lunedì 30 aprile 2012

Anche san Pietro si è fatto romano


Forse è proprio a Roma che Pietro ha passato il più lungo periodo della sua vita: almeno 15 anni! In questi giorni, con tutta la famiglia, è stato bello vedercelo apparire qua e là lungo il nostro itinerario. Non soltanto sulla tua tomba, ma il tutti quei luoghi che tradizioni e leggende lo vogliono presente, fin nella chiesa dei santi Nereo e Achilleo, sulla passeggiata archeologica accanto alle terme di Caracalla, dove avrebbe perduto la benda che gli fasciava il polso scorticato dalle catene del carcere Mamertino, o alla chiesa del Quo vadis dove Gesù gli sarebbe apparso per invitarlo ad affrontare il martirio, o su quella via Appia che ha percorso per giungere a Roma.
Pietro che con generosità si lancia sempre il primo e risponde a nome di tutti: “Tu sei il Cristo… Tu solo hai parole di vita eterna”, fino all’espressione del suo illimitato amore: “Tu sai tutto, tu sai che ti amo”. In mezzo a queste confessioni, anche il sincero riconoscimento della sua lontananza della santità di Gesù: “Allontanati da me perché sono un peccatore”, perfino la sua sconfessione, il suo rinnegamento… Lui così friabile è stato reso roccia sicura. Ma nella sua lettera non dice che è stato costituito rocca da Gesù, ma indica Gesù come la roccia sulla quale tutti noi, lui compreso, siamo pietre vive che grazie a Gesù e con Gesù, costituiscono la casa di Dio, la chiesa di Dio…
Camminando per Roma ce lo siamo sentito vicino, capace di confermarci nella fede perché lui stesso ha vacillato, senza che l’amore gli venisse mai mano, testimoniando piuttosto che il peccato attira l’amore di Dio e suscita la riconoscenza rinfocando l’amore.

domenica 29 aprile 2012

Insieme Roma è più bella



Di nuovo tutta la famiglia insieme. Ci eravamo lasciati l’anno scorso a Gerusalemme, con le parole di Gesù rivolte ai suoi discepoli: “Mi sarete testimoni in Gerusalemme, in Giudea, nella Samaria, fino agli estremi confini della terra”, cioè a Roma, il centro dell’Impero. 
Un anno dopo eccoci a seguire Pietro a Roma, a partire dal luogo del suo martirio e della sua sepoltura: gli scavi fino alla sua tomba, la basilica e su su in avanti in uno straordinario che ci ha condotto per due giorni nei luoghi meno frequentati della Roma cristiana, alla riscoperta delle radici della nostra fede. Da Niccolò di 8 mesi a età più venerande la mia famiglia si è nuovamente riunita. Come e con le chiese domestiche dell’antichità l’esperienza di Roma è più bella!

giovedì 26 aprile 2012

Il genio degli ingegneri e l’umile servizio del persone delle pulizie





Da quando vivo a Roma non ho più l’auto. Mi muovo con i mezzi pubblici. Per fortuna ho la metro a due passi da casa. Sono anche ad una stazione pulita e moderna. Soltanto c’è qualche infiltrazione d’acqua,  non  prevista dagli ingegneri. Allora hanno pensato ad una soluzione geniale: mettere dei secchi per raccogliere lo stillicidio delle gocce. Lo strattagemma funzione da almeno da un anno e mezzo, da quando vivo qui, ma forse è ancora più antico. Non vedo mai i secchi straripare (o dovrei dire tracimare?). Il personale di servizio li svuota in tempo, a mano a mano che si riempiono. Non possono evitare, purtroppo, che le gocce che schizzano fuori creino chiazze di calcare, anche sull’alluminio dei passaggi.
Non se ammirare di più la genialità degli ingegneri o l’umile servizio del personale delle pulizie.


mercoledì 25 aprile 2012

Marco evangelista, santo romano


La basilica di san Marco a Venezia?
Macché! A Venezia la chiesa di san Marco fu costruita soltanto nell’828, ed ha assunto il titolo di cattedrale nel 1807!
La vera basilica di san Marco è quella di Roma costruita da Papa Marco nel 336.
Nei sotterranei si trovano ancora i muri perimetrali dell'originaria basilica paleocristiana sorta probabilmente sopra una preesistente casa romana. Tutto fu rimaneggiato nel sec. XV e XVIII. Di romanico rimangono il bel campanile del 1154 e mosaici dell’abside di Gregorio IV (827-844) raffiguranti Cristo con S. Marco papa, Marco evangelista e Gregorio IV (col nimbo quadrato dei personaggi viventi) che offre il modello della chiesa.
Che fortuna essere “romani” e poter visitare le chiese dei nostri santi!
Anche perché a Roma san Marco c’è stato davvero!

Era Marco per il mondo greco-romano, mentre i suoi connazionali lo chiamavano Giovanni, in ebraico. La prima e l’unica apparizione nei vangeli sembra essere quella sul monte degli ulivi, dove Giovanni Marco era andato con Gesù dopo l’ultima cena e dove si era addormentato nella casetta del piccolo podere. Svegliato dal trambusto delle guardie venute a catturare Gesù, si buttò addosso il lenzuolo e andò a vedere. Un soldato lo agguantò, “ma egli, lasciato il lenzuolo, fuggì via nudo”.
O forse, come ci ha insegnato Giacomo Perego, quel giovinetto è il simbolo dello spogliamento totale richiesto al discepolo per poter seguire Gesù? Lo stesso giovane riappare il giorno di Pasqua seduto nel sepolcro, rivestito delle vesti della risurrezione di Gesù.
La mamma, Maria, metteva a disposizione di Gesù la casa in Gerusalemme e l’orto degli ulivi. Nella grande sala di casa fu celebrata l’ultima cena, poi si radunavano gli apostoli dopo la passione fino alla pentecoste, e finì per diventare la chiesa domestica della prima comunità di Gerusalemme.
Quando nel 44 il cugino Barnaba venne a Gerusalemme insieme con Paolo, Marco volle partire con lui alla volta di Antiochia. Partecipò con loro al primo viaggio fino a Cipro, ma quando essi si diressero a Perge per attraversare i terreni paludosi e inerpicarsi sulle montagne del Tauro, Marco ebbe paura e tornò a Gerusalemme.
Nel 49, quando Paolo e Barnaba andarono a Gerusalemme, Marco avrebbe voluto seguirli di nuovo, ma Paolo non ne volava più sapere e ne andò solo con Sila, mentre Barnaba portò Marco con sé a Cipro.
Nel 61 ritroviamo Marco fedelissimo collaboratore di Paolo a Roma. Gli era passata la paura! Scrivendo ai Colossesi, Paolo manda i saluti di “Marco, il nipote di Barnaba” e aggiunse: “Se egli verrà da voi, fategli buona accoglienza”. Ne parla anche sua seconda prigionia romana scrivendo a Timoteo.
Dopo il martirio di Paolo, Marco rimase ancora a Roma, discepolo e segretario di Pietro, che svolgeva la sua attività tra gli ebrei, che erano circa 45.000. Marco gli faceva da interprete, perché Pietro non parla il greco o non lo sapeva molto bene. Clemente Alessandrino, attorno al 200, precisa che Marco compone il suo vangelo a Roma, annotando i racconti di Pietro (così racconta Papia, ma nel Vangelo di Marco si avverte una grande presenza di Paolo).
Pietro lo inviò ad evangelizzare l’Italia settentrionale (Aquileia), poi ad Alessandria d’Egitto, dove subì il martirio, sotto l’imperatore Traiano (53-117), il 25 aprile verso l’anno 72, all’età di 57 anni.
Parlaci ancora di Lui, nostro santo romano!


martedì 24 aprile 2012

L'umanità di Benedetto XVI


Quando indossò il camauro, la mantellina rossa con cappuccio bordata d’ermellino che siamo soliti vedere nei ritratti dei papi rinascimentali, qualcuno pensò a un voluto ritorno ai tempi antichi. Glielo fece notare il giornalista Peter Seewald. Benedetto XVI rispose candidamente che se l’era messo perché sente freddo alla testa ma che, viste le malevoli interpretazioni, non l’avrebbe più fatto, a costo di patire freddo. Timido e parco nelle effusioni, gli basta un misurato cenno della mano per salutare distese di giovani, si concede con riserbo alle folle e affronta con riluttanza i viaggi. In un periodo di ricorrenze – l’85° compleanno, il settimo anniversario della sua elezione, oggi l’inizio del suo pontificato… – si pone dovutamente in risalto il suo carisma petrino, al quale si associa il provvidenziale carisma personale di dottore, di teologo, come riconosce egli stesso: «Io penso che Dio, scegliendo come papa un professore, abbia voluto mettere in risalto proprio questo elemento della riflessività e della lotta per l’unità tra fede e ragione». 


Nello stesso tempo perché non tener conto anche della sua semplice umanità, della sua passione per la musica e la lettura, per il silenzio meditativo e la scrittura? Conoscerlo per quello che è lo riporta vicino a ognuno di noi, lo rende più amabile, così come è avvenuto per Pietro, il suo primo predecessore. Pietro è Cefa, la roccia, senza che abbia dovuto eliminare la sua personalità forte e allo stesso tempo combattuta, capace di grandi slanci e di cedimento davanti alla paura. Gesù non lo avrà scelto anche per questa sua umanità? Come non cogliere in questo scarto tra missione e strumento per porla in atto la logica di Dio che «sceglie ciò che nel mondo è debole... perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio»? 


Adesso che l’esile figura di Benedetto XVI attraversa la basilica di San Pietro sulla pedana mobile, appare tutta la sua fragilità fisica su cui risalta ancora di più la verità dell’affermazione di Leone Magno: «La fermezza che Pietro ha ricevuto da Cristo, dal quale è stato costituito, si trasmette anche ai suoi eredi». Anche a Benedetto XVI. 

lunedì 23 aprile 2012

Il cuore nel cielo e il cielo nel cuore


“La loro mente e cuore dovrà il più che sia possibile essere occupato di Dio o delle cose spettanti dell’anima”.
Così san Giuseppe Benedetto Cottolengo pensava le persone contemplative. Lui stesso avrebbe essere una di loro, come racconta un testimone: “Ricordo aver sentito da lui medesimo, e ciò sugli ultimi anni della sua vita, come l'unico suo desiderio, che sentivasi in cuore, sarebbe stato di potersi rimanere, se fosse volontà di Dio, solo in luogo silenzioso con Gesù Cristo, e poi da questa contemplazione partire per unirsi col suo Dio”.
Così, tra le sue tante iniziative c’è la fondazione del monastero di Cavoretto, che aveva lo scopo di pregare per il bene della Chiesa universale.
Sulla collina torinese è ora uno dei sei monasteri cottolenghini. L’ho visitato al termine del convegno sul carisma e anch’io. Un luogo incantevole. All’orizzonte il Moncenisio candido di neve. Le 20 monache mi aspettano con gioia e mi ascoltano incantate (ci vuol poco per incantare le monache), mentre gli racconto di santi e santità. Tra tutte suor Eleonora, che ha fatto la tesi con me al Claretianum. Come il Cottolengo, sarei voluto rimanere in quel “luogo silenzioso con Gesù Cristo”. 

La Piccola casa della divina Provvidenza


Dallo spettacolo sul Cottolengo

La “Piccola casa della divina Provvidenza” si è svegliata questa mattina… Si è semplicemente svegliata, e il miracolo si ripete ancora una volta, come ogni mattina, da 180 anni; un miracolo sempre nuovo della Provvidenza, una testimonianza dell’amore di Dio.
La “Piccola casa” di Torino non è poi così piccola: 450 ospiti, ossia persone che vivono qui stabilmente, che hanno qui la loro casa, divisi in famiglie per tipologie di situazione e di vita – persone con disabilità mentali, fisiche, anziani… –, un ospedale con 200 posti letto, una mensa per i poveri che sforna centinaia di parti al giorno, una scuola per ragazzi che vivono in situazioni di emarginazione, un monastero di clausura, una comunità dei sacerdoti, una di fratelli, una di 600 suore, più di mille persone che servono nella sanità e nell’assistenza…
Biuseppe Benedetto Cottolengo l’aveva predetto, come fu testimoniato al processo di beatificazione: “aveva un fermo presentimento che la Piccola Casa come opera di Dio dovesse crescere e dilatarsi e tratto tratto lo manifestava. Io mi ricordo particolarmente che un giorno mi disse che la Piccola Casa si sarebbe dilatata a segno di capire anche tre mila persone; che doveva essere come l'arca di Noè, per comprendere ogni sorta di miserie umane; che forse egli non sarebbe più stato in vita, ma che quelle Suore le quali allora partivano per gli stabilimenti, fattesi vecchie e curve nella persona e col bastone in mano ritornando poi alla Piccola Casa avrebbero avuto a far le meraviglie nel vederne lo sviluppo”.
I superiori degli istituti del Cottolengo e di quelli ispirati al Cottolengo
Una casa, quella di Torino, che ha una ottantina di succursali in tante parti d’Italia, India, Equador, Kenia, Tanzania, Florida…
Ieri sera, dopo cena, spettacolo teatrale sul Cottolengo. Una compagnia di giovani, dopo essersi preparata su scritti e vita del santo, ha redatto il testo teatrale, ha preparato le musiche e li ha rappresentati. Hanno fatto rivivere il Cottolengo e hanno mostrato il suo volto di oggi. Un modo intelligente per “raccontare” il carisma.
Il terzo giorno di convegno vede oggi la presenza del Prefetto della Congregazione per la vita consacrata, il cardinale João Braz de Aviz. Ieri avevamo avuto tra noi l’arcivescovo di Torino e l’altro ieri il vescovo di Pinerolo, incaricato della vita religiosa in Piemonte. Il cardinale presenta il valore dei carismi nella loro coessenzialità, nell’armonia della comunione ecclesiale, nella loro dimensione trinitaria, il contributo che sono chiamati a dare alla Chiesa.
A me il compito di concludere proponendo una sintesi del convegno, o meglio per far emergere le linee e le piste per l’ulteriore approfondimento e per dare continuità all’evento, soprattutto al rapporto tra tutti gli istituti ispirati al Cottolengo.
Qua è tutto un inno alla Provvidenza, che si sviluppa però in modo non lineare e uniforme, ma attraverso mutamenti spesso inattesi e imprevedibili, come scriveva lo stesso Cottolengo: “La Divina Provvidenza nelle sue opere non si serve di continui miracoli, ma per lo più adopera mezzi umani, e si compiace… nelle sue imprese di prevenire il pensiero dell’uomo, si può quasi dire,… dal principiare come dal nulla e progredire nel molto… ed i vari rami delle sue produzioni, che ha stabiliti nell’Altissima sua sapienza, non li svela all’uomo che passo passo, e nell’atto stesso, per così dire, che vuole che si compiano…”. Così faceva Dio… e così fa adesso.

sabato 21 aprile 2012

Il Cottolengo profezia di una socialità nuova

Con alcuni degli ex studenti


La “Piccola casa della divina Provvidenza” si è svegliata questa mattina al sorgere di un sole splendente che nel cielo limpido fa brillare le alpi innevate che abbracciano la città di Torino.

Il convegno, nella mattinata, entra nel merito del tema. P. Lino Piana, padre della Piccola casa, “racconta” il carisma e la spiritualità di san Giuseppe Cottolengo, di cui è il 15° successore. Da profondo studioso, che tra l’altro ha pubblicato le fonti, ci aiuta a cogliere la “parola” e il messaggio che lo Spirito Santo ha affidato al Cottolengo per la Chiesa.
Come tanti altri santi della carità il Cottolengo era un uomo dell’azione e non della riflessione, che parlava con i fatti più che con gli scritti. Eppure sono rimaste alcune parole chiave e detti famosi che continuano a ispirare i suoi discepoli. Nella formula dei voti del 1834 definisce ad esempio la suore di vita attiva: “fedele serva dei poveri”. Nella vita contemplativa nella Regola n. 30 per i suoi eremiti invita: “Mente e cuore devono essere occupati da Dio e da cose spettanti la vita dell’anima”.
O ancora: “La preghiera è il primo e più importante lavoro della Piccola casa”, “Presenza di Dio”, “Provvidenza”, “Carità, carità”, “i poveri”…
Significative anche le sintesi dei contemporanei o nei documenti pontifici: si ricordano i suoi “monumenti della carità”; si afferma che le sue opere mostrano la “veridicità dell’amore di Dio”…
Vi sono anche parole evangeliche particolarmente care al Cottolengo che ha incarnato con fede carismatica: “Cercate prima il Regno di Dio e la sua giustizia e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta”. Non mancano tanti altri aspetti come il senso della  vita contemplativa, l’anelito crescente alla santità, il senso del distacco da tutto…
La chiave di comprensione del  Cottolengo rimane però l’esperienza del 2 settembre 1827, quando si trovò davanti a una famiglia che vedeva morire tragicamente la mamma perché nessun ospedale volle accoglierla. Lì, nella condivisione di quel dolore, avvertì la chiamata a esprimere in modo nuovo l’amore di Dio per i poveri: “L’amore di Cristo ci spinge…”, nell’abbandono fiducioso alla divina Provvidenza. Questa parola paolina, interpretata in un modo particolarmente concreto, tutto personale, è proprio il cuore del messaggio del Cottolengo.

Suor Elda Pezzuto, vicaria generale delle suore del Cottolengo, racconta il percorso del carisma del Cottolengo in questi 180 anni. Sr. Elda che ha fatto la sua tesi sul Cottolengo proprio con me al Claretianum (qui nella famiglia del Cottolengo ho la gioia di incontrare 4 suore e 2 fratelli tra i miei studenti di una volta).
Il Cottolengo, spiega la suora, si è immedesimato con la sua opera, si è identificato con essa al punto che oggi quando si dice “il Cottolengo” si pensa più alle case sparse nel mondo dove la carità diventa vita, che non alla persona di san Giuseppe Benedetto Cottolengo, dimostrazione che il carisma è un’esperienza condivisa, è vita che si diffonde e che ha saputo ed è ancora capace di coinvolgere migliaia e migliaia di persone, soprattutto donne, “sintonizzate” con il suo progetto caritativo evangelico, in vita contemplativa e apostolica.
“La nostra Regola – afferma ancora la suora – è la Piccola casa!”. La regola, piuttosto che in uno scritto, il fondatore l’ha lasciata in un’opera. Guardando ad essa si comprende il senso di una vita e il modo di vivere il Vangelo. La Piccola casa racchiude e custodisce l’ispirazione carismatica.
Il racconto dei 180 anni si articola in quattro percorsi:
- La fecondità del carisma del Cottolengo nella Chiesa e per la Chiesa
- La diffusione storico-geografica
- La fedeltà al carisma, al primato di Dio, alla carità, alla comunione evangelica
- Il costante sviluppo in aderenza ai tempi e alla vita della Chiesa.

Nel pomeriggio “fuochi d’artificio”: dai molti istituti che si sono ispirati al Cottolengo la testimonianza di quanto ha prodotto la medesima linfa della carità nella sua straordinaria creatività. La comunione dei carismi, in questo caso è favorita in maniera straordinaria.

Una suora anzianissima, mi ferma e con voce tremante mi ringrazia per l’intervento di ieri e mi esprime il suo assenso: “Con il nostro sì a Dio, come quello dei nostri fondatori, possiamo davvero farci santi”. Un’altra, di mezza età, mi avvicina per dirmi: “Da 45 anni lavoro con gli handicappati. Ho dato tantissimo, ma anche loro mi hanno dato tantissimo, proprio nella reciprocità. Vivendo con loro mi sono passate tutte le paure. Loro mi hanno fatto donna”.

Il saluto che riecheggia costantemente in questa città della carità è “Deo grazias”. Lo senti ripete da ogni persona che incontri, è il buon giorno, la buona sera, la buona notte, il grazie, il prego… È la testimonianza di una grande fede, che vede tutto proveniente dalle mani di Dio, tutto espressione del suo amore, senza distinzione tra gioie e dolori. È così che la “Piccola casa” è luogo del sorriso, non del dolore. Profezia di una socialità nuova, evangelica.

venerdì 20 aprile 2012

Il Cottolengo ispiratore di carismi

Da Brescia a Torino per partecipare ad un indovinato convegno indetto in occasione dei 200 anni dell’ordinazione sacerdotale di san Giuseppe Benedetto Cottolengo. Torno ancora una volta nella “Piccola casa”, dove ho studiato per quattro anni. La “Piccola casa” è ormai una grande città nella città di Torino.

Titolo del convegno: “Un albero, tanti rami: il Cottolengo ispiratore di esperienze evangeliche e famiglie religiose”. È un incontro di “famiglia allargata”, come si afferma all’inizio. Sono infatti qui radunati, per tre giorni di lavoro, non soltanto i tre istituti fondati dal Cottolengo - i padri, le suore, i fratelli -, ma anche gli istituti i cui fondatori si sono ispirati al Cottolengo: le due congregazioni di san Luigi Guanella, le due di San Giovanni Calabria, le due di San Luigi Orione, le Piccole Suore della Divina Provvidenza, l’Istituto dei Verbo Incarnato, la Congrégation de Servidoras de Jesús del Cottolengo, la Congregazione Ancelle della Divina Provvidenza, the Little Servants of the Divine Providence.
San Giuseppe Cottolengo si era ispirato a San Vincenzo di Paoli, san Filippo Neri, san Francesco d’Assisi e a sua volta, lui che si definiva “manovale, balordo, ciabattino”, ha ispirato tanti altri santi. Come meglio si potrebbe illustrare la realtà della comunione dei santi e dai carismi? Ogni carisma è illuminato da altri carismi e altri ne illumina.
L’albero non è, come potrebbe apparire da una prima lettura del titolo, Giuseppe Benedetto Cottolengo, ma Gesù stesso; da lui si diramano tutti i rami, Cottolengo compreso.

Anima e motore del convegno è Carmine Arice, infaticabile organizzatore, con una grande capacità di intessere rapporti. Da anni sta portando avanti lo studio e la riflessione sul carisma e la spiritualità del Cottolengo, coinvolgendo tutti i membri della “Piccola casa”, promuovendo convegni, seminari, gruppi di lavoro. Questa volta vuole contestualizzare il Fondatore nel più ampio orizzonte carismatico della Chiesa.
Nella sala, a vivere l’evento del convegno, circa trecento persone. Incontro anche miei antichi alunni, alcuni di una trentina d’anni fa! Perché tante persone, di tante famiglie religiose? Perché la comunione tra tutti questi fondatori che ruotano attorno al Cottolengo vuole continuare tra i loro figli e figlie. Si tratta di un convegno storico, ma di una storia che continua nell’oggi.

La principale relazione di oggi è affidata al Prof. Stefano Zamagni: I carismi della carità nella storia. Risponde alla domanda sulle concezioni della carità nelle nostre società, in particolare dell’Occidente avanzato, nel corso dei secoli. Illustra le due prevalenti che si sono alternate.
La prima ritiene che il cammino della storia sia tracciato dai potenti e dai poteri costituiti: la spada e il denaro. In questa concezione si riconosce la presenza di eccezioni, date da persone che per scelta libera creano le opere della carità, ma esse sono viste come “addittive”, si aggiungono alle altre, sono lodate, aiutate, ma non devono alterare, contagiare o disturbare le organizzazioni vere e proprie.
L’altra concezione riconosce alle opere di carità il dovere di contaminare le altre forme di economia, la politica, alla cultura, in modo che questi altri mondi siano vivificati dalla carità.
Il professore illustra la sua tesi con un veloce interessantissimo excursus storico, per poi indicare l’apporto che oggi la “carità” può offrire alla nostra società: condivisione, reciprocità, per-dono.
La seconda relazione è affidata a me. Le solite cose… e altro!

giovedì 19 aprile 2012

La mistica dell'unità


Parlando della comunità religiosa il Concilio Vaticano II la descrive come “una vera famiglia adunata nel nome del Signore» che, «con la carità di Dio diffusa nei cuori per mezzo dello Spirito Santo», «gode della sua presenza (cf. Mt 18,20)” (PC, 15). “Gode” è l’esperienza mistica collettiva, frutto del comandamento dell’amore reciproco, della spiritualità della comunione. La nostra santità è il Santo in mezzo a noi.
Vale soltanto per la comunità religiosa oppure la comunità religiosa è segno di ogni comunità cristiana, a cominciare dalla famiglia. Ogni gruppo può “godere” di questa presenza.
Tutti, almeno qualche volta, abbiamo sperimentato la sua presenza con i frutti che egli comunica: gioia, pienezza di vita, entusiasmo, forza e coraggio per vivere con radicalità l’ideale evangelico; crediamo all’amore di Dio che sentiamo riversato nei nostri cuori, ci sentiamo figli e figlie suoi, uno tra di noi e con lui. Non è un’esperienza mistica, del Mistero che ci inabita e ci avvolge?
Seguendo questa via di santità saremo una risposta alle attese della Chiesa di oggi che così si esprime, attraverso il nostro papa Benedetto XVI: “Credo che oggi (…) il nostro grande compito sia in primo luogo quello di rimettere di nuovo in luce la priorità di Dio. La cosa importante, oggi, è che si veda di nuovo che Dio c’è…”.
Con la nostra unità potremo di nuovo renderlo presente e mostrarlo al mondo di oggi.

mercoledì 18 aprile 2012

Voglia di bellezza


La XIV Settimana della Cultura mi apre le porte dei luoghi più belli di Roma. Mai stati al Palazzo Altemps col suo museo romano? Un appuntamento da non perdere, per ammirare sia uno straordinario palazzo rinascimentale, sia la galleria di statue greco romane, in modo particolare la collezione Ludovisi, con il Galata suicida, il sarcofago cosiddetto “Grande Ludovisi”, l’Ares Ludovisi. Chi non ha visto sui libri d’arte il Trono Ludovisi, con Venere che nasce dalla spuma del mare? È proprio qui, a Roma, in questo palazzo!
Abbiamo bisogno di bellezza… 

martedì 17 aprile 2012

La missione via alla santità

Due giorni a Brescia, ospiti in una splendida villa di inizio 1900, con alcuni dei nostri Oblati del Nord Italia, per riflettere insieme sulla nostra spiritualità missionaria.
La nostra ascesi non sono le penitenze, i digiuni, le veglie dei monaci. Sono sul terreno dell'evangelizzazione, frutto del donarsi agli altri, del mettersi a totale servizio delle persone doti, tempo, energie, senza mai risparmio. Pronti a rinunciare ad esprimersi in maniera brillante per lavorare con lingue stranieri, che mai saranno possedute alla perfezione, ad adattarsi a cibi e usi diversi, a prendere la malaria, a cambiare di luogo e di ministero, distaccati dalle persone amate e dal bene fatto…
Anche le notti dei sensi e dello spirito dell'Oblato avranno le connotazioni tipiche dell'apostolo. Possono essere occasionate dal senso del fallimento, dall'insuccesso apparente o reale, dalla percezione della propria inefficienza, dalla sfiducia in se stessi, dalla stanchezza. Davanti alle nuove sfide dell'evangelizzazione ci si può sentire inadeguati, non sufficientemente preparati. Si possono veder crollare le opere costruite con tanta passione, venire meno le persone che ci avevano seguito. Un'obbedienza improvvisa può rimuovere da un campo nel quale si era lavorato con amore e con frutto... Ad una certa età si vedono venire meno le forze e ci si sente incapaci di operare come si era fatto fino ad allora... Il lavoro apostolico è purificato e con esso l’apostolo stesso.
Come per Gesù anche per noi può venire la prova suprema, quella della fede, fino a non sentire più la vicinanza di Dio. Egli sembra allontanarsi dall’orizzonte fino a scomparire. Partiti con slancio per portare la fede, ci si può trovare senza fede.
Ma non è questa è la via seguita da Gesù? Per togliere il peccato del mondo si è fatto lui stesso peccato. Per donarci Dio e farci dio si è fatto senza Dio. L’efficacia del ministero missionario raggiunge il suo culmine proprio nel momento dell’impotenza, quando non si può fare altro che assumere il negativo in sé e attorno a sé, con l’Agnello di Dio che toglie il peccato del mondo, addossandoselo. Si comprendono in maniera nuova alcune parole della Scritture: il tesoro del ministero di Cristo «in vasi di creta, perché appaia che questa potenza straordinaria viene da Dio e non da noi» (2 Cor 4,7).
Si sperimenta anche la forza della risurrezione: «Quando sono debole, è allora che sono forte» (2 Cor 12,10). «Mi affanno e lotto, con la forza che viene da lui e che agisce in me con potenza» (Col 1,29). «Tutto posso in colui che mi dà forza» (Fil 4,13).
La necessità della santità per la missione è sempre stata affermata con chiarezza. Meno sviluppata è l'idea che la missione stessa contribuisce alla santità del missionario. La santità dell’uomo apostolico si costruisce nel costante dono di sé che la missione richiede, nell'amore e nel servizio concreto per i fratelli ai quali egli è inviato. Andare ai poveri vuol dire andare al Signore. Per andare al Padre occorre passare attraverso l'umanità di Cristo, così per andare a Cristo occorre passare per il fratello con cui Cristo si identifica: è la logica dell’incarnazione. Gesù si identifica con chiunque è nel bisogno, sia esso affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere. Tutto ciò che avremo fatto a qualsiasi persona è fatto a lui (cf Mt 25, 31-46).
L'azione diventa fonte di contemplazione in una stupenda circolarità. Si parte da Cristo e si va al fratello e qui di nuovo ci si incontra con Cristo e si ritorna al Cristo.

lunedì 16 aprile 2012

Legate da un sogno e dall’amore


Chi avrebbe mai immaginato che quelle ragazze semplici avessero il coraggio di mettersi di dare insegnamento a chi non poteva permettersi di andare a scuola, un lusso, allora, riservato alle famiglie dell’aristocrazia o ai ricchi commercianti. C’era chi le prendeva in giro, fino al disprezzo: “Ma chi si credono di essere”. Nella Francia del 1600 la loro iniziativa ardita - aprire qua e là alcune scuolette per i poveri - è una novità non facilmente comprensibile.
In mezzo alle difficoltà i legami che univano il piccolo gruppo si fortificavano gradualmente: pregavano insieme, si scambiavano idee e progetti, e soprattutto lavorano insieme, senza preoccuparsi per l’avvenire. Alcune di loro si ritrovava per condividere l’esperienza che stanno vivendo e per confrontarsi con P. Nicola Barrè (1621-1686), il padre Minimo che aveva iniziato con loro la nuova esperienza educativa. Egli, intuendo la possibilità di una dedizione totale e radicale delle giovani, “preso dallo Spirito”, fece loro la proposta di abitare in comune, ma senza assolutamente senza i tre famosi voti. Allora infatti non si immaginava la possibilità di “suore” come le conosciamo adesso. Consacrarsi a Dio voleva dire essere rinchiuse in un convento e allora… addio insegnamento! Ma insieme sì, potevano stare; non sarebbe stato bello vivere insieme?
Le ragazze non ci avevano ancora pensato e, come racconta Margherita Lestocq, che sarà la prima “suora” del nuovo gruppo, rimasero a bocca aperta davanti alla proposta: “… Padre Barrè ci disse che aveva un pensiero e una forte ispirazione di formare una comunità. Ecco come ce lo propose e ci inviò: “Andate a pranzare con le vostre sorelle che fanno scuola presso le Carmelitane; poi pregatele di pranzare con voi alla scuola dei Penitenti, e considerate se potete vivere insieme, le une con le altre” (…) Noi vi andammo per obbedienza, ma assai ciecamente, non comprendendo il mistero. Poi il Rev. Padre ci chiese “Volete vivere in comunità, con la condizione che non avrete nessuna sicurezza? Avrete solo il necessario, ben poca cosa. Se vi ammalerete, andrete all’ospedale (allora luogo di reclusione per vagabondi, appestati e poveri; chi poteva si curava in casa). Pensate alla risposta”.
La risposta delle giovani donne fu un sì senza ripensamento, anche grazie all’esperienza dei quattro anni già passati insieme: “Noi – continua Margherita – rispondemmo di grandissimo cuore: “Sì, lo vogliamo, e ci abbandoniamo alla Divina Provvidenza con totale disinteresse”. Detto, fatto: entrammo in comunità”.
Nacque così una nuova comunità religiosa, le Suore del Bambino Gesù. Suore… senza voti, unite soltanto da un progetto educativo e da un saldissimo legame di amore reciproco, come Padre Nicola scrisse nei loro Statuti e Regolamenti al 1° capitolo: “Vivranno in comunità, senza emettere voti, (…) risolute a rimanere in unione di spirito, di cuore e di missione con tutti i membri delle scuole di carità… Si ameranno e si rispetteranno reciprocamente, come sorelle, e si esamineranno su questo punto di unione vicendevole, durante l’esame di coscienza della sera e del mattino”.
Padre Nicola Barrè non vincolò le suore ad una struttura, ma a un mutuo impegno fra loro: “rimanere in unione di spirito, di cuore e di missione”; un mandato al quale esse rimasero fedeli, nonostante le allettanti e più sicure proposte offerte in seguito da personalità del mondo politico e religioso francese, nonostante la dispersione e la persecuzione della Rivoluzione Francese. Fino al 1866, anno nel quale saranno riconosciute ufficialmente come congregazione e inizieranno ad emettere i voti, le relazioni reciproche, suggellate dal patto iniziale, hanno assicurato all’istituto più di 200 anni di permanenza e di vitalità iniziale.

 Da questo sì iniziale è sgorgato un fiume che nel corso di 350 anni ha raggiunto terre e realtà culturali diverse. Dopo la morte del padre Barrè le suore si diffusero velocemente in tutta la Francia. Alla vigilia della Rivoluzione francese erano presenti in 48 diocesi: insegnavano a vivere il Vangelo come a leggere e a scrivere, e preparavano le ragazze ad un lavoro dando vita alle prime scuole professionali.
Scoppiata la Rivoluzione furono costrette ad abbandonare le loro case e a disperdersi in diverse parti della Francia; alcune vennero imprigionate, e non se ne seppe più nulla… Eppure l’Istituto mantenne la sua vitalità: prudentemente e nella misura del possibile, anche durante la Rivoluzione le suore continuarono il loro lavoro silenzioso. Cacciate da un luogo, riprendevano la loro missione in altro, lavorando spesso in segreto. La madre generale manteneva un legame “clandestino” tra tutte. Così il “fiume” continuò a scorrere, in maniera carsica, sottoterra, aspettando che il pericolo passasse.
Finita la tormenta rivoluzionaria, la ripresa. Nel XIX secolo le suore iniziarono l’espansione missionaria nel continente asiatico: Malesia (1851), Tailandia (1885 e 1957), Giappone (1872: furono le prime religiose a raggiungere il Paese!), Singapore (1853),  Cina (1936 ).  Intanto in Europa l’Istituto si diffondeva in Spagna, Inghilterra, Belgio, Italia, Irlanda. Nella seconda metà del secolo XX le suore continuano a spandersi nei contiventi: California, Perù, Bolivia, Australia, Cameroun, Nigeria; e in questi ultimi decenni Filippine, Romania, Repubblica Ceca, Myanmar...
Oggi, come agli inizi, il  desiderio che muove le suore è quello di far conoscere e amare  Gesù attraverso i ministeri più vari, che continuano ad evolversi secondo le esigenze di ciascun Paese: Rimangono attente all’azione educativa dei bambini e dei giovani, tra gli immigrati, i detenuti e le loro famiglie, con la creatività di sempre: progetti agricoli, assistenza ai ragazzi di strada, centri medici per donne e bambini…
Vedendole in azione tornano alla mente le parole di Padre Nicola Barré: “L’Istituto delle Suore del Bambino Gesù ha per origine il cuore di Dio stesso. Egli ha amato il mondo a tal punto da dare il suo unico Figlio… affinché coloro che credono in Lui non periscano ma abbiano la vita eterna”. 

Signore mio e mio Dio - preghiera di Tommaso e nostra


Signore mio e Dio mio.
Quanti anni avevo quando il babbo, chinato su di me, sussurrava e mi suggeriva queste parole? Tre, quattro anni?
Il sacerdote elevava l’ostia nel silenzio della chiesa inondato dal tintinnio del campanellino. Era Gesù, di nuovo sospeso tra cielo e terra, che si offriva al Padre e univa Cielo e terra.
In quella sospensione d’un attimo, eppure eterna, la nostra adorazione:
Signore mio e Dio mio.
Imparavo a conoscerlo, a riconoscerlo.
Innalzato, attirava tutti a sé.
Tutti. Anche me.
Mi ha attratto al punto che adesso sono io ad offrirlo al Padre e all’adorazione dei fedeli (con la segreta speranza che tra i banchi ci siano ancora dei padri che insegnino ai figli:
Signore mio e Dio mio).
Non conto più le persone che mi raccomandano: “Al momento dell’Elevazione ricordami al Signore”. Vogliono essere tutti lì, in quell’istante eterno, perché lì è l’Amore, lì è la Vita.

sabato 14 aprile 2012

Lui si fida, nonostante tutto…




Il Vangelo di Marco è sbrigativo:
- I discepoli non si fidano di Maria di Magdala e non le credono quando racconta loro che ha visto il Signore;
- non si fidano nemmeno dei due di Emmaus e non li credono quando raccontano loro che hanno visto il Signore;
- il Signore prende atto della mancanza di fede e li rimprovera…
- eppure lui di loro si fida e gli affida la missione di andare in tutto il mondo e di annunciare a tutti la buona novella…

venerdì 13 aprile 2012

Ma l'avrà poi messo il dito nel foro dei chiodi?


Oggi ho visitato la basilica di San Pietro alla ricerca di una testimonianza della risurrezione. Nei quattro pilastri che sostengono la cupola vi sono le statue di quattro testimoni della passione, ma non ricordavo di aver mai visto qualcosa che parlasse di risurrezione.
L’ho trovato su uno dei tre altari nel transetto di sinistra: L’incredulità di S. Tommaso di Vincenzo Camuccini, pittore neoclassico che all’inizio del 1800 Pio VII nominò Direttore generale della Fabbrica di san Pietro e Sovraintendente dei Musei vaticani.
Ma perché il mosaico è intitolato l’incredulità e non la fede di san Tommaso?
La sua è la più bella espressione di fede: “Signore mio, mio Dio”.
Avrà veramente messo il dito nel foro dei chiodi e la mano nel costato aperto dalla lancia, come aveva detto per fare lo scettico? Non credo proprio. Quando si è visto davanti Gesù ne sarà stato subito conquistato (non è questa la fede?).
Beato chi è conquistato da Gesù – chi crede in lui – anche senza vedere: una beatitudine rivolta alla Chiesa, alle generazioni future di cristiani.
Ma sarà poi vero che si crede senza vedere? Proprio vero che non l’abbiamo mai visto?
Ripenso sempre alla prima lettera di Giovanni, quando si legge: “Ciò che noi abbiamo udito, ciò che noi abbiamo veduto con i nostri occhi…”. Chi scrive non è forse più l’apostolo Giovanni, che a quell’epoca poteva essere già morto. La sua comunità, che scrive la lettera in nome suo è composta da persone giovani, che non hanno mai visto Gesù. Eppure il discepolo prediletto parlava loro di Gesù in un modo tale che essi avevano l’impressione di averto davanti, Gesù, di sentirlo parlare, di vederlo! Chissà come era vivo il racconto di Giovanni, come riusciva a trasmettere la sua testimonianza! Al punto che la sua comunità l’aveva fatta propria, ed era ora capace di comunicarla alla generazione successiva. È così, che di generazione in generazione il Vangelo rimane vivo e Gesù continua a mostrarsi: la sentiamo, lo vediamo… e non possiamo non dirgli: “Signore mio e mio Dio”.

giovedì 12 aprile 2012

Maria non ha bisogno di apparizioni





Secondo i vangeli apocrifi il Risorto appare a Maria. I vangeli canonici non dicono niente al riguardo. In effetti Maria non ha bisogno di una apparizione del Risorto: lo vede presente nel discepolo che Gesù le ha lasciato come figlio, è quello adesso il suo figlio risorto; lo vede in mezzo ai discepoli riuniti attorno a lei nel cenacolo; lo vede quando gli apostoli spezzano il pane; lo sente parlare quando ricorda le sue parole, che ha sempre custodito nel cuore.
Le donne che erano andate al sepolcro e i due discepoli in cammino verso Emmaus incontrano il Risorto per strada; Maria di Magdala nell’orto; gli Undici in casa, nel cenacolo; sette discepoli al posto di lavoro, mentre pescavano sul lago di Galilea… Gesù risorto lo si può incontrare ovunque, può apparire in ogni momento. Egli è presente, Signore della vita e della storia.
Ma come era difficile riconoscerlo per quei primi discepoli del Vangelo!
Non così per Maria che lo sa e lo vede presente con la sua fede, adesione immediata e incondizionata.
Lei può chiedere per noi il suo stesso sguardo di fede, perché anche noi possiamo incontrare il Risorto nel quotidiano della nostra vita.

mercoledì 11 aprile 2012

Entrò per rimanere con loro


"Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino".
Cleopa e il suo compagno di viaggio hanno interpretato la preghiera di tutti noi.
Anche noi quando la notte si avvicina – ogni tipo di notte – vorremmo che Gesù rimanesse con noi.
E lui accondiscende: “entrò per rimanere con loro”.
Rimane anche quando “sparì dalla loro vista”.
Sparisce dalla vista, ma la sua presenza rimane: era entrato per rimanere con loro.
Non importa se lo vediamo o meno, se lo sentiamo o meno: lui c’è!

martedì 10 aprile 2012

Paese e spaesati: Ritornare alle origini



Le donne si guardarono l’un l’altra e si dissero: “Forse non abbiamo capito bene”. Doveva venire addirittura un angelo per affidare loro un semplice avviso da bacheca? In quella mattina fresca di primavera avevano trovato la tomba vuota e, dopo il primo smarrimento, avevano avuto un attimo di illusione vedendo apparire un angelo sulla loro strada: finalmente qualcuno avrebbe spiegato l’enigma; invece avevano sentito pronunciare quelle parole di poco valore: “Dite ai discepoli di tornare in Galilea”. Per fortuna, pochi passi più avanti, ad apparire era stato il Signore risorto, ma anche lui per ripetere lo stesso avviso.
Era poi tanto importante questo annuncio, da scomodare un angelo e addirittura Gesù stesso? Sembra proprio di sì. I discepoli avevamo tradito, rinnegato, si sentivano spaesati, smarriti… Con l’invito a tornare in Galilea veniva loro offerta la possibilità di ricominciare di nuovo, non come se nulla fosse accaduto, ma proprio perché era accaduto tutto quello che era accaduto. Soprattutto era un appuntamento con le loro origini, con l’evento fondativo della loro missione; il luogo dell’incontro determinante della vita, della “vocazione”.
Forse un po’ tutti – partiti, sindacati, imprese – siamo “spaesati”, quasi avessimo smarrito il riferimento alle motivazioni iniziali. L’originaria forza propulsiva sembra aver perduto la sua efficacia. Non ne sono toccate soltanto le istituzioni civili e le forze sociali; anche noi personalmente possiamo avere la sensazione di aver perduto il filo d’oro della vita. Davanti a quel rapporto sponsale logorato dagli anni, a quell’insegnamento frustrato da una scuola trasformata in azienda di profitto, a quella professione svolta soltanto a scopo di lucro, non avvertiamo il bisogno di ritrovare la prima ispirazione? Non c’è stato nella vita di ognuno di noi, come agli inizi di ogni tipo di istituzione e opera sociale, un evento, una luminosa intuizione, quasi una chiamata, una spinta che hanno determinato scelte e decisioni? 
Avremmo bisogno anche noi di un angelo che ci invitasse a tornare in “Galilea”, al nostro Paese (= terra dei padri, ossia delle proprie origini), per riprendere da lì il cammino; un cammino rimotivato, più maturo perché ricco del percorso fin qui compiuto, sia dritto o tra-viato, coerente o s-paesato. È tutta la Pasqua questo invito a ripartire, a risurrezione. 

lunedì 9 aprile 2012

Lunedì dell’Angelo



Albeggia appena.
Hanno un problema, le donne, in questo mattino di Pasqua: “Chi ci toglierà il gran masso che chiude la tomba di Gesù?”.
La pietra si erge come una barriera tra loro e Gesù.
Cosa volete che sia un masso per un angelo? Lo rimuove con un dito, come fosse un fuscello.
Nulla più ci separa ormai da Gesù, che non è più lì morto, ma vivo sulla nostra strada com’era sulla strada delle donne.
Come loro anche noi possiamo abbracciarlo, in una nuova intimità.
(Non è simpatico quell’angelo seduto sul masso? Quella barriera non fa più paura. Ci si può sedere sopra come per un picnic… pasquetta fuori porta!)

domenica 8 aprile 2012

Il giorno del Signore



Il giorno del Signore non è il Sabato, giorno nel quale Dio si riposa dopo aver compiuto la creazione.
Il giorno del Signore è “il primo giorno dopo il sabato”, il primo giorno della settimana.
Il giorno del Signore non è la conclusione, ma l’inizio di una nuova creazione:
il Signore risorto fa nuove tutte le cose.

sabato 7 aprile 2012

Pasqua romana


Sono tanti i turisti che in questi giorni vengono a Roma per vivere con più intensità il triduo pasquale. Adesso che anch’io sono romano non posso essere da meno!
Giovedì santo, messa crismale in san Pietro con Benedetto XVI. Davanti alle critiche di immobilismo mosse alla Chiesa, il Papa risponde additando i movimenti: “Chi guarda alla storia dell’epoca post-conciliare, può riconoscere la dinamica del vero rinnovamento, che ha spesso assunto forme inattese in movimenti pieni di vita e che rende quasi tangibili l’inesauribile vivacità della santa Chiesa, la presenza e l’azione efficace dello Spirito Santo”.
Sono con quasi duemila sacerdoti per rinnovare le nostre promesse: “Volete unirvi più intimamente al Signore Gesù Cristo e conformarvi a Lui?... Non appartengo a me stesso – ci ricorda il papa – e divento me stesso proprio per il fatto che vado al di là di me stesso e mediante il superamento di me stesso riesco ad inserirmi in Cristo e nel suo Corpo che è la Chiesa…  Un sacerdote non appartiene mai a se stesso”.
Venerdì santo, via crucis al Colosseo con Benedetto XVI. Ci sono voluti secoli per preparare la magìa di una simile coreografia; se poi ci mettiamo la luna piena che splende sulle antiche rovine e sui pini romani… altro che secoli, miliardi di anni! Accanto a gente venuta dal monto intero gusto la meditazione degli Zanzucchi, così semplice, profonda, umanissima, distillato di vita e di altissima spiritualità, fino alla preghiera finale: «Gesù, fa’ che ci amiamo reciprocamente. Per averti di nuovo in mezzo a noi, ogni giorno, come tu stesso hai promesso: “Dove due o tre sono riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro”».
Sabato santo, l’ora di Maria nella basilica di santa Maria Maggiore. Un’ora di contemplazione, ascoltando il canto della madre, che sola credeva nell’attesa della risurrezione, come cantiamo su melodie sobrie e ariose:
“E gli Apostoli erravano spersi,
quale nave portata dai venti…
Solo tu, Desolata, credevi:
tu sola attendevi implorando
che la Vita tornasse dai morti,
nuovo Giorno, speranza d’eterno.
Dei credenti tu Madre, e di Pasqua
Luminoso cammino alla Chiesa…”
Tutto attorno i mosaici narrano la storia della salvezza che in questo giorno trova il suo pieno compimento. Gesù glorioso che nell’abside della prima chiesa della cristianità dedicata a Maria, è fissato nell’atto di incoronare la Madre, regina del cielo, profezia della meta alla quali siamo incamminati. 

venerdì 6 aprile 2012

Cominciò a lavare i piedi…


Perché, si domanda il grande Origene, il vangelo dice che Gesù “cominciò a lavare i piedi” e non semplicemente “lavò i piedi”? Perché, risponde, Gesù da allora non ha mai smesso di lavare i piedi ai suoi discepoli. Con quel gesto Gesù mostra qual è il servizio che è venuto a compiere verso l’umanità: una purificazione profonda, un rinnovamento interiore radicale che ci porta pienamente in Dio, una creazione nuova, frutto del suo amore infinito.
Con quel gesto spiega tutto quello che seguirà: il suo servizio d’amore si concretizza
nel dono di sé nell’Eucaristia,
nel dono del sacerdozio perché il dono dell’Eucaristia sia sempre presente,
nel dono del comandamento nuovo, che con lavanda dei piedi sappiamo come va vissuto.
Con quel gesto spiega ciò che avviene oggi sulla croce: ci lava con il suo sangue.
Con quel gesto si è abbassato per innalzarci,
si è fatto uomo fino in fondo,
fino a prendere su di sé il peccato e la morte,
per farci figli di Dio,
fino a innalzarci al cielo e introdurci nella comunione con Dio.
Gesù non ha mai terminato quel gesto d’amore: ha dovuto ripeterlo poche ore dopo verso Pietro che lo ha rinnegato, verso i discepoli che l’hanno abbandonato… e continua a ripeterlo verso me, verso ognuno di noi, ogni giorno, non con l’acqua, ma con il suo sangue, espressione del suo amore senza limiti.
Avendo amato i suoi, continua oggi e sempre ad amarli fino alla fine.

giovedì 5 aprile 2012

I sei "qui" del Getsèmani


Qui Gesù ha sperimentato l’ultima solitudine, tutta la tribolazione dell’essere uomo.
Qui l’abisso del peccato e di tutto il male gli è penetrato nel più profondo dell’anima
Qui è stato toccato dallo sconvolgimento della morte imminente.
Qui il traditore lo ha baciato.
Qui tutti i discepoli lo hanno lasciato.
Qui Egli ha lottato anche per me.

Così Benedetto XVI rivive la notte del giovedì santo, nell’orto degli olivi, nel suo bellissimo secondo volume di Gesù di Nazareth che in questi giorni ho divorato.
Qui anche noi viviamo questa notte, dopo aver vissuto nel Cenacolo la santa cena e dopo aver rinnovato la preghiera per l’unità giù per la scala che conduce al Cedron…

mercoledì 4 aprile 2012

La musica si condensa e le mura si sublimano


La musica divina si condensa nei marmi preziosi, negli stucchi dorati, negli affreschi luminosi della Chiesa del Gesù.
L’architettura solenne e armoniosa si sublima nella musica immortale della Messa da Requiem di Mozart.
Indovinato, ieri, eseguire la Messa di Mozart nella Chiesa del Gesù, gremita all’inverosimile, con la presenza del ministro dei beni culturali, altri ministri, turisti… e soprattutto la comune gente di Roma, alla quale piacciono le cose belle.
La chiesa sembra fatta apposta che far risuonare la musica e la musica ha bisogno di questo teatro per sprigionare tutto il suo incanto. Le orecchie ascoltano e gli occhi guardano.
Da ogni parete scende la misericordia del Miserere cantato:

Ricorda, o Gesù,
che io sono la causa del tuo viaggio;
non lasciare che quel giorno io sia perduto.

Cercandomi ti sedesti stanco,
mi hai redento con il supplizio della Croce:
che tanto sforzo non sia vano!

Tu che perdonasti la peccatrice
tu che esaudisti il buon ladrone,
anche a me hai dato speranza.

Quando la Messa giunge al suo termine e il canto si innalza nell’Agnus Dei, anche lo sguardo si eleva in alto a contemplare la gloria dell’Agnello misericordioso, dipinta nell’abside. Ha preso su di sé i peccati ed ora è nella luce attorniato dal salvati: “anche a me hai dato speranza”.