto dal Padre mio, ricevi in eredità il regno preparato per te fin dalla creazione del mondo.

Un commento: Grazie perchè ci fai conoscere l'intimo di questo nostro sant'Eugenio, che anima piena di fuoco, che amore umano intenso, sento di amarlo di più, per me lui è uno di famiglia.

venerdì 13 maggio 2011

La Pasqua e gli amori di sant’Eugenio – La famiglia

«Adoro la mia famiglia – scrisse prima di entrare in seminario. Mi lascerei fare a pezzi per alcuni familiari, e questo vale per molti perché darei la mia vita senza esitare, per mio padre, mia madre, mia nonna, mia sorella e i due fratelli di mio padre»; «persone che amo di più di quanto pensino, anche se a volte devo essere distaccato da affetti troppo umani».
Il nonno da piccolo lo teneva sulle ginocchia ed era fiero di sentirgli dire: “Lo voglio”, con una determinazione che in quel bambino denotava già un carattere forte. “Ha stoffa – diceva –. È proprio di razza. Ne faremo un presidente!”. Eugenio lo amava.
La nonna lo adorava. Eugenio le era grato per le fette di salame che gli faceva trovare a colazione, per quando lo accompagnava a vedere le battute di caccia e soprattutto per la tenerezza del suo amore. Sognava di andare a vivere con lei, una volta diventato prete. «Vi amo più di me stesso – le scrive – e più di diecimila me stessi, perché darei diecimila volte la vita per voi… Potrebbero amputarmi braccia e gambe senza che io versi una sola lacrima, ma ne verserei molte al solo ricordo delle persone a me care…»; «E quale vedova mi è più cara della mia tenera e buona nonna; per la quale darei così volentieri la mia vita, e della quale dovrei accrescere la gloria in cielo e la gioia sulla terra, in proporzione del mio amore per lei?».
La madre
Quante lettere alla mamma, quante lettere al papà… Li ha amati e li ha amati ancora di più quando hanno dovuto separarsi tra di loro. Non era stata tenera la vita con la famiglia de Mazenod: l’esilio, la povertà, la lontananza forzata dei suoi membri. Quando, ventenne, Eugenio torna in patria, si riunisce alla madre, ma si stacca dal padre, al quale scrive: «Vi amo come me stesso, e amo gli zii come amo voi...». Come gli pesa questa lontananza, l’essere «separato dalle persone che sono parte di me stesso». «Non è vita, cari amici – scrive ancora al padre e agli zii rimasti a Palermo –, quella in cui vediamo passare i nostri giorni a trecento leghe gli uni dagli altri. Ci pensiamo? E possiamo a sangue freddo formulare il crudele progetto di rivederci solo nel giorno della risurrezione? Stiamo distruggendo per quanto è in noi l’ordine stabilito dall’Autore della natura che non ha potuto volere, facendoci dello stesso sangue, che noi ci ostinassimo a vivere separati…». Sentiva forti i legami di sangue.
Il padre
È cresciuto insieme con la sorella Eugenia. Da vescovo continuerà ad andare a trovarla spesso e lei sarà là, accanto al suo letto, nel momento della sua Pasqua. Una volta che lei si era allontanata da casa per passare qualche giorno nella casa di campagna di Saint-Julien le aveva scritto: «Oh! Mia cara amica, ritorna, ti supplico. Sono come un pesce fuor d’acqua. Non ho mai amato molto la campagna, ma oggi l’aborrisco perché tiene lontano da me tutto ciò che amo».
Con i parenti, gli amici. Ne ha avuti tanti, da César de Chastellux a Emmauel Gaultier de Claubry, da Forbin Janson a padre Tempier. Il mio cuore, annotava descrivendo il proprio carattere, «ha bisogno di amare, e siccome coltiva l’intimo sentimento dell’amore più perfetto, non sarà mai appagato dalle amicizie ordinarie di cui si accontenta la maggior parte degli uomini; tende ad un’amicizia che, per dirla in una parola, di due esseri ne forma uno solo».
Hai amato famiglia e amici, Eugenio. Vieni, benedetto dal Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per te fin dalla creazione del mondo.

La Pasqua e gli amori di sant’Eugenio

“Nella sera della vita saremo giudicati sull'amore”. Queste parole di san Giovanni della Croce sintetizzano l’ultimo grande discorso di Gesù: «Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria… davanti a lui verranno radunati tutti i popoli… A quelli che saranno alla sua destra dirà: "Venite, benedetti del Padre mio… perché ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero straniero e mi avete accolto… In verità io vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me". Poi dirà anche a quelli che saranno alla sinistra: "Via, lontano da me… perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero straniero e non mi avete accolto… tutto quello che non avete fatto a uno solo di questi più piccoli, non l'avete fatto a me» (cf Mt 25, 31-46).
Subito dopo il Vangelo continua: «Terminati tutti questi discorsi, Gesù disse ai suoi discepoli: "Voi sapete che fra due giorni è la Pasqua e il Figlio dell'uomo sarà consegnato per essere crocifisso"» (Mt 26, 1). La Pasqua di Gesù, il suo passaggio dalla terra al cielo, è il momento nel quale, dopo aver amato tutta la vita, come ha appena insegnato, dispiega al massimo il suo amore: ama fino alla fine con l’amore più grande, capace di donare la vita per gli amici. Ha vissuto quanto ha predicato.
Come la Pasqua di Gesù, ogni morte è chiamata a diventare una Pasqua - il compimento di quell’amore che dovrebbe aver segnato la vita intera -, che introduce nel seno del Padre, nell’abbraccio della Santissima Trinità, nel gaudio del Paradiso.
Tale è stata la morte di sant’Eugenio de Mazenod, avvenuta 150 anni fa, la sera del 21 maggio 1861: una Pasqua, un passaggio al Padre consapevole, accolto, voluto, nell’amore: «Voglio una cosa sola – lo si sentiva ripetere in quei momenti –, che si compia la santa volontà di Dio… è tutto ciò che desidero nel mio cuore»;  «Se mi assopisco, e sto peggio, vi prego di svegliarmi; voglio morire sapendo che muoio». «Muoio felice». La vita non gli veniva tolta, egli stesso la donava (cf Gv 10, 18). Chiedeva soltanto di poter tenere in mano, per le ultime 30 ore consecutive, la croce e la corona del rosario, quasi fossero le sue armi per affrontare l’agonia, l’agone, il combattimento finale.
Compiuta la sua Pasqua, si ritrovò al di là, faccia a faccia con Dio. Una sola domanda gli fu rivolta, la sola che sarà rivolta ad ognuno di noi: hai amato?
In quel momento tutta la vita passa dinanzi con la rapidità di un lampo e la rivedi nella sola luce nella quale andava vissuta e che sola le dava senso. Dall’amore si giudica una vita, da quanto abbiamo amato.
Anche Eugenio la ripercorse in un lampo e vide che, come aveva scritto alla vigilia della sua ordinazione sacerdotale, «Nel mio cuore non c’è che amore».
Chi ha amato? Come ha amato?
Lo vedremo sul blog, giorno per giorno.

mercoledì 11 maggio 2011

Le “virtù particolari”

Lunedì, come da programma, forum della rivista “Unità e Carismi” sul tema “Santi sì, ma come?”. Numerosa l’affluenza, quasi un centinaio di persone, ma soprattutto vivace il dibattito.
Mi ha colpito, nella ricostruzione di come si svolge il processo per appurare la santità di una persona, il richiamo alle “virtù particolari”. Tutte le interrogazioni dei testimoni sono centrate sul modo con cui sono state vissute le virtù teologali e cardinali, poi si lascia un piccolo “sfogo” sulle “virtù particolari” della persona in causa.
Mi sembra tutto il contrario di come si dovrebbe fare. Prima occorrerebbe far emergere quale è stato il progetto di Dio su quella persona e come essa vi ha risposto e l’ha adempiuto. Così emerge lo specifico della persona, ciò che la caratterizza, qual è il messaggio proprio che è chiamata a portare nel mondo, la sua tipica missione, la sua spiritualità, la parola evangelica incarnata. Dovrebbe venire il rilievo la peculiarità di ognuno.
Soltanto in un secondo momento andrà verificato se tutti gli aspetti della vita sono in armonia con quel disegno e se tutti le virtù lo arricchiscono e gli danno consistenza.
Che bello sapere che ognuno di noi è unico, che su di ognuno di noi c’è un progetto di Dio, che ognuno di noi ha una missione irrepetibile. Santità vuol dire diventare ciò che siamo chiamati ad essere, raggiungere un legame con Dio a tu per tu, in maniera personalissima, costruire un’unità tra di noi ricca dell’apporto insostituibile di ognuno, porsi a servizio degli altri con una dedizione senza risparmio. In una parola, lasciare che Gesù viva in noi, si rivesta della nostra personalità e operi e viva come lui solo sa operare e vivere. Ognuno un capolavoro!