venerdì 8 novembre 2013

Non siamo tutti uguali, ma con la stessa dignità



“Dio ha assunto in pieno la nostra umanità ed è stato povero per far risorgere la carne, salvarne l'immagine primitiva e restaurare così l'uomo perché diventiamo una cosa sola con Cristo. Egli si è comunicato interamente a noi.
Tutto ciò che egli è, è diventato completamente nostro. Sotto ogni aspetto noi siamo lui. Per lui portiamo in noi l'immagine di Dio dal quale e per il quale siamo stati creati. La fisionomia e l'impronta che ci caratterizza è quella di Dio. Perciò solo lui può riconoscerci per quel che siamo.
Conseguentemente passano in seconda linea le differenze e le distinzioni fisiche e sociali, che pur certamente esistono fra gli uomini. Per questo si può dire che non c'è più né maschio né femmina, né barbaro né scita, né schiavo né libero (cfr. Col 3, 11)”.

Queste straordinarie parole di san Gregorio Nazianzeno che oggi la liturgia ha messo nelle nostre mani nell’ufficio delle letture, mi riportano al discorso sui Dalit di cui ho parlato l’altro ieri sul blog e che hanno fatto riflettere la nostra assidua lettrice (vedi commenti).

Sì, anche tra noi vi sono i ceti sociali, anche noi abbiamo i nostri Dalit, ad esempio gli zingari. I Dalit non possono entrare nel tempio: chi ha mai visto uno zingaro in chiesa? La differenze ci sono, di istruzione, educazione, censo, quoziente intellettivo, salute… Ma è più vero che Cristo si è comunicato “completamente” a tutti, ha dato tutto a tutti e perciò “passano in seconda linea le differenze e le distinzioni fisiche e sociali, che pur certamente esistono fra gli uomini”. Dio, dice ancora Gregorio, “può riconoscerci per quel che siamo”. Dovremmo anche noi riconoscerci per quel che siamo.

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