domenica 24 febbraio 2013

Il giudizio universale


Lo conosceva a memoria come tutto il resto del Vangelo di Matteo. Lo aveva ruminato a lungo, molte volte, spesso senza prestare peso alle singole parole; gli bastava gustarne il succo, proprio quanto si mangia e si parla di altro. Il racconto scorreva solenne come solenne era la scena che esso raccontava, del Figlio dell’uomo che, assiso sul trono, alla fine dei tempi si accingeva a giudicare la storia: le pecore da una parte, le capre dall’altra.
Apa Pafnunzio stava seduto, appoggiato alla roccia della cella, con le mani intente a intrecciare corde, la mente applicata allo scorrere del racconto, il cuore fisso in Dio. “Maledetti… ero carcerato e non siete venuti e trovarmi”. Quella maledizione, più volte ascoltata, gli balenò davanti improvvisa come una saetta e l’abbagliò. La corda gli cadde di mano. Aveva mai visitato un carcere?
Il vecchio apa riprese a ripetere, ora a voce alta e non più nella ruminazione della mente, le maledizioni del giudice che lo stava condannando al fuoco eterno. Già si sentiva ardere le carni. Aveva visitato gli ammalati. Si ricordava bene a quanti solitari era stato vicino nell’ultima malattia, con quanto amore li aveva accompagnati fin sulla soglia dell’incontro con Dio. Ma aveva mai dato da mangiare agli affamati, vestito gli ignudi?
Viveva lontano da città e villaggi. Era stato chiamato ad una vita di preghiera e di penitenza, a una vita di solitudine. Come poteva prendersi cura di poveri e di carcerati?
Fu colto da terrore. Come avrebbe potuto presentarsi davanti al giudice? Lo avrebbe posto alla sua sinistra, lo avrebbe dichiarato maledetto, l’avrebbe allontanato nel fuoco eterno preparato per il diavolo e i suoi angeli.
Gli tornò alla mente Cirillo, un vecchio amico dei tempi andati, mercante facoltoso, che continuava a dedicare ai poveri il frutto del suo commercio. Gli tornò alla mente amma Tecla, che tesseva tuniche per vestire gli ignudi, la vedova Macrina che nella grande città di Alessandria ogni giorno si recava a portare il cibo ai prigionieri senza famiglia. Come sarebbe stato dolce per loro il giudizio finale, quando si sarebbero sentiti dire: “Venite benedetti…”. Loro benedetti, lui maledetto.
Soltanto raramente poteva godere della visita di questi suoi antichi amici, eppure si sentiva legato a loro da profonda comunione. Ogni volta lo ringraziavano perché aveva dedicato la vita a quella semplice umile opera di misericordia, pregare per i vivi e per i morti. Sì, soltanto questo sapeva egli fare. Sentiva un tale amore per l’umanità intera che avrebbe voluto essere maledetto lui stesso dal Cristo al posto dei fratelli peccatori, come l’apostolo Paolo avrebbe voluto essere anatema al posto loro. Quante volte si era trovato a ripetere: Rimetti loro il peccato, altrimenti cancellami dal libro che hai scritto.
Ora scopriva con terrore che davvero sarebbe stato cancellato dal libro della vita, ma non per l’atto eroico di dare la vita per i fratelli, ma per quello esecrabile di non aver dato loro da mangiare, di non averli visitati nella loro prigionia.
Invece Cirillo, amma Tecla, la vedova Macrina…
Apa Pafnunzio entrò nella cella, accese il lume davanti alla Madre della Misericordia e stette a contemplarla. Con passare delle ore tornò nel cuore la pace e perdette ogni preoccupazione per il giudizio finale.
Fu allora che, in compagnia della Madre, fiorirono alla memoria le parole del santo padre Basilio: “Nessuno basta a ricevere tutti i carismi spirituali. Nella vita comunitaria il carisma proprio di ciascuno diviene comune a tutti quelli che vivono con lui, l’energia dello Spirito che è in uno passa a tutti, si fruisce del proprio dono e lo si moltiplica col farne parte, si gode del frutto dei doni altrui come del proprio”. Egli non viveva in comunità, ma la sua comunione abbracciava Cirillo, amma Tecla, la vedova Macrina e tanti altri che conosceva e che non conosceva, con i quali si sentiva un corpo solo, nella comunione dei santi. Il piccolo povero dono che possedeva, la preghiera per tutti, lo condivideva con loro ed erano suoi i loro carismi di servizio ai poveri, ai carcerati…
Fu così che apa Pafnunzio decise in cuor suo che si sarebbe presentato al giudice abbracciato a Cirillo, ad amma Tecla, alla vedova Macrina: nella condivisione dell’amore sarebbe stato arricchito dei loro doni e la parola di benedizione rivolta a loro sarebbe stata anche la sua benedizione.

1 commento:

  1. Ancora una volta non so dire altro che GRAZIE per l'esperienza del caro apa Pafnunzio. Ci fa capire il valore del vivere con Gesù nella comunione del Suo Corpo Mistico. *1* con tutti voi da Pierangela

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