mercoledì 14 ottobre 2015

Un Oblato tra i disadattati di Montreal e un altro perso nella mistica


Martedì 13 ottobre. Padre Jules Clouâtre mi accompagna da Montréal a Trois Rivières, quasi due ore di macchina. L’autostrada, in gran parte, è circondata da una foresta ininterrotta che soltanto un grande artista del calibro di Dio poteva dipingere una tela così vasta e bella, che si stende per chilometri e chilometri. Vi sono tutti i sorprendenti colori dell’autunno canadese. La grande varietà di albero si esprimo in un’altrettanta varietà di tinte di giallo, rosso, arancio, marrone: una contemplazione.
Jules Clouâtre. Pare quasi un barbone. È la conseguenza dell’essersi fatto uno per tanti anni, prima a Ottawa ora a Montréal, con la gente di strada, specialmente i giovani disadattati, senza fissa dimora, dediti all’alcool e alla droga, affidati per anni a strutture sociali, senza famiglia o con famiglie sfasciate e problematiche. In un mondo così ricco e bello come il Canada vi sono grandissime povertà umane. Padre Jules mi parla di loro con un amore indicibile, della pazienza che occorre avere: occorre accoglierli senza inutili pregiudizi, così come sono, riconoscendo Gesù in tutti… Mi racconta di sé e del suo lavoro con umiltà e semplicità, e per minimizzare mi racconta con ammirazione degli Oblati anziani dai quali stiamo andando, specialmente di quelli che per tanti anni hanno lavorato accanto ai minatori della Bolivia, a quelli che hanno dato la vita con gli indiani…
Ma che bella gente che abbiamo!

A causa del cambiamento del fuso orario mi ero alzano molto presto, così ho potuto iniziare a scrivere un altro articolo per il Dizionari di mistica: “Mistero Pasquale”. È proprio il mistero centrale del cristianesimo, la morte e risurrezione di Gesù. Stranamente, lungo la storia, nella mistica come nella teologia, vi è stato uno sbilanciamento a favore della prima dimensione. Nell’esperienza cristiana la conformazione a Cristo è stata sperimentata soprattutto nell’abbracciare e condividere la sua croce, così come nella teologia l’opera di salvezza è stata considerata nella sua incarnazione e morte in croce come culmine e compimento della sua discesa. La risurrezione, paradossalmente, sembra rimanere marginale, quasi corollario per la prassi e apologia per la dottrina. La riscoperta, a partire dal periodo successivo alla Seconda Guerra mondiale, del mistero pasquale nella sua interezza di passione, morte e risurrezione (nella compiutezza di ‘esaltazione’ e di ascensione al Cielo), specialmente con il libro di F.X. Durwell, La risurrezione mistero di salvezza, può essere considerata quasi come ‘una rivoluzione copernicana’ sia nella teologia che nella vita spirituale. Se per molti l'unico sole del firmamento cristiano era la croce, ora la risurrezione è diventato l'altro necessario polo di attrazione.
Eppure già il primo annuncio di Cristo poneva in maniera unitaria i due poli del mistero: «il Figlio dell'uomo sarà consegnato ai sommi sacerdoti e agli scribi, che lo condanneranno a morte e lo consegneranno ai pagani perché sia schernito e flagellato e crocifisso; ma il terzo giorno risusciterà» (Mt 20, 18-19). Le prime confessioni di fede a loro volta indicano entrambe le componenti del mistero, a cominciare da quella trasmessa a Paolo: «Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture» (1 Cor 15, 3-4). La predicazione apostolica concentra ciò che è accaduto a Gesù di Nazareth nell’unico evento di morte e risurrezione: «fu consegnato a voi, voi l'avete inchiodato sulla croce per mano di empi e l'avete ucciso. Ma Dio lo ha risuscitato, sciogliendolo dalle angosce della morte» (At 2, 23-24).


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