mercoledì 31 dicembre 2014

All’inizio dell’anno Maria la Madre


Grande la tua maternità. Avvolge cielo e terra.

A Natale lo sguardo era interamente preso da Gesù, l’infinito Iddio rimpicciolito, fattosi seme nel tuo grembo, minuscolo neonato, avvolto in panni, contenuto da una mangiatoia.

Oggi lo sguardo si volge verso di te, la Madre sua. Non più nascosta nella piccolezza di Nazaret, una ragazza come le altre, ma la benedetta tra tutte le donne, nota di generazione in generazione e proclamata beata da cielo e terra. Non più soltanto l’umile serva del Signore, ma la Signora che siede accanto a lui, sua pari: la Madre del Signore.

L’immensità dell’indicibile mistero di Dio che si fa uomo suppone l’immensità dell’indicibile mistero di una donna scelta per essere Madre di Dio, da Dio fatta più grande di Dio per poter contenere Dio, che cielo e terra non possono contenere, tutta vita per generare l’autore della vita.

Ti ergi, all’inizio dell’anno, in sublime maternità, da incutere timore se la tua grandezza non venisse dalla realtà che ha il tenero nome di Madre, come timore incuterebbe un Dio umanato, se non si fosse fatto bambino.


martedì 30 dicembre 2014

Due parole di fine d’anno




Due parole soltanto per questo fine d’anno:

Guardo indietro e vedo me: ti chiedo perdono.

Guardo indietro e vedo te: ti ringrazio.


lunedì 29 dicembre 2014

Maria Maddalena al presepe di Betlemme



Quante persone si muovono attorno al presepe: la madre e il padre, innanzitutto, e con loro Elisabetta e Zaccaria, Simeone e Anna, i pastori e i magi, Erode e i sapienti di corte…
Molte più persone saranno presenti attorno alla croce; tra tutte spicca Maria di Magdala. Quando nacque Gesù lei sicuramente non era ancora nata. Eppure oggi l’ho sentita accanto alla culla di Betlemme. L’ho vista nel duomo di Arezzo, che vale la pena visitare anche soltanto per ammirare il dipinto che ne ha fatto Piero della Francesca: una donna bella, solenne, determinata, sicura di sé perché ha trovato.

Nel passato i lettori dei Vangeli hanno fatto acrobazie per far convergere in un’unica figura femminile Maria di Magdala, Maria di Betania e l’anonima peccatrice che profuma i piedi a Gesù dopo averli lavati con le lacrime e asciugati con i capelli. Oggi la sua immagine raccoglie in sé il profilo di una donna peccatrice e amante, appassionata e disinteressata, in ricerca e appagata. È la figura idealizzata di una donna capace di sintetizzare le più differenti tensioni dell’animo umano. La più vicina a Gesù. Colei che ci fa capire come va amato.
L’anno prossimo chiederò a Piero della Francesca di aggiungerla alla sua Natività , per accoglierlo quando viene al mondo, così come, ai piedi della croce, lo accompagna quando lo lascia per il cielo.


domenica 28 dicembre 2014

Reciprocità




Giochi di onde,
mare tranquillo,
è il moto perpetuo
dell’amore che va e che torna.

(Regalo di Imma)


sabato 27 dicembre 2014

La vita è più forte



Finalmente l’attesissima neve. Non poteva esserci giorno più adatto per battezzare Chiara, l’ultima della famiglia.
Crisi, incertezza del futuro, precariato, tassazione esosa, eppure la vita non si ferma. Ogni bambino che nasce è una scommessa sul futuro, una proclamazione di speranza, la fiducia nell’amore di Dio.
Ogni battesimo è la Chiesa che rinasce, il cielo che si apre, Dio che si sente chiamare Padre.

venerdì 26 dicembre 2014

Santo Stefano: la risposta al Natale


La tramontana è scesa dalle montagne portando aria buona e l’atteso freddo, spazzando il cielo di nubi e lasciando splendere il sole, come si conviene alla festa di santo Stefano.
Il duomo di Prato si è affollato per celebrare il santo patrono. Le chiarine hanno diffuso il suono squillante e gioioso. Gli anziani hanno partecipato come sempre al pontificale solenne. Non si sono visti invece né giovani, né bambini né ragazzi, che si muovono ormai su altri circuiti, ignari delle tradizioni.
Eppure santo Stefano fa venire in mente i giovani, la sua sarebbe la festa adatta per loro: iniziativa, generosità, coraggio, sincerità.
La teca con il "sasso" della lapidazione di Stefano
La festa di santo Stefano succede logicamente quella del Natale: se ieri abbiamo meditato Dio che scende sulla terra, oggi ne contempliamo già il frutto: l’uomo sale al cielo.
È l’amore che ha fatto scendere il Verbo sulla terra: Dio ha tanto amare il mondo da mandare il suo Figlio. È l’amore – il martirio, amore estremo – che ha che ha fatto salire l’uomo al cielo.
L’amore di Dio ha un nome, è Spirito Santo: il Verbo si è fatto uomo per opera sua. La risposta d’amore dell’uomo è mossa dallo stesso Spirito effuso nel cuore: Stefano è “pieno di Spirito Santo” (Atti 6,5; 7,51).
Lo Spirito lo fa parlare “con sapienza ispirata”. Stefano è rapito dalla contemplazione del mistero al punto da trasfigurarlo: ha “un volto come quello di un angelo”. Vede i cieli aperti, la gloria di Dio e il Figlio dell’uomo seduto alla sua destra. Eleva una delle più belle preghiere: “Signore Gesù, accogli il mio spirito”. Chiede il perdono per i suoi uccisori. La venuta di Gesù non è stata vana.


giovedì 25 dicembre 2014

Natale con i tuoi


Una giornata in famiglia: 25 persone, età media 33 anni,
dalla mamma, la capostipite della famiglia,
all'ultima di un mese..
È bello trovarsi tutti insieme. Un dono di Dio.
Preghiamo insieme con la preghiera di Paolo VI a Gesù
contemplato nel grande mistero di Verbo fatto uomo:


Tu sei il Cristo, Figlio di Dio vivo,
Tu sei il rivelatore di Dio invisibile,
il primogenito di ogni creatura,
il fondamento di ogni cosa;
Tu sei il maestro dell'umanità,
Tu sei il Redentore;
Tu sei nato, sei morto, sei risorto per noi;
Tu sei il centro della storia e del mondo;
Tu sei colui che ci conosce e ci ama;
Tu sei il compagno e l'amico della nostra vita;
Tu sei l'uomo del dolore e della speranza;
Tu sei colui che deve venire
e che deve essere un giorno il nostro giudice,
e, noi speriamo, la nostra felicità.
Io non finirei mai di parlare di Te:
Tu sei la luce, la verità, anzi:
Tu sei "la via, la verità, la vita";
Tu sei il pane, la fonte dell'acqua viva
per la nostra fame e la nostra sete:
Tu sei il pastore, la nostra guida,
il nostro esempio, il nostro conforto,
il nostro fratello.
Amen.

mercoledì 24 dicembre 2014

Con la gioia del bambino davanti al Natale


Nei giorni attorno a Natale è d’obbligo passeggiare per le vie di Roma per vedere luci e vetrine. Ma a Natale è d’obbligo visitare il più antico presepe del mondo, scolpito da Arnolfo di Cambio, in santa Maria Maggiore, alla fine del 1200. La basilica, già dal 432, custodisce le reliquie della colla di Betlemme, allora collocate nella “Grotta della Natività” e oggi nella teca della Confessione.
Roma riserva tante altre sorprese. Questa mattina, presto presto, prima che arrivasse la folla di turisti e pellegrini, sono stato in san Pietro e ho ammirato il presepe all’interno della basilica. Un presepe classico, con l’evolversi graduale della giornata dalla notte al giorno, una sobria animazione (non come in quei presepi dove tutti lavorano come forsennati), scene ben curate.
Ciò che mi ha colpito è stato un bambino, all’estremità del presepe, quasi fuori della scena, che esplode in un grido di gioia, con le braccia spalancate, incantato dalla nascita di Gesù Bambino.
Mi è sembrato l’icona dell’atteggiamento più adeguato davanti al Natale. L’ho accolto come un invito ad andare da Gesù come fosse il primo Natale, e – quando tutto attorno parla di morte, corruzione, violenza – lasciarmi sorprendere dall’esplosione di vita che irradia dal presepe, dalla purezza, generosità, mitezza e tenerezza di Dio che appare tra noi.


martedì 23 dicembre 2014

A Gesù Bambino

Come ogni anno, quando arriva Natale, riprendo in mano qualche poeta. Oggi sono stato con Umberto Saba, che mi ha regalato questa bella poesia che sembra la letterina di Natale che scrivono i bambini. Giustamente la intitola: A Gesù Bambino

La notte è scesa
e brilla la cometa che ha segnato il cammino.

Sono davanti a te, Santo Bambino
col capo chino e le manine giunte.
Tu, Re dell’Universo,
ci hai insegnato
che tutte le creature sono uguali,
che le distingue solo la bontà,
tesoro immenso,
dato al povero e al ricco.
Gesù, fa’ che io sia buono,
che in cuore non abbia che dolcezza.
Fa’ che il tuo dono
s’accresca in me ogni giorno
e intorno lo diffonda nel tuo cuore.



lunedì 22 dicembre 2014

Natale a Roma



La vigilia di Natale non si può non passeggiare per le vie della nostra città.
Per godere le luci di festa e i negozi con i regali preziosi.
Per vedere i presepi che parlano sempre di gioia e bontà,
quello storico sulle scalinate di Trinità dei Monti,
quello popolare sotto il portico di sant’Eustachio,
quelli oleografici e pur sempre belli nelle chiese parrocchiali,
quello maestoso di Piazza san Pietro.
Per ascoltare un coro romano che si esibisce gratuitamente in piazza san Silvestro
o i canti e i suoni degli artisti di strada col cappello per terra.
Ma soprattutto per vedere la gente,
lo spettacolo più bello che Roma offre sempre
con generosità e larghezza.
È proprio per questa gente, per questa città,
che ancora si compie il mistero:


Natale: l’uomo accoglie Dio ed è trasformato in Dio.
Divino e umano, Cielo e terra si abbracciano.
L’uomo dà a Dio la sua umanità e Dio dà all’uomo la sua divinità.

Figlio di Dio, ti fai uomo per fare dell’uomo il figlio di Dio.
Scendi su questa nostra terra e ci innalzi nel tuo Cielo.
Spegni la tua luce e ti rendi opaco,
nascondi la tua gloria celeste nella piccolezza di un comune bambino
e accendi noi del divino.
Scendi ancora tra noi
in questa nostra notte
di paura e di speranza.
Torni a brillare la tua luce
e illumini le tenebre
della violenza e della solitudine.
Portaci il Cielo sulla terra
e trasfigura in Cielo la nostra terra.

domenica 21 dicembre 2014

9 / Perché pregare se Dio non ci ascolta?

Questa immagine della Madonna del Natale
che mi è giunta dal Canada
mi ricorda che siamo davvero alla vigilia di Natale
A seguito dei blog sulla preghiera mi hanno chiesto; "Perché, pregare se quanto chiediamo non viene esaudito? È inutile. Più ancora, la preghiera lascia depressi perché le attese sono frustrate".
È un interrogativo che ha sempre agitato il cuore di ogni credente.
Giobbe si lamentava con Dio: «Io grido a te, ma tu non mi rispondi, insisto, ma tu non mi dai retta» (30, 20).
Lo stesso lamento nel Salmo 22, ripreso da Gesù sulla croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?... Dio mio, invoco di giorno e non rispondi, grido di notte e non trovo riposo» (2-3).
Guai alle risposte facili davanti a interrogativi drammatici di chi vede morire un figlio per il quale ha pregato Dio con tutte le forze.
Vorrei non rispondere alla domanda che mi è stata rivolta. Ma io non sono Dio, al quale è consentito non rispondere. Provo così a balbettare. Forse altri potranno aiutarmi a rispondere.
So bene che Paolo ha già risposto a questa domanda quando lui stesso si è accorto che non otteneva quanto chiedeva a Dio: «Non sappiamo neppure cosa sia conveniente domandare», si diceva, occorre «che lo Spirito venga incontro alla nostra debolezza» e ci insegni cosa chiedere, cosa è bene per noi e cosa non è bene (Rm 8, 26). Per tre volte aveva domandato che gli fosse allontanata la tentazione, e si sentì rispondere di no, «Ti basta la mia grazia» (2 Cor 12, 9). Dio non ci esaudisce. Già, perché? Forse perché Dio sa meglio di noi come devono andare le cose. Perché non fidarsi? Se davvero è Amore vuole sicuramente il bene nostro e lui vede più in là di noi. Ci basta la sua grazia.
C’è poi quella benedetta libertà, di cui Dio ci ha fatto dono e senza la quale non potremmo né vivere né amare. Davanti ad essa lui stesso si ferma. Eppure anche al rifiuto davanti ai suoi doni, egli sa come trarre il bene dal male, prendendosi il suo tempo.
Mi sembra ci siano altre piste che possono orientare verso una possibile risposta a questo dramma.
Se la richiesta è sincera essa genera un rapporto personale con Dio. È questo il frutto della preghiera vera: parlare con Dio, confidarsi con lui, stare insieme. Può risponderci di sì o di no, oppure può starsene in un silenzio per noi penoso, ma tutto questo non fa altro che metterci davanti a lui, per portarci lentamente in comunione con lui.
Chiedergli il possibile e l’impossibile ci aiuta inoltre a prendere coscienza della nostra debolezza, piccolezza, fragilità, impotenza, ci fa umili, ci fa riconoscerci bisognosi di aiuto. Ci rende anche attenti alle necessità degli altri, deboli, piccoli, fragili, impotenti come noi e ci invita ad andare in aiuto a chi ne ha bisogno. Anche in questo la preghiera si fa via di umanizzazione.
Chiediamo, continuiamo a chiedere; quello che otterremo sarà senz’altro una comunione sempre più profonda e intima con Dio.

sabato 20 dicembre 2014

Il nostro "sì" / 8. Il respiro della preghiera


“La preghiera è il respiro dell’anima” (Giovanni XXIII)

La respirazione è costituita da due fasi: inspirare, cioè mettere dentro l’aria, ed espirare, lasciarla uscire. La vita spirituale si alimenta, si nutre nella preghiera e si manifesta nella missione: inspirazione, la preghiera, ed espirazione, missione” (Papa Francesco)

Due aforismi che mi sono venuti alla mente questa mattina, parlando della preghiera a 1300 focolarini e focolarine di tutta Italia riuniti a Castelgandolfo. Una trentina ha emesso i primi voti o promesse; tra loro un Ortodosso. Fa impressione parlare dal palco ad un simile popolo. È ormai il terzo gruppo al quale mi rivolgo in questi giorni, il quarto sarà all’inizio di gennaio. Tutte persone consacrate. Nei precedenti gruppi c’erano fino a 14 traduzioni simultanee. Un popolo così numeroso e diversificato e nello stesso tempo – tale mi è sembrato – unito in un unico respiro. Il respiro della preghiera.


venerdì 19 dicembre 2014

Il nostro "sì" / 7 Le molte forme di preghiera


Pregare come? Sono mille le forme di preghiera. Ecco le più comuni.
La preghiera più semplice è quella litanica. Si possono ripetere fino alla sazietà parole quali: “Sei tu, Signore, l’unico mio bene”, “Tu lo sai che ti amo”, “Vieni, Signore Gesù”… L’amore non si stanca mai di ripetere le stesse parole. Questo tipo di preghiera infonde pace, confidenza e dà la forza per riprendere il lavoro, intrattenere rapporti sinceri con gli altri, affrontare prove e difficoltà.
La meditazione – altra forma di preghiera – inizia generalmente dalla lettura di uno scritto, o dal ricordo di qualcosa che si è ascoltato, da un episodio, che aiutano a penetrare le realtà di Dio, le verità della fede cristiana, la vita di Gesù. Vi si riflette, si lascia che entrino nell’animo, le si assaporano, si confrontano con la propria vita per vedere se Dio è contento di noi o se dobbiamo cambiare qualcosa. La riflessione cede poi il posto all’affetto e al colloquio amoroso. È un cammino che porta a conoscere Dio e a conoscere se stessi.
La Lectio divina è una forma di preghiera analoga alla meditazione e spesso ne costituisce lo stesso contenuto. Consiste nel leggere la Parola di Dio, approfondirla attraverso lo studio, lasciarsi interpellare da essa, domandarsi come viverla. Essa fa la verità, è esigente. Penetra come una spada a doppio taglio, ferisce e insieme guarisce. Nutrirsi di essa è nutrirsi di Gesù per vivere di lui e come lui.
La preghiera di quiete nasce quando si avverte la presenza di Dio in noi o attorno a noi. Sappiamo che lui c’è e ci ama; sappiamo che noi siamo con lui e vogliamo amarlo, senza preoccuparci di dire parole. È proprio stare a casa, in famiglia, nella pace.

La preghiera per eccellenza rimane quella liturgica, soprattutto quella eucaristica, vissuta non come un atto di pietà o di devozione, ma come la più alta partecipazione alla preghiera stessa di Gesù. Entriamo nel suo stesso dialogo di vita e d’amore con il Padre, nel suo “Sì”, fino a donare noi stessi con lui, fatti lui, a Dio e all’umanità: è “la sua, la nostra Messa”.

giovedì 18 dicembre 2014

Il nostro "sì" / 6. La preghiera e le preghiere

La preghiera è un rapporto, è vita. Eppure tale rapporto ha bisogno di rendersi esplicito e di diventare sempre più cosciente. La “preghiera” deve allora esprimersi nelle “preghiere”.
È come il bambino: sa che è figlio, che è legato ai genitori dall’amore, ma ha bisogno di dire alla mamma e al babbo: “Ti voglio bene!”, ha bisogno di abbracciarli. Quando è in difficoltà è normale che gridi: “Mamma!”, ha bisogno di aggrapparsi a lei. Altre volte vuole semplicemente starle in collo, per sentirsi sicuro, protetto, per sentire l’affetto.
Così tra marito e moglie: sono già uniti dal matrimonio, lo sanno che sono legati dall’amore, ma hanno bisogno di dirsi che si amano, di esprimere concretamente l’amore reciproco, altrimenti l’affetto si affievolisce e il legame si allenta.
Anche tra amici c’è bisogno di confrontarsi, di discutere, di esprimersi, di confidarsi... È così che si rinsalda l’amicizia.
Tutti questi atteggiamenti sono veri anche nel rapporto con Dio e si esprimono soprattutto nelle diverse forme di preghiera: la benedizione, la lode, l’adorazione, la domanda, l’intercessione, il ringraziamento; nelle diverse modalità: la preghiera vocale, la preghiera litanica (ad esempio, il rosario), la meditazione, la preghiera contemplativa; nella molteplicità dei gesti: il pellegrinaggio, l’accendere una candela...
Prima di accennare ad alcune di queste varie modalità, è utile ricordare quanto Gesù chiede: «Quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto» (Mt 6, 6). È la metafora del raccoglimento. Importante è “chiudere la porta”, ossia avere il coraggio di gettare nel Padre ogni preoccupazione, di svuotare il cuore donandogli persone e cose per essere libero per poter stare con lui, facendo tacere tutto il resto. Come possiamo ascoltare la voce del Signore e parlare con lui se nella nostra stanza parlano tante altre voci?

mercoledì 17 dicembre 2014

Nei “dialoghi a sant’Eustachio” la scoperta di Dio nel dolore

«Dove sei?». È di Dio questa domanda, che continua a rivolgere all’uomo fin dalle origini e non s stanca di cercarlo. Ed è anche la nostra domanda, rivolta a Dio, che non ci stanchiamo di cercare da quando alle origini l’abbiamo perduto.
Quante volte glielo chiediamo, soprattutto nei momenti più difficili: «Dove sei?».
Questa domanda si levò in maniera drammatica nel mezzo del Novecento. Una sera, al ritorno dai lavori forzati, gli internati di un lager nazista scoprono sul piazzale interno tre impiccati, due adulti e un bambino. Le guardie costringono i prigionieri a guardare in faccia gli impiccati, come monito contro ogni velleità di ribellione. I due adulti sono già morti, il ragazzo è ancora vivo, la lingua rossa gli fuoriesce dalle labbra e gli occhi non ancora spenti. Ecco, allora, la terribile domanda di uno dei prigionieri: «Dov'è il buon Dio? Dov'è?». È la scena e l’interrogativo che Elia Wiesel evoca nel suo romanzo La notte.
La stessa domanda se l’è ripetuta Benedetto XVI ad Auschwitz: «Dov'era Dio in quei giorni? Perché Egli ha taciuto? Perché ha potuto tollerare tutto questo?».
La condizione dei prigionieri era di sentirsi «abbandonati anche da Dio» (cf. Monica Dal Maso, Pensare Dio dopo Auschwitz? Il pensiero ebraico di fronte alla Shoah, Edizioni Messaggero, Padova 2007, p. 23). Da allora gli ebrei stessi sono i primi a chiedersi «dov'era mentre il suo popolo veniva ammazzato nelle camere a gas?» (p. 43). «Dio ha taciuto, non è intervenuto, non si è fatto sentire» (p. 64). Se c'è Auschwitz, non può esserci Dio (p. 107). La conclusione sconfortante per tanti è: «ad Auschwitz, anche Dio è morto, anche Lui è passato per il camino» (p. 121).
La domanda non si è chiusa con Auschwitz. Continuiamo a ripeterla davanti alle stragi quotidiani di cui la follia umana è capace, alle guerre, alle ingiustizie, agli attentati che uccidono vittime innocenti. Ma anche davanti alla malattia e alla morte di una persona cara, alle disgrazie che possono capitare in famiglia.

Può sembrare strano che sia stato questo il tema della conversazione di questa sera durante “I dialoghi a sant’Eustachio”. Proprio di questo dovevo parlare la vigilia di Natale, in dialogo con il medico Adelaide Ricciotti?
Purtroppo anche la vigilia di Natale i mariti uccidono le moglie, le madri e figli, 140 bambini vengono trucidati in Pakistan, le persone muoiono in ospedale e di nuovo sale il grido drammatico: «Dov’è Dio?».
Da ottobre con “I dialoghi a sant’Eustachio” mi sono messo alla ricerca dei luoghi dove Dio ci aspetta per incontrarsi con noi, dove noi possiamo incontrarci con lui. Anche nelle grandi tragedie dell’umanità, anche nelle nostre piccole contrarietà di ogni giorno possiamo incontrare Dio? Anche lì ci dà appuntamento e ci aspetta per l’incontro? Sembra proprio impossibile.
Sempre nel romanzo autobiografico La notte appena citato, l’autore ebreo, che si trovava tra i prigionieri quando, vedendo gli impiccati, aveva sentito la domanda: «Dov'è il buon Dio? Dov'è?», narra : «Io sentivo in me una voce che rispondeva: "Dov'è? Eccolo: è appeso lì, a quella forca!"».
Eccola la risposta cristiana. Dov’è Dio? È sceso sulla terra per condividere il nostro grido, la nostra paura, i nostri “perché”, la solitudine, le tragedie, i tradimenti, le percosse, la morte. Elia Wiesel vede Dio sulla forca, immedesimato con gli impiccati, perché Dio realmente è sceso sulla terra, non soltanto per essere accanto a noi, ma per essere impiccato lui stesso, per immedesimarsi con noie condividere le nostre tragedie , i nostri dolori, la nostra morte. Dov’è Dio? Sulla croce.
Un giorno alcuni greci andarono ad Filippo e gli chiesero di vedere Gesù. Filippo si mise d’accordo con Andrea e insieme si rivolsero a Gesù: “Vogliono vederti”. Inaspettatamente Gesù, per farsi conoscere, diede loro un appuntamento un po’ particolare: ci vedremo sul Calvario, là dove il chicco di grano cadrà in terra e morirà, unico modo perché porti frutto: «E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me». Il racconto evangelico si conclude con il commento di Giovanni: «Diceva questo per indicare di quale morte doveva morire» (cf. Gv 12, 20-33).
Anch’io, se qualcuno venisse da me e mi domandasse di vedere Gesù, di incontrarlo, gli indicherei il Crocifisso, il segno del cristianesimo. Nei primi secoli i cristiani non hanno osato raffigurare Gesù in croce, perché immagine troppo crudele, segno di maledizione e di follia. Soltanto Paolo, davanti ai Galati, ha avuto il coraggio di mostrare Cristo e Cristo crocifisso.
Paradossalmente il dolore, nei suoi mille volti, può diventare il luogo d’incontro con Dio.
Come non ricordare la meditazione di Chiara Lubich?:

T’ho trovato in tanti luoghi, Signore!
T’ho sentito palpitare
nel silenzio altissimo
d’una chiesetta alpina,
nella penombra del tabernacolo
di una cattedrale vuota,
nel respiro unanime
d’una folla che ti ama e riempie
le arcate della tua chiesa
di canti e di amore.
T’ho trovato nella gioia.
Ti ho parlato
al di là del firmamento stellato,
mentre a sera, in silenzio,
tornavo dal lavoro a casa.
Ti cerco e spesso ti trovo.
Ma dove sempre ti trovo
è nel dolore.
Un dolore, un qualsiasi dolore,
è come il suono della campanella
che chiama la sposa di Dio alla preghiera. (…)

Sei Tu che mi vieni a visitare.
Sono io che ti rispondo:
“Eccomi Signore, Te voglio, Te ho voluto”.
E in quest’incontro
l’anima mia non sente il suo dolore,
ma è come inebriata dal tuo amore:
soffusa di Te, impregnata di Te:
io in Te, Tu in me,
affinché siamo uno. (…)


martedì 16 dicembre 2014

Er presepio come lo vorrebbe Gesù… e Trilussa

All’inizio della novena di Natale possiamo rileggerci questa poesia di Trilussa
(almeno, una volta si faceva il presepe…):

Ve ringrazio de core, brava gente,
pé ’sti presepi che me preparate,
ma che li fate a fa? Si poi v’odiate,
si de st’amore non capite gnente…

Pé st’amore sò nato e ce sò morto,
da secoli lo spargo dalla croce,
ma la parola mia pare ’na voce
sperduta ner deserto, senza ascolto.

La gente fa er presepe e nun me sente;
cerca sempre de fallo più sfarzoso,
però cià er core freddo e indifferente
e nun capisce che senza l’amore 
è cianfrusaja che nun cià valore.

lunedì 15 dicembre 2014

Parola di vita, qualcosa di nuovo

È una sorpresa per tanti. Con il mese di gennaio il commento alla Parola di vita, che continua ad essere scelta dalla presidente del Movimento dei Focolari, Maria Voce attualmente, non porta più la firma di Chiara Lubich. Eravamo abituati a viverla accompagnati da lei. I suoi commenti rimangono un tesoro prezioso a cui continueremo ad attingere, saranno sempre oggetto di meditazione e fonte di ispirazione.
Quest’anno i commenti sono stati affidati a Fabio Ciardi.

Perché cambiare dopo tanti anni?
Perché la parola di Dio è sempre nuova e attuale. Lungo i secoli generazioni e generazioni di cristiani l’hanno letta e riletta, scoprendovi ulteriori ricchezze. “L’interpretazione della Sacra Scrittura è infinita”, affermava papa Gregorio Magno. Dopo sei anni dalla partenza di Chiara per il cielo è normale che si preparino nuovi commenti. Lei stessa non si è mai stancata di esporre in maniera sempre nuova la Parola di vita. Fossilizzare la sua lettura sarebbe un tradimento. Nel solco della tradizione da lei aperta, siamo chiamati a continuare, proprio come faceva Chiara, ad interpellare la Scrittura perché essa ha sempre nuove risposte a situazioni sempre diverse.

Perché la Parola di Gesù va vissuta per capirne la natura umano-divina?
Prima di essere noi a vivere la Parola, a ben guardare, è la Parola che fa vivere noi. Quando, in un momento di crisi nella predicazione di Gesù (molti si stavano allontanando da lui), gli apostoli attestano di non lasciarlo mai perché le sue sono “parole di vita eterna” (cf. Gv 6,68), mostrano di aver capito cos’è la “Parola di vita”: è letteralmente la Parola “che dà la vita”. Al pari dell’Eucaristia, la comunione con la Parola comunica Gesù stesso. Il destino della Parola, ha scritto Chiara, è quello di “esser ‘mangiata’ per dar vita a Cristo in noi e a Cristo fra noi”. Essa è  addirittura ancora più del cibo, se così possiamo dire, è come l’aria che respiriamo, senza la quale non si può vivere. Raccontando l’esperienza vissuta agli inizi del Movimento, Chiara affermava: “Ci si nutriva di essa tutti gli istanti della nostra vita. Ecco: come il corpo respira per vivere, così l’anima per vivere viveva la parola”.

Generazioni e generazioni di cristiani hanno vissuto la Parola di Dio. Quale la novità introdotta da Chiara Lubich?
Abitualmente ci si ferma a meditare o pregare la Parola. Qui si chiede di metterla in pratica, di trasformarla in vita, come ammonisce san Giacomo: “Siate di quelli che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori” (Gc 1,22). L’ascolto autentico, quello del cuore e non solo dell’udito, equivale all’assimilazione e interiorizzazione della Parola, in modo da informare di essa tutta l’esistenza cristiana. Chiara ha inoltre portato I’attenzione sulla dimensione sociale della Parola di Dio: deve poter generare una comunità cristiana. A questo aiuta la “comunione sulla Parola di vita”, ossia la comunicazione, tra quanti la vivono, degli effetti che essa produce, in modo da aiutarsi a scoprirne tutte le potenzialità. 

Non c’è il rischio, scegliendo una frase della Scrittura al mese, di parcellizzare la Parola dí vita?
La consuetudine di vivere una parola per volta ogni mese non è un indebito frazionamento del Vangelo, ma un modo per scandagliarlo, assimilarlo a piccole dosi, sperimentarlo prendendo coscienza del suo straordinario potenziale. Alla base vi è la consapevolezza che ogni parola della Scrittura contiene tutto il Verbo. Per una misteriosa “pericoresi”, afferma Chiara, “ogni Parola di vita contiene il Verbo”. Di conseguenza, continua, “quando ci nutriamo d’una sola Parola di vita è come nutrirsi di tutto”: “Come  nell’Ostia Santa è tutto Gesù, ma anche in un pezzettino di essa, così nel Vangelo è tutto Gesù, ma anche in ogni sua Parola”. 

Perché hanno affidato proprio a te la redazione di questi nuovi commenti alla Parola dì vita?
Forse perché ho vissuto accanto a Chiara per tanti anni, lavorando con lei soprattutto nel campo della teologia spirituale. Già negli ultimi tempi, quando era ammalata, ho potuto aiutarla nella preparazione dei commenti alla Parola di vita. Spero che la mia prolungata presenza nella Scuola Abbà - l’équipe che studia i “testi fondatori” del carisma dell’unità - mi abbia consentito di assimilare un po’della sua sapienza e di esprimerla anche in questi nuovi commenti. Nello stesso tempo, essendo stato chiesto a me di prepararli per quest’anno, mi esprimo liberamente, con la mia sensibilità e il mio stile. Sono consapevole che la mia è soltanto una piccola introduzione alla lettura della Parola di vita. È poi questa che rimane nel lettore, non il commento, e questa porta frutto.


domenica 14 dicembre 2014

Il nostro “sì” / 5. Icone nello spazio


Foto simili a questa girano da giorni su internet con i commenti più vari. Prima d’ogni commento desta meraviglia (per me piacevole) vedere un crocifisso e quattro o cinque icone sacre appese su una parete dell’astronave, sicuramente dai cosmonauti russi (chi l’avrebbe mai immaginato una volta), davanti alle quali forse pregano anche l’americano e la nostra Samantha Cristoforetti.
Sparito dalle aule scolastiche il crocifisso lo ritroviamo su un’astronave.
Possiamo dire in nostro “sì” ovunque, anche nello spazio. Non ci sono restrizioni di tipo legislativo. La preghiera non ha confini.
Ricordo la frase che avrebbe detto Neil Armstrong, il primo astronauta che mise piede sulla Luna: “La cosa più strabiliante non è che l’uomo sia arrivato a camminare sulla Luna, ma che Dio sia sceso a camminare sulla Terra”.


sabato 13 dicembre 2014

Apa Pafnunzio soffio di Dio


Si era svegliato nella notte. Non era ancora tempo di alzarsi. Apa Pafnunzio colse quel momento per far sgorgare dal cuore il salmo:
“Solo un soffio è ogni uomo che vive,
come ombra è l’uomo che passa;
solo un soffio che si agita…”
Com’era fragile e breve la vita, un soffio appena. Tutto scorre così in fretta. Come erano volati via in fretta i suoi molti anni. Quanti ancora gliene sarebbero rimasti? Un soffio appena. Perché attaccarsi a qualcosa se tutto passa?
Si riaddormentò, foglia leggera portata via dal vento.
Al mattino, davanti all’icona santa, riprese la preghiera.
Gli tornarono alle labbra le parole del salmo:
“Solo un soffio è ogni uomo che vive,
come ombra è l’uomo che passa;
solo un soffio che si agita…”
Sì, era soltanto un soffio…
Un soffio?
D’improvviso avvertì l’alito di Dio che lo penetrava come la creta con la quale era stato plasmato il primo uomo: “e divenne un essere vivente”.
Un soffio la vita dell’uomo, ma soffio di Dio; lo stesso che Gesù emise morendo dall’alto della croce e che avvolse l’universo intero rigenerandolo; lo stesso che alitò, risorto, suoi discepoli dando loro lo Spirito.
Un soffio: lo Spirito.
Quando uscì dalla preghiera apa Pafnunzio non si sentì più foglia portata dal vento, ma creatura piena di Dio, resa da lui stabile e immortale.


venerdì 12 dicembre 2014

Il nostro "sì" / 4. La preghiera, un rapporto d'amore

Se è risposta a Dio che parla, la preghiera diventa dialogo, rapporto d’amore con Dio, una comunione reciproca, uno stare con lui. La definizione più bella è quella offerta da Teresa di Gesù, d’Avila: “Un rapporto di amicizia, un frequente trattenimento da solo a solo con Colui da cui sappiamo d’essere amati” (Vita, 8, 5).
Come per Gesù, la nostra preghiera è “tornare a casa”, entrare in Paradiso, intrattenersi con le Persone della Santissima Trinità, con gli angeli, con Maria, con i nostri fratelli e sorelle che già sono là.
In Dio troviamo anche tutta l’umanità, tutta la creazione. La nostra interiorità non è mai ripiegamento su noi stessi, si dilata su Dio e sul mondo intero, presente in Dio.
In questo dialogo Dio si impegna totalmente, donandosi fino in fondo, al punto da darci (non solo dirci) la sua Parola, il Verbo, che è il Figlio suo, Gesù. Il dire di Dio è dare, darsi.
Anche da parte nostra, se questo dialogo vuole essere autentico, dobbiamo impegnare tutto noi stessi. Gesù è dispiaciuto quando la preghiera è fatta con le labbra e non con il cuore, ossia con tutta la vita, quando si ripete “Signore, Signore” senza compiere la sua volontà.
Vi è dunque uno stretto nesso tra preghiera e vita, non sono momenti staccati tra di loro. Si prega vivendo nell’amore e una vita d’amore è preghiera. Tommaso da Celano scrive di san Francesco: “alla fine non pregava più, era diventato preghiera”.

giovedì 11 dicembre 2014

La profezia della vita consacrata

Nell’aula magna dell’Università Urbaniana, gremita fino all’ultimo posto, si sta svolgendo il 40° convegno organizzato dal Claretianum. Oggi è stato il mio turno, con una relazione su “Carismi al servizio della comunione evangelizzatrice”. Ho concluso richiamando i tre elementi che, secondo la Lumen gentium, caratterizzano il popolo di Dio: «ha per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio… per legge il nuovo precetto di amare come lo stesso Cristo ci ha amati… e finalmente, ha per fine il regno di Dio, incominciato in terra dallo stesso Dio, e che deve essere ulteriormente dilatato, finché alla fine dei secoli sia da lui portato a compimento…» (n. 9).
Partendo da questo ultimo aspetto ho potuto richiamare la dimensione profetica della vita consacrata che ha come missione tenere desta in tutta la Chiesa l’attesa della venuta di Cristo, la speranza nei cieli nuova e nella terra nuova, il cuore spalancato verso il cielo, sua ultima meta.
«Si tratta di mettere il trascendente nel nucleo stesso della vita e dell'attività quotidiana della nostra consegna», affermava Bergoglio al Sinodo del 1994, quando era vescovo ausiliare di Buenos Aires, di aprire una «breccia rivolta verso una trascendenza che non è un trascendere verso l'esterno, ma verso l'interno, verso la dinamica stessa della vita».
Nella lettera apostolica per l’Anno della vita consacrata papa Francesco ha detto chiaramente che si attende «che “svegliate il mondo”, perché la nota che caratterizza la vita consacrata è la profezia. Come ho detto ai Superiori Generali «la radicalità evangelica non è solamente dei religiosi: è richiesta a tutti. Ma i religiosi seguono il Signore in maniera speciale, in modo profetico». È questa la priorità che adesso è richiesta: «essere profeti che testimoniano come Gesù ha vissuto su questa terra… Mai un religioso deve rinunciare alla profezia» (29 novembre 2013).
“Svegliare il mondo”, un’altra delle parole efficaci bergogliane, che implica il pellegrinaggio verso il cuore del mistero cristiano e verso il mondo: sono i due imprescindibili aspetti della profezia. Essere rivolti verso il popolo per parlare di ciò che si è contemplato rivolti verso Dio.
L’inserimento presuppone il radicamento in Dio. Ancora una volta una tensione inevitabile e salutare. «Qui – leggiamo nell’intervento al Sinodo del 1994 – la tensione si stabilisce tra la vita attuale e la dimensione escatologica, tra il servizio apostolico concreto e il messaggio escatologico. Ogni vita consacrata deve essere inserita nell'ambito in cui lavora apostolicamente. Essere religioso non significa “risparmiarsi” per la vita eterna... ma è addentrarsi, come il Verbo di Dio, nella quotidianità del lavoro, mostrando il volto del Padre che attende, del Figlio che rifà tutte le cose, dello Spirito che anima. Inserirsi vuol dire portare l'esempio del limite dell'Incarnazione del Verbo fino all'ambito più intensamente drammatico».

Dopo la mia relazione, che sarà stata bella ma anche dottrinale, c'è stato uno sprazzo luminosissimo di luce: il racconto del "martirio" di quattro Fatebenefratelli, di una suora e di cinque collaboratori laici in Africa, contagiati dall'ebola durante il loro servizio ospedaliero. Questi sì che hanno raggiunto le "periferie esistenziali" e hanno esercitato la profezia!

mercoledì 10 dicembre 2014

Nella casa di Loreto con sant'Eugenio


10 dicembre, Festa della Madonna di Loreto. È la casa dell’annunciazione? Quella dove ha vissuto con san Giuseppe? È storia? È leggenda? Non importa. Ci ricorda la “casa” di Gesù, la sua famiglia. Anche il figlio di Dio ha avuto bisogno di una casa e di una famiglia. Che dono grande avere una casa, una famiglia. Un bene da custodire preziosamente. Oltre 50 papi si sono recati in pellegrinaggio a Loreto, i santi non si contano neppure. È il desiderio di respirare quell’aria di cielo che c’era tra i tre.
Anche sant’Eugenio, in occasione del suo primo viaggio a Roma, di ritorno in Francia volle passare per Loreto. Era partito da Roma il 27 aprile 1826, il giorno dell'Ascensione, all'una dei pomeriggio, col calessino dei servizio postale, e si fermò a Loreto due giorni. Da qui scrisse a Tempier, il 7 maggio:

«Stamane ho avuto la consolazione di offrire il santo sacrificio nella casa a noi così cara dove il Figlio di Dio s'è incarnato; non è un palazzo, ma in compenso ispira sentimenti che non si sperimenterebbero nei palazzi dei grandi della terra. Quando si dice messa in questo luogo santo si vede arrivare con gioia il momento in cui Gesù ricompare nella dimora in cui è vissuto durante il suo passaggio quaggiù.
A sera è di nuovo nella “casa”: «Tutti i nostri amici non saranno sorpresi ch'io fin da ieri mi sia interessato di loro nella santa casa, formulando una preghierina speciale per ciascuno di essi. Sono andato via quando la stanchezza mi ci ha costretto. La pietà dei fedeli, che vanno e vengono dalla cappella e non ne escono senza aver baciato le mura ripetutamente con una dimostrazione di affetto commoventissima, ispira un non so che di tenero e invita a immedesimarsi dei loro sentimenti.

La Santa Casa sta al centro della chiesa. Nella sua parte interna è tale e quale vi fu portata dagli angeli; si vedono i muri di mattoni lungo tre lati della casa; il fondo dietro l'altare dove è stato ricavato un piccolo santuario è interamente ricoperto di lamine una volta d'argento; oggi purtroppo credo che siano di latta molto lucida. Lì si trova il camino dove la madre di Dio preparava poveramente il solito pasto della Sacra Famiglia...» 

martedì 9 dicembre 2014

Il nostro "sì" / 3. La preghiera, una risposta a Dio parla


In questo dialogo l’iniziativa è di Dio: parla attraverso le parole del Vangelo, quelle disseminate nei solchi della terra, nella volta del cielo, nel cuore dei fratelli e delle sorelle, negli avvenimenti.

Parlava a Mosè come ad un amico, come un uomo parla con il suo vicino. Parlava ai discepoli non come a servi, ma come ad amici rivelando loro la Verità tutta intera. Parla anche a noi. E noi possiamo rispondergli, parlare con lui, come ad un amico dal quale sappiamo di essere amati.
Così spiega il Catechismo della Chiesa Cattolica: “Dio, per primo, chiama l’uomo. Sia che l'uomo dimentichi il suo Creatore oppure si nasconda lontano dal suo Volto, sia che corra dietro ai propri idoli o accusi la divinità di averlo abbandonato, il Dio vivo e vero chiama incessantemente ogni persona al misterioso incontro della preghiera. Questo passo d’amore del Dio fedele viene sempre per primo nella preghiera; il passo dell’uomo è sempre una risposta” (n. 2567).

In una parola Dio ci mette al mondo perché vuol parlare con noi, vuole entrare in comunione noi. Fa come i genitori con il bambino: lo pensano e lo amano prima ancora che lui nasca, gli parlano prima ancora che egli possa parlare con loro... Il parlare del bambino è una risposta al parlare dei genitori. La nostra preghiera è una risposta a Dio che ci parla.

lunedì 8 dicembre 2014

Il nostro "sì" / 2. La preghiera via di umanizzazione

Non soltanto Gesù prega, ma invita i discepoli a fare altrettanto e insegna come pregare. Sa che, anche per noi, la preghiera è la strada per prendere coscienza della nostra identità e della nostra missione.
Mi sono chiesto quale è stato il momento dell’umanizzazione. Quando è avvenuto il passaggio dall’essere animale alla persona umana? Quando l’uomo è diventato uomo? La scienza dell’evoluzione ha le sue affascinanti ipotesi, ma io penso che il passaggio sia avvenuto nel momento in cui Dio si è rivolto alla sua creatura e, indirizzandole la parola, ha iniziato a parlare con lei. Rispondendo, la creatura ha preso coscienza di sé. Ne è nato un dialogo.
Nella preghiera scopriamo di essere il “tu” di Dio e scopriamo che egli è il nostro “Tu”. Il rapporto con Dio è dunque costitutivo dell’uomo, lo fa persona (= essere in relazione).
Lo esprime in maniera chiara la Costituzione pastorale Gaudium et spes del Concilio Vaticano II: “L’aspetto più sublime della dignità dell'uomo consiste nella sua vocazione alla comunione con Dio. Fin dal suo nascere l'uomo è invitato al dialogo con Dio. Se l’uomo esiste, infatti, è perché Dio lo ha creato per amore e, per amore, non cessa di dargli l'esistenza; e l’uomo non vive pienamente secondo verità se non riconosce liberamente quell'amore e se non si abbandona al suo Creatore» (n. 19).
Non si tratta di un atto soltanto iniziale, ma di un cammino progressivo verso la pena maturità umana, Esso continua lungo tutta la vita, fino all’ultima risposta all’ultima chiamata con la quale Dio ci inviterà ad entrare nella piena e definitiva comunione con sé. Quello sarà il momento del nostro ultimo e definitivo “sì”.

domenica 7 dicembre 2014

Il dogma dell'Immacolata 160 anni fa


L’8 dicembre 1854, 160 anni fa, il beato Pio IX, con voce commossa e lacrime di gioia, proclamò solennemente una verità che ormai da secoli era nel cuore dei fedeli: “La Beatissima Vergine Maria nel primo istante della sua concezione, per singolare grazia e privilegio di Dio onnipotente, in vista dei meriti di Gesù Cristo, Salvatore del genere umano, fu preservata immune da ogni macchia di colpa originale”.
Sant’Eugenio de Mazenod, che era presente, racconta nel suo diario che il giorno prima e durante la notte a Roma era piovuto a dirotto. Ma la mattina presto il cielo si rasserenò e spuntò un sole splendente, quasi che anche la natura volesse partecipare alla festa della proclamazione del dogma. “Non dico che sia un miracolo, ma sono fermamente persuaso che è una grazia speciale che Dio accorda all’intercessione della sua Madre divina, la cui festa solenne sarebbe stata immancabilmente disturbata dalla pioggia se continuava a cadere come ieri e come questa notte”. Così i romani poterono accorrere in massa in san Pietro che fu presto gremito all’inverosimile.
Nella Bolla Ineffabilis, Pio IX aveva scritto: “Il Dio ineffabile sin dal principio e innanzi ai secoli, elesse e dispose all’Unigenito suo Figlio una Madre (…) e fra tutte le creature (…) predilesse lei, [Maria] (…). La ricolmò dell’abbondanza di tutte le grazie celesti, tolte dal tesoro della divinità, in un modo così meraviglioso”, da renderla completamente “immune da ogni macchia di peccato, e tutta bella e perfetta”, piena di tanta “innocenza e santità”, che di più non si può pensare. Poiché resa “immune dalla stessa macchia della colpa originale”, continuava il papa, essa riportò un “amplissimo trionfo” sull'antico serpente, come aveva annunciato la Sacra Scrittura, nel passo che abbiamo ascoltato nella prima lettura.
“Se il Papa – scrisse ancora quel giorno sant’Eugenio – profondamente commosso ha versato lacrime, potete pensare se le mie non si siano mescolate alle sue. Nessuno, nell’augusta assemblea, aveva il motivo che ingigantiva la mia gioia. Ero vescovo come tutti gli altri – duecento press’a poco – che erano presenti; ma chi poteva presentarsi con il titolo di Padre di questa famiglia sparsa oggi in tutto il mondo, che porta alto (…) il nome di Maria Immacolata, di Maria concepita senza la macchia del peccato originale?”

Concludiamo la nostra novena con la preghiera di Papa Francesco:

Vergine Santa e Immacolata,
a Te, che sei l’onore del nostro popolo
ci rivolgiamo con confidenza e amore.

Tu sei la Tutta Bella, o Maria!
Il peccato non è in Te. 
Suscita in tutti noi un rinnovato desiderio di santità:
nella nostra parola rifulga lo splendore della verità,
nelle nostre opere risuoni il canto della carità,
nel nostro corpo e nel nostro cuore abitino purezza e castità,
nella nostra vita si renda presente tutta la bellezza del Vangelo.

Tu sei la Tutta Bella, o Maria!
La Parola di Dio in Te si è fatta carne. 
Aiutaci a rimanere in ascolto attento della voce del Signore:
il grido dei poveri non ci lasci mai indifferenti,
la sofferenza dei malati e di chi è nel bisogno non ci trovi distratti,
la solitudine degli anziani e la fragilità dei bambini ci commuovano,
ogni vita umana sia da tutti noi sempre amata e venerata. 

Tu sei la Tutta Bella, o Maria!
In Te è la gioia piena della vita beata con Dio. 
Fa’ che non smarriamo il significato del nostro cammino terreno:
la luce gentile della fede illumini i nostri giorni,
la forza consolante della speranza orienti i nostri passi,
il calore contagioso dell’amore animi il nostro cuore,
gli occhi di noi tutti rimangano ben fissi là, in Dio, dove è la vera gioia. 

Tu sei la Tutta Bella, o Maria!
Ascolta la nostra preghiera, esaudisci la nostra supplica:
sia in noi la bellezza dell’amore misericordioso di Dio in Gesù,
sia questa divina bellezza a salvare noi, la nostra città, il mondo intero. 
Amen.


sabato 6 dicembre 2014

Il nostro sì / 1 Perché pregare?


Fra i mezzi per avanzare nel cammino della santità personale e comunitaria “il più importante è la preghiera, anche la preghiera gratuita, la preghiera di lode e di adorazione. Noi consacrati siamo consacrati per servire il Signore e servire gli altri con la Parola del Signore, no? Dite ai nuovi membri, per favore, dite che pregare non è perdere tempo, adorare Dio non è perdere tempo, lodare Dio non è perdere tempo. Se noi consacrati non ci fermiamo ogni giorno davanti a Dio nella gratuità della preghiera, il vino sarà aceto!” Così Papa Francesco, pochi giorni fa, rivolgendosi alla Plenaria della Congregazione per gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica (27.11.2014).

Perché pregare?
Perché vogliamo seguire Gesù, vivere come lui… e Gesù pregava.
Quante volte nel Vangelo lo vediamo che lascia tutto per andare da solo a pregare.
Penso avesse nostalgia di casa. Si ritirava per incontrarsi con il Padre e lo Spirito, per stare con loro, per ravvivare l’unità con loro; ma anche per parlare insieme con loro della sua vita, dei progetti… Respirava aria di famiglia e lì, nel suo mondo – il cielo –, ritrovava forza e coraggio per tornare in mezzo alla gente e affrontare le contraddizioni, perfino la morte.
Nella preghiera prendeva coscienza della sua identità di Figlio di Dio e della missione che il Padre gli aveva affidato, del modo di attuarla. Al battesimo al Giordano, la discesa dello Spirito e la rivelazione del Padre gli rivelò che era il Figlio diletto, avvennero proprio mentre stava pregando.
Le grandi decisioni Gesù le ha prese durante la preghiera: dopo una notte di preghiera scelse i Dodici; nella preghiera dell’orto degli ulivi accettò di bere il calice che il Padre gli offriva…

Continuiamo la nostra novena dell'Immacolata con la preghiera a Maria:


Vergine piena di grazia,
che hai fatto del tuo cuore
il tempio santo di Dio,
inabitata dalla sua Parola
custodita e meditata e vissuta,
fino a esserne colma,
apri anche il nostro cuore a Dio,
unico pensiero, unico amore
che informa ogni altro pensiero, ogni altro amore.
Vergine Immacolata,
vuota di te e in perenne donazione,
aprici la via verso il fratello
da amare e da servire,
proiettaci fuori di noi,
senza ripiegamenti,
per essere tutti donati,
vuoti, liberi e trasparenti.
Vergine potente contro il male,
prega per noi.

venerdì 5 dicembre 2014

Dialoghi a sant'Eustachio: Chiesa diffusa


Nel medioevo il monastero veniva chiamato chiostro del Paradiso, perché era considerato un luogo nel quale «si conduce una vita più sicura alla presenza di Dio» (Anonimo medievale, citato da. J. Leclerq, La vita perfetta, Coletti, Roma 1961, p. 167-168), «un vero paradiso», come scrive Nicola di Clairvaux, dove l’intera esistenza dei monaci «si svolge completamente al servizio di Dio» (Sermo in festo S. Nicolai, PL 184, 1058).
L’idea di creare tra noi un piccolo paradiso, dove Dio possa farsi presente, ha affascinato generazioni e generazioni di cristiani.
Teresa d’Avila, quando pensa al suo nuovo monastero, lo sogna con «Gesù Cristo che avrebbe camminato in mezzo a noi» (Vita 32, 11), come una «dimora dove Dio si diletta… un angoletto di Dio e paradiso delle sue delizie» (Vita 35, 12). Lo vede come la casa di Betania dove il Signore «Ospite divino viene a dimorare, mangiare e a ricrearsi con noi» (Cammino di Perfezione 17, 5-6).
Solo nei conventi e nei monasteri è possibile creare lo spazio per accogliere Gesù? Non dice il grande Tertulliano (siamo nel II secolo) che «Dove tre [sono riuniti], anche se laici, lì è la Chiesa»? Allora anche una famiglia può essere il luogo di Dio. E se è così possiamo consentire a Gesù di essere presente in mille luoghi, là lo dove lo sono i suoi discepoli.
Igino Giordani vedeva una analogia tra la presenza di Gesù eucaristia e quella promessa da Gesù tra due o tre riuniti nel suo nome: «Come sacramentalmente le parole del sacerdote evocano Gesù Dio nelle specie eucaristiche sull’altare, così socialmente l’unione per amore di due anime - la loro comunione in Cristo, per la quale agiscono come componenti del sacerdozio regale -, evoca Gesù Dio misticamente nei rapporti umani, sulla terra» (La divina avventura, Città Nuova, Roma 1993, p. 36). È il pieno compimento del sacerdozio regale.
È stato questo il tema del dialogo che ieri sera ho tenuto a Sant’Eustachio, assieme al vescovo Matteo Zuppi, incaricato del centro di Roma.

Intanto continua la nostra novena. Questa volta ci siamo raccontati l’amore appassionato per Maria di un Oblato dello Sri Lanka, p. Thomas, fondatore dei Rosariani, la prima comunità indigena di monaci oranti sorta, in Asia e successivamente al ramo femminile.

Vergine Immacolata,
insegnaci a svuotare cuore e mente
d’ogni vanità.
Piena di grazia,
rendici capaci d’accoglienza
per il Dio che viene.
Tutta Santa,
resta tra noi
come tra i discepoli in cenacolo
ad invocare e attendere
la discesa dello Spirito.
Madre di Dio,
porta i tuoi figli con te
nel seno del Padre.
Santa Maria,
prega per noi peccatori ora
e nell’ora della nostra morte.
Amen.