martedì 31 dicembre 2013

Madre di Dio: Custodiva tutte queste cose nel suo cuore


Immagini del Museo di san Domenico in Prato
 “Dove è il tuo tesoro, lì è anche il tuo cuore”. Quando ascoltasti queste parole, che il figlio tuo rivolse alla folla, forse sorridesti: le conoscevi bene. Era lui il tesoro che il Padre ti aveva affidato. Fin dal primo istante che lo Spirito lo generò in te e da te, il tuo cuore era con lui. Lo hai sempre pensato, lo hai sempre amato, lo hai sempre ascoltato. Hai vissuto con lui, per lui, di lui. Lo hai accudito, fatto crescere… Era sua madre e per lui hai vissuto.
Il Natale ti ritrae in contemplazione del Figlio. L’Occidente ti dipinge in ginocchio davanti al tuo bambino, a mani giunte, estasiata, tutta presa da lui. L’Oriente ti vede orante, con figlio iscritto nel tuo seno, nel cerchio del cuore. In Occidente Gesù è un bambino, vero uomo, adagiato in un presepe vero. In Oriente è il Signore Iddio immerso nell’oro del cielo. Per entrambe le tradizioni tu sei la Madre, custode del mistero e da esso rapita.

Hai generato colui che neppure i cieli, opera sua, possono contenere.
Egli è più grande di te e tu lo contieni. Si è rimpicciolito perché tu potessi accoglierlo e si è fatto tuo bambino.
Ti ha reso infinitamente grande perché tu lo potessi accogliere e ti ha fatto Madre di Dio.
Ora sei davanti al mistero, che serbi in cuore, meditandolo. È talmente grande – è Dio! – che ti riempie tutta. Lì è il tuo tesoro, lì il tuo cuore. Sei tutta per lui, con tutta te stessa.

Così vorremmo essere noi.
Il cuore, inquieto, percorre mille sentieri, attratto dalle mille ricchezze disseminate lungo il cammino. Tutte belle, tutte buone, tutte nostre. Ma il tesoro è un altro e tu oggi ci ricordi dove puntare il cuore.
Il tuo perenne raccoglimento, il tuo silenzio, la meditazione, l’adorazione di Dio, che in sé contiene ogni altra ricchezza, ogni altro amore, è l’icona del tuo Natale. Che sia anche quella del nostro cammino, che oggi riprende con il nuovo anno.

Mostra a noi il tuo Tesoro,
Vergine Madre,
come lo mostrasti a Giuseppe,
ai pastori, ai magi.
Insegnati a guardare tuo Figlio
con i tuoi stessi occhi di contemplazione
e adorazione
e amore.
Chiudi i nostri occhi
su altri tesori
e donaci sguardi per lui soltanto.
Educa il cuore a custodire,
nel silenzio e nella meditazione,
il mistero della presenza di Gesù,
perché sia sempre lì,
con il suo unico Tesoro.


lunedì 30 dicembre 2013

Adorazione



“Signore mio e Dio mio”.
Quanti anni aveva quando il babbo, chinato su di lui, sussurrava e gli suggeriva queste parole? Tre, quattro anni?
Il presbitero mostrava il pane consacrato nel silenzio della chiesa del villaggio. Era Gesù, di nuovo sospeso tra cielo e terra, che si offriva al Padre e univa Cielo e terra.
In quella sospensione d’un attimo, eppure eterna, l’adorazione del babbo e del bambino:
“Signore mio e Dio mio”.
Pafnunzio imparava a conoscerlo, a riconoscerlo. Il suo Signore e il suo Dio, innalzato, attirava tutti a sé.

Tutti. Anche lui.

domenica 29 dicembre 2013

Tante famiglie per una Santa Famiglia

“La casa di Nazareth è la scuola dove si è iniziati a comprendere la vita di Gesù, cioè la scuola del Vangelo.
Oh! come volentieri vorremmo ritornare fanciulli e metterci a questa umile e sublime scuola di Nazareth! Quanto ardentemente desidereremmo di ricominciare, vicino a Maria, ad apprendere la vera scienza della vita e la superiore sapienza delle verità divine!
La casa di Nazareth in primo luogo essa ci insegna il silenzio. Oh! se rinascesse in noi la stima del silenzio, atmosfera ammirabile ed indispensabile dello spirito.
Qui comprendiamo il modo di vivere in famiglia. Nazareth ci ricordi cos'è la famiglia, cos'è la comunione di amore, la sua bellezza austera e semplice, il suo carattere sacro ed inviolabile.
Qui soprattutto desideriamo comprendere e celebrare la legge, severa certo, ma redentrice della fatica umana”.
Queste parole che Paolo VI pronunciò il 5 gennaio 1994 a Nazareth, durante il suo viaggio in Terra Santa, risuonano ogni anno nella Liturgia delle ore che la Chiesa ci fa pregare.
La famiglia di Nazareth è l’inizio di un cammino che ci condurrà alla creazione della grande famiglia dei figli di Dio, meta finale della storia umana.
Tra i due momenti estremi le tante nostre famiglie, memoria della famiglia di Nazareth e segno della grande famiglia umana della fine dei tempi. Anna Maria, dopo essere stata ieri sera in visita nella mia famiglia, dove sto passando questi giorni di festa, oggi mi ha scritto: “è valsa la pena venire da voi. Ho gustato la gioia della famiglia con i grandi e i piccini, come quando c’erano la mia mamma e il mio babbo!”
Tra i due momenti estremi anche le “famiglie religiose”, tante delle quali sono esplicitamente intitolate alla Sacra Famiglia, come le “Suore della Sacra Famiglia” di Bordeaux, le “Suore della Sacra Famiglia di Nazareth”, le “Piccole Suore della Sacra Famiglia” i “Preti e fratelli della Sacra Famiglia”, i “Figli della Sacra Famiglia”… tutte desiderose di rivivere l’unità della prima Famiglia e di anticipare la grande famiglia del cielo.
Tutti alla scuola di Nazareth per imparare ad essere sempre famiglia.


sabato 28 dicembre 2013

Con lei in classe non ci pare neppure d’essere in carcere

“La prima rapina a mano armata l’ho compiuta a nove anni. In una salumeria.
Mi sono messo in fila, ordinatamente, aspettando il mio turno”.
Salvatore si ferma un attimo e mi guarda dritto negli occhi: “Ha capito bene, professoressa? Ho rispettato la fila! Sono una persona seria”.
“Quando sono arrivato al banco ho ordinato un panino. Il salumiere taglia il pane e mi chiede: Ragazzino, cosa ci metto? Con calma estraggo la pistola e gliela punto: Imbottiscilo di soldi. Ha tirato fuori alcune banconote dalla cassa e senza battere ciglio le ha messe nel pane. Così sono uscito con il mio panino imbottito di soldi.
“Salvatore, naturalmente era una pistola finta.”
“Come finta? Le ho detto che sono una persona seria. Non crederà mica che giocassi con i balocchi”.
“Vedi che ho ragione a dirti che sei una persona intelligente? Già a nove anni… Non sarebbe ora di farla funzionare bene quella bella zucca?”
Salvatore mi sorrise e si rimette seduto, contento che qualcuno riconosca finalmente le sue doti.
Una delle mille storie che Anna Maria, maestra dei carcerati, ha condiviso questa sera con noi, portandoci in un mondo terribile e fascinoso, dove svolge la sua missione. Il frutto?
“Dottoressa, quando siamo con lei in classe non ci pare neppure d’essere in carcere”.

venerdì 27 dicembre 2013

Tre comunità a Borgonuovo


Esco al Casello di Sasso Marconi, dove si fermò Antonello Venditti nel suo “Bomba o non bomba”, con la differenza che io ho trovato tre bellissime comunità. Non proprio a Sasso Marconi, ma in una delle sue frazioni, Borgonuovo. La zona, ai piedi dell’Appennino ha un suo fascino discreto. Vicina spicca il santuario della Madonna di san Luca.
Al Cenacolo Mariano scopro la prima comunità, le Missionarie dell’Immacolata di Padre Kolbe, un istituto secolare di giovane fondazione, ormai diffuso in mezza Italia, California, Bolivia, Brasile, Polonia, Lussemburgo.
Poi la seconda comunità, i Missionari di Maria. Comunità piccola, soltanto 14 sacerdoti, assieme ad altrettante Missionarie.
Infine la comunità giovannea. Sì, proprio quella di san Giovanni di cui oggi è festa. A messa abbiamo letto l’inizio della sua lettera. Ma è proprio sua? Il “noi” della lettera può essere un plurale maiestatico, oppure un plurale genuino che fa riferito a un gruppo. Questa ultima interpretazione, particolarmente suggestiva, a me sembra la più probabile (seguo gli studi di R.E. Brown, A. Dalbesio, G. Segalla).
La lettera è stata scritta alla fine del primo secolo, quando Giovanni il discepolo prediletto era già morto. I membri della sua comunità non avevano mai visto, udito, toccato Gesù, vissuto prima che loro fossero nati; come potevano dire d’averlo visto con i loro occhi, ascoltati con le loro orecchie, toccato con le loro mani?
Il discepolo prediletto aveva condiviso con loro la sua esperienza straordinariamente forte del Gesù storico, con una convinzione ed una efficacia tale che essi l’hanno fatta propria: essa è diventata esperienza di tutto il gruppo. I “noi” della lettera non sono testimoni oculari, eppure, da come Giovanni ha comunicato loro la sua esperienza essa è diventata la loro esperienza e loro possono dire che, attraverso il discepolo prediletto di Gesù, hanno udito, veduto, toccato il Verbo della Vita. Come possiamo fare anche noi...

giovedì 26 dicembre 2013

Il cappone e il sasso di santo Stefano


“Se in casa c’è un cappone solo, non si cucina a Natale, ma a Santo Stefano”. Così si diceva una volta a Prato, dove la festa di Santo Stefano è la più grande festa della città. Anche oggi il duomo si è riempito di fedeli, attorno ai loro vescovi e a tutto il clero, con tutte le autorità civili e militari. I valletti e gli armigeri del comune, con i costumi medievali, tamburi, chiarine e stendardi. Segni di una tradizione che continua e che lega la città direttamente alle origini del cristianesimo.
Anche oggi il “sasso” è stato portato sull’altare maggiore per la venerazione, uno degli improbabili sassi con cui venne lapidato Stefano. Che a quel tempo abbiano pensato di raccogliere i sassi delle lapidazione per distribuirli alle parrocchie? È piuttosto, come per tante altre reliquie, soltanto un simbolo che ci ricorda quell’evento immortale del primo martire.
Mi hanno colpito le parole del nostro santo nel momento della morte, una riguarda se stesso: «Signore Gesù, accogli il mio spirito», l’altra quanti lo circondano: «Signore, non imputar loro questo peccato». Sempre così i santi e i martiri consegnano se stessi a Dio, senza dimenticare gli altri, volendoli salvarli con sé.

mercoledì 25 dicembre 2013

Natale, un passo sulla luna e uno sulla terra


Neil Armstrong
Presepe in Via Aurelia


La cosa strabiliante
non è che l’uomo
sia arrivato a camminare sulla luna,
ma che Dio sia sceso
a camminare sulla terra


(Neil Armstrong, il primo uomo a mettere piede sulla luna, 20 luglio 1969) 

martedì 24 dicembre 2013

In notte placida


La polizia di Roma capitale ci ha donato un bel concerto nella cornice suggestiva dell’Aracoeli a Roma.


In notte placida, per muto sentier, 
dai campi del ciel è discese l'Amor, 
all'alme fedeli il Redentor ! 
Nell'aura è il palpito d'un grande mister: 
del nuovo Israel è nato il Signor, 
il fiore più bello dei nostri fior ! 

lunedì 23 dicembre 2013

I miei auguri di Natale

Presepe di sant'Eustachio
“Di troppo rigore si muore”. È lo slogan che rimbalza da un punto all’altro dell’Europa contro le forti restrizione economiche, la tassazione esosa, il giro di vite finanziario. Si muore anche per asfissia da corruzione, da frode fiscale, da mafie, da degrado politico. Ma soprattutto, mi sembra, si muore di sfiducia e di perdita di speranza nel futuro, frutto del ripetersi e dell’amplificarsi quotidiano e capillare di queste notizie di morte. Prima montano lo sdegno e l’ira, poi la vergogna rassegnata d’essere italiani, infine la minaccia di lasciare il Paese, fino a lasciarlo veramente. Ora che arriva Natale, l’unica, legittima preoccupazione è il calo dei consumi.
Forse sarebbe l’ora di alzare lo sguardo e, almeno a Natale, guardare Natale per quello che esso effettivamente è, una grande buona notizia: Dio viene tra noi. E ditemi se questo è poco.
Va riavviata la ruota del lavoro, agevolato l’accesso ai finanziamenti, incentivato il mercato immobiliare, ma non basta per non morire. Per non morire, anzi per tornare a vivere con la passione della vita, occorre ritrovare le motivazioni del vivere. Non si tratta di mettere la testa nella sabbia, secondo la politica dello struzzo, per non vedere le cose che non vanno. Si tratta di guardare oltre, più avanti. E Natale insegna.
Natale in via del Corso
Se Dio avesse scelto un luogo che offriva migliori opportunità di lavoro, non si sarebbe incarnato alla periferie dell’impero e non avrebbe preso residenza a Nazareth, “da cui non può venire niente di buono”, come si diceva allora (sembra di ascoltare quello che si di oggi dell’Italia); sarebbe nato a Roma. Ha scelto di riscattare un popolo, una nazione immettendovi fermenti di idee nuove, propositive, pagando del suo.
Natale insegna che la semplicità della vita, perfino la povertà, possono essere vissute come una opportunità contro un egoistico superfluo ingombrante che illude di offrire pienezza e lascia invece il vuoto. Insegna che la famiglia è un valore insostituibile, come lo è il lavoro, l’ascolto di voci d’angeli che dall’Alto, invitano alla pace… A Natale Dio ha scelto semplicemente di vivere, perché crede che vale la pena vivere.

domenica 22 dicembre 2013

Natale in Carcere

Natale a Roma
Mimmo è sempre grande! Ecco la sua esperienza nel carcere di Kinshasa.
Carceri della capitale. Era la prima volta che mi trovavo a confessare dei carcerati e l’ho presa come un’occasione per cominciare a vivere il Natale.
Dapprima ho sentito una certa repulsione nei loro riguardi, poi una forte attrazione che cercavo di esprimere tramite le formule della confessione in lingala, anche se lette in modo amatoriale. In ogni modo cercavo di rifarmi alla fine di ogni confessione quando assicuravo ad ognuno, in francese o in un lingala, che avremmo pregato per loro. E tanti ne erano visibilmente contenti.  
Finite le confessioni individuali, all'incirca un centinaio di uomini e qualche donna, i carcerati continuavano a cantare nell'attesa che la liturgia penitenziale terminasse. Poi prendo la parola, davanti a tutti. Tento di rivolgermi loro in lingala. Non viene niente. All'istante designano un carcerato per tradurmi in francese. Mi faccio coraggio. Dapprima li saluto, li ringrazio per il loro fervore e poi comincio a parlare di Mandela che in Africa gode la stima di un eroe della riconciliazione. E dico che Mandela potrebbe essere preso da esempio nella loro situazione. Come Mandela aveva fatto del lungo tempo passato in carcere un tempo per consolidare le sue idee di non-violenza, anche loro potevano entrare in questa mentalità per immettersi in una novità di vita. Mandela aveva fatto del carcere un luogo dove coltivarsi e preparare la sua azione futura per salvare il suo popolo dalla discriminazione e della guerra civile. Pure loro potevano tentare di entrare in tale dinamismo per ricercare il bene comune della società. Tanto più che a dire il vero Mandela non aveva nessun crimine da scontare. I carcerati mi ascoltavano assentendo a quanto dicevo e un bell'applauso ha coronato la mia breve esortazione.
Ora mi propongo di essere più attento a cercare Dio nel mondo!

Su Padre Mimmo Arena vedi


sabato 21 dicembre 2013

Il Gesù Bambino di Roma

A Roma c’è una Chiesa di Gesù Bambino a Monte Sacro e un’altra all’Esquilino. Ma non è quello il Gesù Bambino di Roma. A Roma c’è il più antico presepe del mondo, a Santa Maria Maggiore: dalla prima metà del VII secolo vi si conservano le reliquie della mangiatoia e delle fasce di Gesù. Quando nel 1200 la Terra Santa fu definitivamente perduta nelle mani dei Saraceni, la basilica romana divenne la “seconda Betlemme” e Arnolfo da Cambio vi scolpì il suo stupendo presepe. Ma non è questo il Gesù Bambino di Roma.
Se scrivete una letterina a Gesù Bambino, le poste italiane la recapitano all’Ara Coeli, dove c’è la famosa statua di Gesù Bambino. È questo il Gesù Bambino di Roma. Perché proprio questo? Perché la tradizione di Gesù Bambino qui sulla rocca del Campidoglio risale… al giorno stesso della nascita di Gesù a Betlemme. Proprio così! Il giorno in cui nacque Gesù la Sibilla Tiburtina e Augusto imperatore lo videro, così almeno raccontano i Mirabilia Urbis e la Leggenda aurea di Jacopo da Verazze. Sopra il Campidoglio apparve una grandiosa visione: nel cielo un sole d’oro dentro il quale stava seduta una donna con un bambino in grembo. La Sibilla, rivolta all’imperatore, esclamò: “Questo bambino è più grande di te, perciò adoralo”, e si udì una voce che diceva: “Hoc est ara coeli”, questo è l’altare del cielo. L’origine del nome di quella che oggi si chiama l’Aracoeli è alquanto più complessa, resta il fatto che in quel punto del Campidoglio sarebbe sorta la chiesa della Madonna dell’Aracoeli.
Nella cappella, in fondo a sinistra, il Bambino di Aracoeli. Fu scolpito a Gerusalemme da un frate Francescano nel XV secolo, su legno d’ulivo. Poiché il frate non aveva le tinte necessarie per completare il lavoro, l’opera fu portata a termine da un angelo. Nel viaggio verso Roma la nave incappò in una furiosa tempesta e il frate fu costretto a gettare in mare la statua (altri dicono che la nave naufragò), ma il Bambino giunse da sola al porto di Livorno.
A Roma la statua fu accolta con grande festa. Un giorno del periodo natalizio una nobile romana la rubò e la nascose in casa. Il Bambinello, di notte, se ne tornò in Campidoglio da solo, mentre le campane della basilica suonavano prodigiosamente a festa. Fu poi rubata 1798 dai soldati francesi e quindi riscattata. Ma dopo il furto del 1994 né Gesù Bambino è tornato da solo all’Aracoeli, né è stato riscattato. Ora lo sostituisce una copia… in attesa del ritorno. Non c’è più neppure il favoloso tesoro che si era accumulato lungo i secoli, segno di una grande devozione, che si esprimeva in molti altri modi. Le mamme prima del parto salivano dal Bambinello per una speciale benedizione e dopo per presentare il proprio nato. Lo si portava al capezzale degli infermi. Nel 1897 fu incoronato da Leone XII. Ancora oggi, la sera dell’Epifania, tutta la città riceve la sua benedizione.
Oggi sono stato a trovarlo. Davanti alla piccola statua un cesto con le lettere dei bambini. Le passo ad una ad una, anche se non mi è consentito aprirle. Provengono dalla Svizzera, dal Giappone, dagli Stati Uniti, da tante parti d’Italia, con indirizzi specifici con tanto di numero civico, oppure con indirizzi molto vaghi: “Il Bambino, Roma, Italia”. So che contengono richiesta di preghiere, ringraziamenti…
Prego il Bambino per i bambini, per quelli felici e quelli infelici, per chi ha i genitori e per chi è orfano, per chi è accudito e per chi è maltrattato… Soprattutto per quelli che nascono e crescono tra le atrocità delle guerre, nella fame. Lui, Bambino come loro, li capisce e li ama. Ho pregato anche per me, perché diventi come un bambino, come lui, altrimenti non si entra nel Regno dei cieli.
Ma a Roma c’è un altro Gesù Bambino, un ospedale. Mentre oggi io andavo a trovare il Gesù Bambino dell’Aracoeli, papa Francesco andava a trovare i bambini dell’ospedale. Anche lui ha preso in mano un cestino con le letterina dei bambini ammalati, e ha detto: “Vi ringrazio per i vostri sogni e preghiere, che avete raccolto in quella cesta: li presentiamo insieme a Gesù, Lui li conosce e conosce quello di cui avete bisogno. Gesù ha con voi un legame speciale: vi sta sempre vicino”.

Forse è questo il vero Gesù Bambino di Roma, quello che si trova ammalato, in tanti bambini, all’ospedale del Bambin Gesù. 

venerdì 20 dicembre 2013

Testimonianza su Padre Angelo Dal Bello

Voglio esprimere il mio ringraziamento per avere conosciuto, apprezzato, forse anche "sfruttato", lo confesso, quella colonna, grande ma pieno di umiltà e tenerezza per usare una parola che ora va di moda, che è il nostro P. Angelo Dal Bello. Di lui si può scrivere un libro, quanti ricordi, quanti incontri, quanto paradiso con lui, chissà quante volte gli ho rovinato l'atmosfera con la mia aria da scanzonato, mezzo matto, con le mie battute anche troppo terra terra, ma lui sempre con il sorriso, sempre con accoglienza, che mi seguiva e spero continui a farlo come un padre.
Con lui avevo anche la possibilità di parlare in dialetto, e questo me lo rendeva ancora più "normale". Quanti insegnamenti, quanta pazienza, quanti buoni consigli, e sempre l'incoraggiamento di andare avanti, sempre la carità nell'incontro, nell'interessarsi alla mia salute o alla mia comunità. Ma tra i tanti momenti vissuti con lui mi piace ricordarne due.
Il primo, quando andai a trovarlo a Marino giovanissimo gen-re pieno di paure e di blocchi (qualcuno me lo porto ancora dietro.....) e lui con quel sorriso e quell'accoglienza che ti disarmava e ti faceva facile quello che prima ti sembrava impossibile... Li è iniziata quella lunga storia di incontri con lui, di "vita mia" che lui sempre discretamente seguiva come un papà che vigila sul suo figliolo, e per far questo non c'è bisogno per forza della frusta o del rimprovero, ma bastava vederlo per capire dove sbagliavi e allora giù a incoraggiarti...
Il secondo momento è stato quando qualche anno fa si sono organizzati gli esercizi spirituali inter-religiosi alla Claritas (Loppiano) dove è stato tutto il tempo ad amare, ad ascoltare i giovani con le loro piccole e grandi conquiste, insomma bastava guardare il suo volto che esprimeva più di tante parole, e quando parlava era come stare in un estasi, passami questo termine, non vuole essere smanceria, ti portava in un altra dimensione, dove evidentemente già si ritrovava. In conclusione non basterebbe il resto della vita per dirgli: “Grazie, P. Angelo, per il tuo esserci stato e esserci, anche da lassù a guidare anche i rogazionisti”, a cui era molto legato per aver aiutato generazioni di noi e di Figlie del Divino Zelo; ci voleva e ci vuole veramente bene tanto da capitarmi di venire confuso spessissime volte per un OMI... A me, a dirla tutta, non dispiaceva, non so agli OMI! 
Non basta una vita per dirti grazie P. Angelo, e l'essere stato alla Santa Messa per l'ultimo saluto a Vermicino, non basta, ma mi ha regalato un altro momento di famiglia quella famiglia unita che lui mi ha sempre dimostrato non solo a parole ma soprattutto coi fatti.
Per finire volevo dire grazie anche alla Famiglia Oblata per averlo lasciato un po’ anche a noi, e credo che senza ombra di dubbio potrai affermare con me quanto sia stato un Buon Operaio della Messe. Credo di poter dire tutto questo anche a nome di tanti miei confratelli che hanno conosciuto e apprezzato P. Angelo.
L'anno Nuovo inoltre possa vedere realizzati altri passi verso quell'Unità che Gesù tanto desidera e per la quale P. Angelo Dal Bello ha speso tutta la sua vita.
P. Paolo Bertapelle rcj

giovedì 19 dicembre 2013

La buona coscienza di Guttuso che credeva di non credere

Crispino Valenziano, mio vecchio professore, ha pubblicato un libro su Renato Guttuso, riportando una lettera del pittore al cardinale Salvatore Pappalardo. Un piccolo gioiello che svela l’anima segreta del pittore “ufficiale” del Partito Comunista Italiano. Fra l’altro vi si legge:

L’incontro con Lei mi ha molto arricchito, e mi fa sentire abbastanza forte per dirle che lei è un Cristiano vero, un uomo moderno, un protagonista del rinnovato impegno della Chiesa per la rifondazione di una coscienza morale vivente, in un tempo di grave carenza del valori umani.
Lei sa quali siano i miei ideali e le mie speranze nei confronti di una organizzazione più giusta della società, ma sempre più mi accorgo, invecchiando, che le riforme debbono partire dall’interno delle coscienze.

Nel libro “La storia di Dio e la mia” ricordavo la sua crocifissione e quanto scriveva in proposito nel suo diario, datato ottobre 1940:

Dovrò dipingere un quadro su commissione: due metri per due. Il committente vuole una crocifissione da mettere in capo al letto. Come farà a tenere sospesa sui suoi sonni la scena di un supplizio?
 Questo è tempo di guerra: Abissinia, gas, forche, decapitazioni. Spagna, altrove. Voglio dipingere questo supplizio del Cristo come una scena di oggi. Non certo nel senso che Cristo muore ogni giorno sulla croce per i nostri peccati... ma come simbolo di tutti coloro che subiscono oltraggio, carcere, supplizio, per le loro idee... le croci (le forche) alzate dentro una stanza. I soldati e i cani, le donne scarmigliate, discinte, piangenti al lume di candela.

Il quadro fu accolto fra mille polemiche, da parte anche del clero e del fascismo, perché attraverso il soggetto sacro il pittore presentava un’equivoca presenza della Maddalena e denunziava gli orrori della guerra. Guttuso era consapevole delle reazioni che avrebbe suscitato, ma non poteva sottrarsi al fascino di quella scena.
La coscienza è il luogo segreto dove Dio può sempre entrare, rispettosamente. Basta averne una…


mercoledì 18 dicembre 2013

Luigi Bonazzi Nunzio apostolico in Canada

18 dicembre, giorno di grandi eventi:
1352 – Viene eletto papa Innocenzo VI
1642 – Abel Tasman sbarca a Mohua Golden Bay: è il primo europeo a mettere piede nell'attuale Nuova Zelanda
1859 – Torino: don Giovanni Bosco fonda la Famiglia Salesiana
1865 – Stati Uniti: abolizione della schiavitù con l'approvazione del XIII emendamento alla Costituzione
2004 – La rivista Archäologisches Korrespondenzblatt pubblica la notizia della scoperta in una grotta in Germania dello strumento musicale più antico del mondo: si tratta di un flauto di 35.000 anni fa costruito da una zanna d’avorio
2007 – L'Assemblea Generale delle Nazioni Uniti approva la moratoria universale della pena di morte con 104 voti a favore, 54 contrari e 29 astenuti
2013 – Sua eccellenza Luigi Bonazzi diventa Nunzio apostolico in Canada, con gioia mia e di tutti gli Oblati, con i nostri più vivi auguri e con l’assicurazione della nostra preghiera e della nostra fraterna e sincera amicizia.

Il Canada fu la prima missione della giovanissima Società dei Missionari Oblati di Maria Immacolata.
Era il 2 dicembre 1841 quando p. Jean-Baptiste Honorat, assieme ad altri quattro Oblati, giunse alla casa del vescovo a Montreal. Da lì in pochi anni gli Oblati percorsero tutto il Nord Ame­rica insediandosi nel­l’ovest canadese nel 1845, sulle coste del Pacifico nel 1847, nel Texas e nel nord messicano nel 1849-52, sul­le sponde del Mackenzie e del Mar Glaciale arti­co a cominciare dal 1858.
Padre Honorat portava con sé la lettera con la quale sant’Eugenio gli affidava il nuovo mandato missionario:

Dio e Padre di Nostro Signore Gesù Cristo, che ci ha scelti e predestinati a lode della gloria della sua gra­zia, ci ha costituiti per andare e portar frutto e perché i frutti rimangano. Voi sapete che fin dal momento in cui il Padre di famiglia ci ha mandati all’ultim’ora, noi piccolo gregge, a lavorare nella sua vigna, abbiamo ri­portato dalle nostre fatiche frutti abbondanti; sapete, dopo aver cominciato ad annunziare la sua parola, quali grandi cose Dio ha operato per mezzo di noi, più che indegni, e quanti fuorviati siano stati rimessi sulla ret­ta via mentre andavamo, nei territori che ci stanno in­torno, in cerca delle pecore sperdute. Ora ci si apre in­nanzi una strada più lunga e ci si prospetta un campo più vasto: si spalanca dinanzi a noi una porta immensa essendo inviati non soltanto ai vicini nostri fratelli nella fede, ma anche agli altri che sono lontani e ignari della fede, noi che pure, a motivo del nostro piccolo nume­ro, non eravamo all’altezza del compito di raccogliere la messe abbondante che avevamo sotto gli occhi. (…)
Abbiate coraggio nel Si­gnore e fiducia nella potenza della sua grazia. Rivesti­tevi dell’armatura di Dio, mantenetevi bene in piedi, coi lombi cinti dalla fascia della verità, coperti dalla corazza della giustizia e i piedi calzati in preparazione delle marce evangeliche, perché il Signore vi dia la ca­pacità di annunziare la parola con grande forza e tirar fuori dal peccato i figli della Chiesa per riportarli sulla via della santità: egli apra la vostra bocca per far cono­scere con sicurezza il mistero del Vangelo a coloro che non lo conoscono.
Perciò incoraggiatevi vicendevolmente, edificandovi l’un l’altro: siate uniti in un solo spirito collaborando nel propagare la fede del Vangelo. Voi particolarmente, che abbiamo preposto alla guida dei vostri fratelli, siate superiore nel merito e nella virtù anziché nel grado della vostra carica; badate più a legarvi i cuori dei vostri sud­diti con la carità e la mansuetudine piuttosto che spro­narli con l’autorità. (…)
Da parte mia ringrazio il Signore ogni volta che penso a voi durante le mie orazioni, pregandolo con cuore lieto per tutti voi nella considerazione della vo­stra comunione nel Vangelo; confidando anche che co­lui il quale ha cominciato in voi un’opera così santa la condurrà a termine fino al giorno di Cristo Gesù, come è giusto che io la pensi riguardo a voi che porto sempre in cuore. Dio m’è testimone di come vi seguo tutti con affetto nella tenerezza di Cristo; e chiedo che la vostra carità aumenti sempre di più nella conoscenza e nei sen­timenti per mezzo di Gesù Cristo, a gloria e lode di Dio.
Iniziate dunque il vostro viaggio con cuore lieto e animo volenteroso. Dio Padre medesimo e N. Signore Gesù Cristo diriga i vostri passi. E siano sopra di voi la protezione benevola della SS. Vergine Maria conce­pita senza macchia e la custodia attenta del santo an­gelo di Dio.



martedì 17 dicembre 2013

Le cose non vanno? Può essere una opportunità


Siamo arrivati a 200.000 entrate nel blog. Per l’occasione mi è arrivato un commento anonimo, da una persona che sembrerebbe inferma:
Grazie di vero cuore per le notizie come un "DONO".
Arricchiscono anche chi non si può muovere... ma cerca di Vivere!!!.

Un altro messaggio mi dice:
il tuo blog dà serenità e speranza.

E' proprio vero, in una giornata c’è sempre uno spiraglio di luce.

Oggi leggo, ad esempio, un testo pessimista:
“La nostra storia è intessuta di tremende rotture e traumi. L’ultimo, quello del 1914, è il decisivo. La Seconda guerra mondiale è un’ulteriore applicazione dello stesso principio. Siamo fermi lì. Nel 1913 affioravano Le Sacre du Printemps di Stravinskij, il primo volume della Recherche de Proust, Freud e tante altre cose. Oggi il confronto è impari. Domina la nebbia. Una specie di tremenda incertezza dentro qualcosa di enorme che si muove. E il pensiero che dovrebbe comprendere non è ancora adeguato”. Così Roberto Calasso, direttore delle edizioni Adelphi.

Un testo pessimista?
Sembra esserlo, ma lo si può leggere anche in senso positivo. Se infatti c’è il vuoto, c’è anche una opportunità straordinaria di riempirlo.

lunedì 16 dicembre 2013

Attualità del presepe


Nella sala da pranzo il presepe è già allestito: inizia la novena di Natale. Manca naturalmente il Bambinello, che arriverà la notte del 24.
Presepe tradizionale, con le montagne di carta increspata, muschio, casette in bilico sui dorsi delle montagne, il fiumiciattolo, la donna al lavatoio.
Ma c’è anche qualcosa di originale: questa volta è apparsa una pizzeria con il pizzaiolo che con la sua bella pala inforna una margherita, anche se un po’ elaborata, con le olive.
Al tempo di Gesù non c’erano le pizzerie, semplicemente perché non c’era il pomodoro (una pizza senza il pomodoro, a mio modesto parere, è una semplice focaccia).
Che ci sta a fare questa scenette anacronistica?
Forse dice l’attualità del presepe. Non nel senso che il presepe è sempre bello, sempre attuale, e dovrebbe esserci in ogni casa, ma proprio che è attuale il Natale, Gesù che torna a farsi sempre presente, anche oggi, qui in mezzo a noi. Se ne nel presepe c’è una pizzeria sta proprio a dire che Natale è cosa dei giorni nostri.

domenica 15 dicembre 2013

Una Chiesa in uscita

Ero un po’ sulle spine ieri pomeriggio. Chi avrebbe dovuto venire a prendermi era in ritardo. Non mi piaceva arrivare in ritardo all’appuntamento con una ventina di focolarine e focolarine di Roma che mi aspettavano a Sacrofano, sulla Flaminia alle porte di Roma, per il loro ritiro. Finalmente, dopo aver atteso un po’ sulla strada davanti al cancello, vedo arrivare la macchina e partiamo, sotto un cielo grigio, con la nebbiolina che appare appena lasciamo l’Anulare per inoltrarci sulla consolare, nella campagna romana. Quando arriviamo nel grande complesso che ospita la Fraterna Domus corro nella costruzione che mi viene indicata. Come previsto sono un quarto d’ora di ritardo.
Sorpresa. Mi si apre davanti una vasta sala: 330 persone, dal Lazio, Molise, Sardegna, mi attendono in festa, mi accolgono con un lunghissimo caloroso applauso e mi piazzano subito sul palco con i microfoni. Non si tratta di una conversazione familiare come immaginavo; si aspettano una conferenza seria. Per fortuna mi sono preparato. Devo presentare l’Esortazione apostolica Evangelii gaudium. Una vera sfida, alle quattro del pomeriggio, c’è il rischio che mi si addormentino tutti. Invece l’attenzione è altissima e rimaniamo insieme un paio d’ore con domande, interventi, in un crescendo di interesse. Anche questa volta papa Francesco ha fatto centro.
Il suo è un documento davvero provocante, fin dalle prime righe, quando descrive la Chiesa come lui la pensa e la vuole oggi: una Chiesa “in uscita”, che non guarda se stessa, che non vive per se stessa. “L’intimità della Chiesa con Gesù è un’in­timità itinerante, e la comunione si configura essenzialmente come comunione missionaria”. La Chiesa “in uscita” è la comunità di di­scepoli missionari che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano. Di qui l’invito a osare: “Osia­mo un po’ di più di prendere l’iniziativa!”; “La comunità evangelizzatrice accorcia le distanze, e assume la vita umana, toccando la carne sofferente di Cristo nel popo­lo”. Mentre leggo mi appaiono davanti agli occhi, in automatico, le immagini di papa Francesco in mezzo alla sua gente, senza barriere, in immersione totale, icona vivente di come vorrebbe e vorremmo la Chiesa.
Anche davanti a me ho una icona vivente di Chiesa viva, 330 persone consacrate, che vive tra la gente. Mi tornano alla mente le parole di un a meditazione di Chiara Lubich:
Ecco la grande attrattiva
del tempo moderno:
penetrare nella più alta contemplazione
e rimanere mescolati fra tutti,
uomo accanto a uomo.
Vorrei dire di più: perdersi nella folla,
per informarla del divino,
come s’inzuppa
un frusto di pane nel vino.
Vorrei dire di più:
fatti partecipi dei disegni di Dio
sull’umanità,
segnare sulla folla ricami di luce
e, nel contempo, dividere col prossimo
l’onta, la fame, le percosse, le brevi gioie…
La settimana scorsa avevo davanti a me, a Castelgandolfo, lo stesso popolo di Chiara, anche se là erano 1500. Anche in quel momento ho provato la gioia di trovarmi in una porzione di Chiesa viva, che sta e che va, raccolta attorno al suo Signore e perennemente “in uscita”.

Beato chi non si scandalizza di me

Herodion
Giovanni il Battista, il più grande fra tutti gli uomini. Ha vissuto per il Cristo, lo ha atteso, lo ha sperato e infine lo ha riconosciuto. Lo ha proclamato “Agnello di Dio”, ha capito che avrebbe portato su di sé i peccati nostri e quelli di tutto il mondo. Lo ha additato, ha indirizzato a lui i suoi discepoli, si è messo da parte per lasciargli tutto il posto.
Lui che incantava le folle, lui a cui accorrevano tutti, gente semplice, studiosi, soldati, ora è nella solitudine, nel silenzio, nell’oscurità di un sotterraneo, prigioniero nell’Herodion, il palazzo-fortezza che il re Erode il Grande ha fatto costruire ai confini del deserto di Giuda. Sa che il Cristo ha preso il suo posto. La gente ora va da Gesù, come prima andava da lui. Era quello che lui aveva voluto. Ma quanto è diverso il comportamento del Nazareno comportamento da come egli se lo era immaginato. Lo pensava intento a giudicare con severità, a dividere il grano dalla paglia, a incenerire i peccatori come si brucia la paglia.
Gesù invece non si comporta come lui. Il Battista viveva nel deserto, in maniera austera. Gesù sta con poveri e prostitute, peccatori e pubblicani, mangia alla loro tavola, va alle feste di nozze, lo dicono “magione e beone”. È mite e umile di cuore, non spegne la lucerna fumigante e non spezza la canna incrinata. A tutti va incontro perché non è venuto a condannare ma a salvare ciò che era perduto.
Nel Battista sorge il dubbio: “Sei proprio tu colui che deve venire o dobbiamo aspettare un altro?”. È la sua notte oscura.

Ognuno di noi, in base a quanto ci hanno insegnato o all’esperienza vissuta, immagina Gesù in un certo modo, si fa una sua idea di lui, si aspetta che egli si comporti in una determinata maniera. Gesù invece è sempre imprevedibile e prima o poi si presenti a noi con modalità inaspettate. Quante volte, ad esempio, sentiamo dire o verrebbe da dire anche a noi: “Se io fossi Dio farei, direi…”. Dovrebbe comportarsi come pensiamo noi, dovrebbe presentarsi come a noi sembrerebbe meglio… Lo vorremmo diverso, secondo i nostri gusti. Com’è difficile riconoscerlo quando arriva in modi che noi non ci aspettiamo: “Sei proprio tu? Oppure dobbiamo aspettare un altro? Dobbiamo cercare altrove?”.

Anche a noi ripete: “Beato colui che non trova in me motivo di scandalo!”. Beato chi lo sa accogliere così come è, così come si presenta, anche nelle prove della vita, nei dolori, nelle contrarietà. Beato chi lo riconosce nei misteriosi disegni del suo amore infinito, anche quando a noi sembrano assurdi, incomprensibili. Chi vive così è il vero “piccolo” del regno dei cieli. Chi ha fede in lui e lo riconosce e lo accoglie può diventare più grande del più grande fra i nati da donna.

venerdì 13 dicembre 2013

La Cappella Sistina canta nella Cappella Sistina / 2



Ad te levavi: primo canto della liturgia dell’Avvento.
Vogliamo ascoltarlo cantato dalla Cappella Sistina, mentre guardiamo la Cappella Sistina?

A te innalzo l’anima mia,
mio Dio, in te confido
che io non resti deluso!
Non trionfino su di me i miei nemici!

Chiunque in te spera non resti deluso.

giovedì 12 dicembre 2013

La Cappella Sistina canta nella Cappella Sistina



Entrare nei palazzi vaticani è sempre un’esperienza emozionante. Ci si ritrova nel tempio della bellezza, dell’armonia, del silenzio. Percorrere le “logge” – i corridoi che attorniano il Cortile San Damaso e sulle quali si aprono sale e uffici – dà il senso di essere fuori dal tempo. Qua è là, nei punti strategici, una guardia svizzera solitaria e immobile, in una atmosfera rarefatta. Le sale si susseguono ampie, principesche, coloratissime di affreschi, con soffitti a cassettoni o a volte dipinte. È un tesoro inestimabile dell’umanità, nel quale i maggiori artisti d’ogni tempo hanno lasciato l’impronta del loro genio.


Oggi ha ripercorso questi luoghi che mi hanno portato nello scrigno incantato: la Cappella Sistina. Silenziosa, senza turisti. Si è animata gradatamente di persone che hanno continuato a rispettare la santità del luogo che, ancora una volta, è tornato a essere quello che è, una cappella. E nella Cappella Sistina ecco arrivare la Cappella Sistina, il coro polifonico che dai primi secoli del cristianesimo continua ad animare le celebrazioni liturgiche del papa. Un’ora e mezza di meditazione sull’Avvento e sul Natale attraverso il canto del gregoriano e le polifonie del Palestrina e degli altri grandi del periodo classico. Un dono della Segreteria di Stato per i suoi dipendenti e per il corpo diplomatico. Non appartengo a nessuna delle due categorie, ma ho ricevuto inaspettatamente un invito, che mi ha concesso di godere di questa armonia tra arte visiva e musicale.

mercoledì 11 dicembre 2013

Il primo annuncio: Gesù Cristo ti ama


Il primo an­nuncio: “Gesù Cristo ti ama, ha dato la sua vita per salvarti, e adesso è vivo al tuo fianco ogni giorno, per illuminarti, per rafforzarti, per libe­rarti”.
Quando diciamo che questo annuncio è “il primo”, ciò non significa che sta all’inizio e dopo si dimentica o si sostituisce con altri contenuti che lo superano.
È il primo in senso qualitativo, perché è l’annuncio principale, quello che si deve sempre tornare ad ascoltare in modi diversi e che si deve sempre tornare ad annunciare durante la catechesi in una forma o nell’altra, in tutte le sue tappe e i suoi momenti. (n. 165)


È uno dei tanti passaggi pieni di luce e di gioia dell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium di papa Francesco. Anche in queste righe dice cose che tutti abbiamo in cuore, che pensiamo da sempre, ma ora sono fatte proprio da un papa e sembra abbiano un sapore nuovo, più vero.

martedì 10 dicembre 2013

La gioia del credere


L’ascolto della fede avviene secondo la forma di conoscenza propria dell’amore: è un ascolto personale, che distingue la voce e riconosce quella del Buon Pastore; un ascolto che richiede la sequela, come accade con i primi discepoli che, “sentendolo parlare così, seguirono Gesù”.

Su queste parole dell’enciclica Lumen fidei – che legano saldamente fede e sequela di Gesù – si è aperto oggi il convegno del Claretianum su “La fede nella vita consacrata”. 400 presenti, pronti a condividere la gioia della fede e della sequela.

lunedì 9 dicembre 2013

La famiglia più unita della terra


Festa dell’Immacolata a Firenze, a Villa La Stella. La Famiglia Oblata si è ritrovata insieme con il rinnovo delle promesse. “Per me – mi scrive una delle presenti – è stata la 1° promessa. Ero molto emozionata già dal mattino… L’emozione ha raggiunto il massimo al momento della Santa Messa e alla consegna della croce. La croce di Sant'Eugenio che io ho amato fin dal primo momento che l'ho vista! Per me è bellissima! … Credo che, nessuno mai mi ha accolta così, è la prima volta che mi sento accolta in modo sincero, in modo vero. 
Gli Oblati erano già presenti nella mia vita, in luoghi che io frequentavo, anche se ancora non li conoscevo, non sapevo chi fossero, penso che il Signore già preparava la strada... Ho frequentato il consultorio La Famiglia di Scandicci per un periodo di tempo e lì era presente P. Alfredo Feretti che ancora non conosco di persona. Ho frequentato per qualche anno la Casa di preghiera "Gesù Amore" nella parrocchia di Pelago e lì c'era P. Angelo, ogni tanto mi capitava di confessarmi da lui, ma non sapevo che era un Oblato. Quando si parla di Dio il mondo diventa estremamente piccolo, forse perché Lui è immensamente Grande! 
Mi sento felice e in pace, ringrazio il Signore di tutte le Grazie che mi manda e spero di essere capace di rispondere come Lui vuole”.

Bella anche la festa alla casa generalizia dove abbiamo dato il via al triennio di preparazione per i 2 anni della nascita dell’Istituto, il 25 gennaio 2016. Partire con così tanto tempo di anticipo? Sì, perché vogliamo percorrere un cammino di fede e di conversione, cominciando proprio da casa, dal riqualificare i rapporti tra di noi con la domanda: “Cosa fare affinché la nostra comunità sia la famiglia più unita sulla terra?” La domanda nasce da quanto scriveva sant’Eugenio: “La carità costituisce una parte essenziale del nostro spirito. La pratichiamo prima di tutto tra di noi amandoci come fratelli, considerando la nostra società come la famiglia più unita che esista sulla terra”.
Ieri la nostra famiglia si è ritrovata davvero unita, anche se non posso proprio giurare che fosse proprio la più unita che esista sulla terra. Siamo 68, di 28 nazioni, una bella sfida. Durante la messa rappresentanti di tutti i continenti abbiamo portato i nostri simboli a comporre un’armonia di vita e abbiamo chiesto un cuore nuovo.
A completare la festa con noi anche due vescovi del Canada, uno Oblato e uno Sulpiziano.

domenica 8 dicembre 2013

Immacolata

“Rallègrati, piena di grazia”. Come è possibile che tu sia piena di grazia? Vergine figlia di Sion, stirpe di una umanità piena di violenza e di peccato, in attesa di luce e di salvezza che da sola non potrà raggiungere, come sei nata così bella, così pura, senza peccato? Un albero cattivo non può produrre frutti buoni, da dove sei dunque venuta? Non puoi esserti generata da te stessa piena di grazia.
Piena di grazia perché Dio t’ha ricolmata del suo amore. Lo sei perché ne sei stata riempita di ogni dono, d’ogni bellezza, perché “hai trovato grazia presso Dio”. Cosa possedevi per attirare tanto dono? Meriti speciali? Oppure sei piena di grazia soltanto per la pura gratuità dell’Amore che ama per il solo motivo che è amore e crea l’oggetto del suo amore entro e fuori di sé? Ti ha fatta così, bellezza delle bellezze, per suo puro diletto. Si è creato il suo paradiso nel quale riposare.
Ti guardo stupito. Sei frutto nostro eppure non una delle nostre cellule mortali ti è stata trasmessa. Mistero e miracolo di un Dio che non conosce tempo e che, nel tempo, retroattiva il dono che sulla croce sgorgherà dal cuore squarciato del Figlio tuo. Egli ti genera prima che tu possa generarlo. Ti genera Immacolata perché tu possa generare lui che, fattosi peccato per noi, non ha conosciuto peccato.

Ti guardo e in te vedo splendere l’umanità nuova, quella che il Figlio tuo ha generato lassù sulla croce, quando ti ha generato: la Chiesa, umanità “senza macchia né ruga, splendore di bellezza”. Tu la Madre, lei la Sposa che Cristo ha amato e per la quale ha dato se stesso, così da renderla santa come tu sei santa, immacolata come tu lo sei. Ci vediamo rispecchiati in te, con te “scelti prima della creazione del mondo, per essere santi e immacolati di fronte a lui nella carità”.