lunedì 3 settembre 2012

Sardegna 6 – L’epopea mineraria del passato e il vuoto di oggi


Non sono andato in Sardegna per fare il turista, e mi sono trovato il classico “turista per caso”. In un raggio di venti chilometri attorno a Carbonia mi è stato offerto un’eccezionale percorso storico di 5000 anni, ricchissimo di siti, reperti, monumenti. Mi manca di aver attraversato il periodo romano, ma per il resto sono passato dal Neolitico alla civiltà nuragica, dai fenici e punici all’era cristiana, su su fino al Settecento, anzi fino ad oggi.
Le miniere e l’industria ad esse legate sono state l’ultima tappa del mio viaggio. Il sito industriale di Portovesme appariva sempre all’orizzonte con le pale eoliche dell’ENEL e le ciminiere dell’Alcoa. La cronaca quotidiana di questa industria, che ha ormai iniziato a spegnere i forni, assieme a quella della miniera carbonifera di Nuraxi Figus hanno accompagnato la mia permanenza nel Sulcis, facendomi vivere da vicino il dramma di questa zona, oggi una delle più povere d’Italia.
L’attività mineraria ha segnato la storia dell’isola fin dalle origini. Quanti ebrei e cristiani sono stati condannati ad metallas, ai lavori forzati nell’estrazione di piombo, zinco, argento. Anche papa Ponziano insieme al presbitero Ippolito vennero relegati da queste parti.
Ma è dalla metà dell’Ottocento che l’era industriale delle miniere è esplosa con tutta la sua forza. Ora rimangono soltanto ruderi, montagne sventrate, ecosistema rovinato, scheletri in cemento armato, rampe di ferro arrugginite, impianti fatiscenti, edifici squarciati, ciminiere spente. Qualche miniera è trasformata in museo. Ho visitato Porto Flavia, il terminale della miniera di Masua, un autentico capolavoro di ingegneria funzionante dal 1926, fino alla chiusura della miniera nel 1994. Poi il vuoto, la disoccupazione. Di un secolo d’oro sono rimaste soltanto le ferite.
Terminata l’epoca mineraria, il Sulcis avrebbe dovuto essere il branco di prova dell’industria metallurgica, e nacque il polo metallurgico di Portovesme. Oggi, dopo 40 anni, è in agonia, come già era stato previsto. Le risorse non mancano, a cominciare da quelle turistiche. Occorrerà fantasia, tenacia e tanta solidarietà.

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