giovedì 31 dicembre 2015

Anno nuovo: si apre una porta santa




1° gennaio 2016. L’inizio del nuovo anno questa volta mi fa pensare a una porta che si spalanca sul futuro, o più semplicemente su una stanza nuova.
Lasciamo alle spalle un passato recente o lontano, che somiglia a una stanza piena di cose care e belle, di cianfrusaglie e oggetti preziosi, di sbagli e fallimenti. La lasciamo alle spalle senza rimpianti.
Ci si apre ora la possibilità di ricominciare, come si spalancasse improvvisa e inattesa una porta. Qualcosa di nuovo ci attrae, ci attende.
Che sia l’effetto porta santa? La grazia di un nuovo inizio.

mercoledì 30 dicembre 2015

Madre del Verbo di Dio tutta Parola di Dio


Due giorni e sarà la festa della Madre di Dio.
Accolse la Parola di Dio perché era già inabitata dalla Parola di Dio.
L’arte, al momento dell’Annunciazione, l'ha ritratta mentre legge la Bibbia, di solito aperta alla profezia di Isaia 7, 14, in cui si preannunzia una vergine che dà alla luce un figlio. Ruperto di Deutz, teologo medievale, diceva che «nel grembo di Maria Dio ha convogliato tutto l’insieme delle Scritture, ogni sua parola».
Solo una creatura interamen­te Parola, e quindi completamente in conformità con il disegno originale di Dio sulla creazione, poteva accogliere la Parola. Dio vi riconosce il suo Verbo presente, lo splendore della sua gloria, è attratto dalla sua bellezza, vi genera il Figlio

Maria: icona dell’ascolto della Parola. Paolo VI, nella celebre allocuzione lla chiusura della III sessione del Concilio Vaticano II (21 novembre 1964), affermò che Maria «nella sua vita terrena ha realizzato la perfetta figura del discepolo di Cristo» e dieci anni dopo, nell’esortazione Marialis cultus, la propose quale «prima e più perfetta discepola di Cristo», «Vergine in ascolto, che accoglie la parola di Dio con fede».
Vergine, innanzitutto. È il terreno buono e fecondo, privo di sassi e di rovi, che può ricevere il seme della Parola e farla fruttificare il cento per uno (cf. Mt 13, 39).
In ascolto: ascolta le parole dell’Angelo, il saluto di Elisabetta, il canto degli angeli a Betlemme, la profezia di Simeone, il giubilo di Anna, le oscure parole di Gesù adolescente, le parole di luce e insieme sempre piene di mistero del figlio diventato rabbi, a partire dalla festa di nozze a Cana fino alla croce sul Golgota.

Madre di Dio perché tutta parola di vita.
È il cammino della Chiesa, di ognuno di noi.


martedì 29 dicembre 2015

La città della Madonna senza Madonne



Su ogni casa un’immagina della Madonna. Si potevano percorrere le strade della mia città e recitare il rosario pregando ogni Ave Maria da una icona all’altra. È la città della Madonna, perché ricca di santuari mariani e perché possiede la cintura di Maria.



Tutto cambia. Oggi ho percorso una delle solite strade ed ho subito notato i segni del cambiamento. I cinesi comprano le case e le piccole edicola familiari vengono rimosse e cancellate. Oppure sono i nuovi italiani che non comprendono più il senso degli antichi simboli religiosi?
Un appello ai cristiani rimasti, ad essere loro stessi icone di Maria, così da farla rivivere e a riportarla nelle loro strade.


lunedì 28 dicembre 2015

Raccontare storie

Per la quarta volta mi accingo a raccontare la stessa storia. Perché? Perché raccontare storie è sempre bello. Non so se lo sia anche per chi ascolta. Lo spero. Io comunque non rinuncio a raccontare. Vediamo se l’inizio (provvisorio) del nuovo libro può piacere. Il soggetto è subito evidente.

Marsiglia, 27 ottobre 1802. Caro padre, vorrei poterti esprimere i sentimenti di gioia, misti ad apprensione e ansia, alla vista della madre che mi attendeva sulla banchina, dopo sette anni di dolorosa separazione. Vorrei poterti dire dei suoi caldi abbracci e baci, pari a quelli con i quali tu, lo zio Fortunato e lo zio Luigi mi avete lasciato quando sono partito da Palermo. In questa fredda serata il vostro affetto mi scalda ancora. Quanta gratitudine per la premura senza pari con la quale avete voluto accompagnarmi fino all’ultimo momento. Saliti con me sul veliero, vi siete assicurati che fossi bene alloggiato nella cabina, mentre lo zio Luigi, da buon ammiraglio di vascello, ha voluto raccomandarmi al capitano Reinier. Per quest’ultimo fatto, devo essere sincero, mi sono un po’ risentito, quasi non fossi ormai buono a badare a me stesso, ma ho visto anche in questo un gesto di attenzione e di premura, che mi ha fatto immenso piacere. Vi ho sempre davanti agli occhi, immobili sulla banchina, mentre la nave si allontanava. Eravate venuti per farmi sentire meno duro il distacco della partenza e invece le vostre lacrime mi ha lacerato il cuore d’un dolore acuto, che la lunga traversata lentamente ha tramutato in persistente nostalgia. Le mie lacrime hanno continuato a velare il futuro e a impedirmi di gustare la gioia del ritorno in patria.
Dicevo che vorrei renderti partecipe della stessa premura e dello stesso affetto da parte della mamma, appena mi ha visto arrivare. Ma non è così. Non c’era ad attendermi. Non c’era nessuno da Aix, neppure la zia, neppure la nonna, neppure un parente di Marsiglia. E pensare che hanno tanto insistito perché tornassi. Nessuno. Non c’era nessuno ad attendermi. Torno in patria e nessuno mi accoglie. Mi sento ancora più straniero e continuo a rimpiangere Palermo. O meglio, rimpiango voi, gli amici, i Cannizzaro. Mi sento stringere il cuore dalla solitudine e dall’angoscia.


domenica 27 dicembre 2015

Preghiera, una litigata tra due sposi



Ogni tanto metto un po’ di ordine tra carte e libri riempiendo il cestino.
Oggi, durante un’operazione del genere, ho trovato un bigliettino preparato con cura, scritto a mano, con solo tre frasi. Non riesco a leggere la firma. Non c’è neppure la data, ma si riferisce certamente a una conversazione che avevo tenuto a un vastissimo pubblico sulla preghiera, durante la quale dovrei aver detto che la preghiera è una lotta con Dio, come quella di Giacobbe con l’angelo. 
Il bigliettino scrive:

Grazie per quella preghiera… “di lotta”.
Ho pensato di aver rotto i conti con Gesù Abbandonato in un’occasione.
Invece era solo una litigata tra due sposi.
Grazie per avercelo detto.
Buon Natale.


sabato 26 dicembre 2015

Cesena e lo Stato pontificio


Santo Stefano quest’anno mi ha portato a Cesena, cittadina che visito per la prima volta. Un gioiellino, elegante e fine, con monumenti di rilievo come la Rocca Malatestiana e con istituzioni di prestigio come la Biblioteca Malatestiana. Una città da camminare, a misura d’uomo.


Leggo la sua storia travagliata, come quella di tante altre città, nella quale si susseguono eccidi e guerre, in questo caso soprattutto ad opera di truppe mercenarie dello Stato pontificio, di cui Cesena è stato una dei suoi primi nuclei. Mi è venuto da ringraziare i Piemontesi per aver liberato la Chiesa dallo Stato pontificio.


venerdì 25 dicembre 2015

Natale con Salvatore Quasimodo


Natale. Guardo il presepe scolpito,
dove sono i pastori appena giunti
alla povera stalla di Betlemme.
Anche i Re Magi nelle lunghe vesti
salutano il potente Re del mondo.
Pace nella finzione e nel silenzio
delle figure di legno: ecco i vecchi
del villaggio e la stella che risplende,
e l’asinello di colore azzurro.
Pace nel cuore di Cristo in eterno;
ma non v’è pace nel cuore dell’uomo.
Anche con Cristo e sono venti secoli
il fratello si scaglia sul fratello.
Ma c’è chi ascolta il pianto del bambino
che morirà poi in croce fra due ladri?

La novena di Natale mi ha portato una poesia di Quasimodo. Che contrasto tra la pace del presepe e la guerra fuori del presepe. La pace del presepe – anche se per Quasimodo, nel suo agnosticismo, è solo finzione – nasce dal cuore di Cristo, mentre le guerre che scagliano il fratello contro il fratello, nasce dal cuore dell’uomo. Anche in questo poeta, creda o non creda, c'è una profonda nostalgia per Gesù e la sua pace che viene dal cielo "in eterno".
La domanda finale è rivolta a ognuno di noi, un invito ad uscire dal presepe per ascoltare e far nostro il pianto del mondo che ci circonda. Che non sia questo il primo passo perché la pace del presepe si irradia attorno?


giovedì 24 dicembre 2015

Natale con papa Francesco


Cari fratelli e sorelle, che lo Spirito Santo illumini oggi i nostri cuori, perché possiamo riconoscere nel Bambino Gesù nato a Betlemme dalla Vergine Maria, la salvezza donata da Dio ad ognuno di noi, ad ogni uomo e a tutti i popoli della terra.
Il potere di Cristo, che è liberazione e servizio, si faccia sentire in tanti cuori che soffrono guerre, persecuzioni, schiavitù.
Che con la sua mansuetudine questo potere divino tolga la durezza dei cuori di tanti uomini e donne immersi nella mondanità e nell’indifferenza, nella globalizzazione dell’indifferenza.
Che la sua forza redentrice trasformi le armi in aratri, la distruzione in creatività, l’odio in amore e tenerezza.
Così potremo dire con gioia: “I nostri occhi hanno visto la tua salvezza”.


martedì 22 dicembre 2015

Attesa di Natale con Giorgio Caproni

  


S’avvicina il Natale.
Gesù, portami via.
La tua è la più bella bugia
Che possa allettare un mortale

La mia novena di Natale prosegue con Giorgio Caproni, uno dei più grandi poeti del Novecento. Agnostico, come tanti. Eppure, anche se pensa che la nascita di Gesù sia “la più bella bugia”, avverte la nostalgia del Natale: “Gesù, portami via”.
Conoscevo questa sua poesia.
È stata invece una sorpresa leggere un’altra sua poesia, sempre sul Natale. Sconsolato vede la storia di Gesù che nasce povero e perseguitato, ripetersi, moltiplicata in milioni di bambini. Si sente impotente: “A che mai serve il pianto del poeta? Meno che a nulla”.
Si rivolge allora all’amico credente, perché con la sua fede, innalzi quella preghiera che lui non sa dire. Mi è sembrato un appello rivolto a me per vivere il Natale con cuore grande:

Nel gelo del disamore...
senza asinello né bue...
Quanti, con le stesse sue
fragili membra, quanti
suoi simili, in tremore,
nascono ogni giorno in questa
Terra guasta!...

Soli
e indifesi, non basta
a salvarli il candore
del sorriso.

La Bestia
è spietata. Spietato
l'Erode ch'è in tutti noi.

Vedi tu, che puoi
avere ascolto. Vedi
almeno tu, in nome
del piccolo Salvatore
cui, così ardentemente, credi
d'invocare per loro
un grano di carità.

A che mai serve il pianto
- posticcio - del poeta?

Meno che a nulla. È soltanto
fatuo orpello. È viltà.

Dicembre 1989

lunedì 21 dicembre 2015

Attesa di Natale con Renato Zero


E arriverà Natale,
Anche quest’anno arriverà...
Natale per chi resta, per chi va...
Natale da una lira...
Natale ricco o no...
Bambini per un giorno, per un po’!
Vorrei che il tuo Natale risplendesse dentro te,
Che soffri e stare al mondo sai cos’è!
Bambini per un giorno... per un po’!
Perché non fosse una parola il bene...
Perché ogni bomba diventasse pane...
Io vorrei che almeno un giorno...
Quella cometa facesse ritorno!
E un campo di battaglia desse grano.
Vorrei dire buon Natale...
Finché c’è chi ascolterà!
Finché si farà l’amore...
Finché un uomo pregherà!

Novena di Natale con Renato Zero, che ritrova la sua anima bambina e sa ancora sognare, che sa sperare. Un Natale semplice e vero, che mette nostalgia per il bene, capace di rendere autentici i simboli che da sempre la tradizione ha legato a questo giorno: l’innocenza, la fraternità, la pace. Il Natale che tutti vogliamo.


domenica 20 dicembre 2015

Attesa di Natale con san Francesco



Tre anni prima della sua morte, decise di celebrare vicino al paese di Greccio, il ricordo della natività del bambino Gesù, con la maggior solennità possibile, per rinfocolarne la devozione. Fece preparare una stalla, vi fece portare del fieno e fece condurre sul luogo un bove ed un asino. Si adunano i frati, accorre la popolazione; il bosco risuona di voci e quella venerabile notte diventa splendente di innumerevoli luci, solenne e sonora di laudi armoniose. L'uomo di Dio stava davanti alla mangiatoia, ricolmo di pietà, cosparso di lacrime, traboccante di gioia. Il santo sacrificio viene celebrato sopra la mangiatoia e Francesco canta il santo Vangelo. Predica al popolo e parla della nascita del re povero e nel nominarlo, lo chiama, per tenerezza d'amore, il “bimbo di Bethlehem”.
I signor Giovanni di Greccio, affermò di aver veduto, dentro la mangiatoia, un bellissimo fanciullino addormentato, che il beato Francesco, stringendolo con ambedue le braccia, sembrava destare dal sonno.

Così racconta san Bonaventura nella Leggenda maggiore.
È la prima celebrazione del presepe, parola che deriva dal latino prae-saepis, e significa “davanti al recinto (del bestiame)”, quindi davanti alla stalla.
Da allora quanti presepi sono stati costruiti nelle nostre case…
È uno dei ricordi più bello che ho di quand’ero bambino. Il babbo portava in casa, nell’andito, una cassa da filato, di legno grezzo, allora oggetto così comune nella città tessile. La metteva rovesciata e faceva da piano per la costruzione del presepe. Entrava allora in azine la mamma: la carta da pacchi arricciata e colorata si trasformava in montagne, innevate con un po’ di farina; un lucido foglio azzurro con le stelle gialle, attaccato al muto, diventava il cielo; la borraccina sparsa qua e là dava la tonalità campestre e montanina. La capanna era sempre la stessa. Un angioletto vestito d'azzurro pendeva dalla su sommità, sospeso a un filo d’oro. E poi Maria, Giuseppe, l’asino e il bue, i pastori, le pecorine… Mi piaceva soprattutto il pastore con la lanterna in mano. Com’era bello il presepe! Tutto era pronto per accogliere Gesù.
Era la nostra Novena di Natale.
Non può esserci Natale senza presepe. Altrimenti dove nasce Gesù, per terra?


sabato 19 dicembre 2015

Attesa di Natale con papa Francesco




Dio non ama le imponenti rivoluzioni dei potenti della storia, e non utilizza la bacchetta magica per cambiare le situazioni. Si fa invece piccolo, si fa bambino, per attirarci con amore, per toccare i nostri cuori con la sua bontà umile; per scuotere, con la sua povertà, quanti si affannano ad accumulare i falsi tesori di questo mondo. (…)
L’invito allora a sostare davanti al presepe, perché lì la tenerezza di Dio ci parla. Lì si contempla la misericordia divina, che si è fatta carne umana e può intenerire i nostri sguardi, ma soprattutto desidera smuovere i nostri cuori.

Una contemplazione attiva quella a cui il papa ci invita.
Un Natale dove si impara la misericordia:
ad accoglierla da Dio e a donarla a nostra volta.



venerdì 18 dicembre 2015

Attesa di Natale con Alberto Moravia



Il Natale mi fa pensare a quelle anfore romane che ogni tanto i pescatori tirano fuori dal mare con le loro reti, tutte ricoperte di conchiglie e di incrostazioni marine che le rendono irriconoscibili. Per ritrovarne la forma, bisogna togliere tutte le incrostazioni. Così il Natale. Per ritrovarne il significato autentico bisognerebbe liberarlo da tutte le incrostazioni consumistiche, festaiole, abitudinarie e cerimoniose. Poi si vedrebbe.

La novena di Natale con Alberto Moravia. Addirittura! Il Natale è proprio di tutti. Come tanti di noi anche lui lo vorrebbe riportato all’essenziale. Intanto che venga liberato dal consumismo che lo ha strangolato e fatto morire. “Poi si vedrà”, dice lui. È l’evento che riguarda Gesù? “Poi si vedrà”. Intanto facciamo un po’ rimozione di cose ingombranti e inutili, e un po’ di silenzio, “Poi si vedrà”. È già tanto.


giovedì 17 dicembre 2015

Attesa di Natale con Juan Ramón Jiménez


L’agnello belava dolcemente.
L’asino, tenero, si rallegrava
in un caldo richiamo.
Il cane latrava,
quasi parlando alle stelle…

Mi destai. Uscii, vidi orme
celesti nel suolo
fiorito
come un cielo
capovolto.

Un alito tiepido e dolce
velava il bosco;
la luna andava declinando
in un tramonto d’oro e di seta
che sembrava un ambito divino…

Il mio petto palpitava,
come se il cuore avesse avuto vino…
Aprii la stalla per vedere se
era lì.

C’era!

Delizioso questo quadretto natalizio, pieno di poesia, degno di un Nobel per la letteratura come Juan Ramón Jiménez: dolce, tenero, caldo, tiepido, fiorito, d’oro e di seta, per usare le parole del poeta. Tutto invita alla ricerca, ad andare, ad aprire la stalla per vedere se c’è. E finalmente la presenza, che non delude: “C’era!”.
È questo il Natale: Lui c’è!


mercoledì 16 dicembre 2015

Attesa di Natale con Primo Mazzolari


“La vita di ognuno è un’attesa.
Il presente non basta a nessuno.
In un primo momento pare che manchi qualcosa.
Più tardi ci accorgiamo che manca Qualcuno.
E Lo attendiamo”.

Siamo già nella Novena di Natale.
Come viverla? In compagnia di qualcuno dei Grandi. Oggi con Primo Mazzolari, messo a tacere perché toccava temi caldi: il rinnovamento della Chiesa, la difesa dei poveri e la denuncia delle ingiustizie sociali, il dialogo con i ‘lontani', il problema del comunismo, la promozione della pace in un'epoca di guerra fredda.
Paolo VI, che quando era arcivescovo di Milano lo aveva invitato a predicare nella propria diocesi, dirà di lui: «Aveva il passo troppo lungo e noi si stentava a tenergli dietro. Così ha sofferto lui e abbiamo sofferto anche noi. Questo è il destino dei profeti».
Mazzolari, oggi servo di Dio, ha continuato ad attendere.

Saper attendere, sempre, con Speranza.

martedì 15 dicembre 2015

Scollegarsi per entrare nella casa interiore

Dopo che ho scritto un blog su Paola Mastrocola - 
http://fabiociardi.blogspot.it/2015/11/paola-mastrocola-che-mi-fa-sorridere.html -
qualcuno mi ha regalato (o forse semplicemente prestato, verificherò) un suo libro sullo studio: La passione ribelle. Una analisi spietata sul non studio, condotta con garbo, ironia… Attacco: "Lo studio è sparito dalle nostre vita. Nessuno studia più... Lo studio sa di muffa...". Un libro godevolissimo, che si fa leggere d’un fiato, che tutti, specialmente gli studenti dovrebbero leggere, che mette voglia di studiare.
Vi sono piacevoli macchiette, che fanno sorridere e pensare, come quando scrive della necessità di “scollegarsi” per poter studiare:

Se, mentre studio, tengo acceso il telefonino, il computer, l’i-Pad, WhatsApp e altri consimili strumenti di connessione, dubito che troverò la concentrazione e il silenzio interiore… È irresistibile il suono che ci annuncia l’arrivo di un messaggino, di una mail, di una foto, o la vibrazione di una telefonata. Come si fa a non rispondere, a non sbirciare chi è? Ecco, guardiamo chi è. E se è il nostro amico più caro che ci chiede aiuto, o il ragazzo appena conosciuto che vorremmo ci portasse a cena, o la nonna malata che non sappiamo se guarirà, o l’agenzia che ci deve dire se ci ha trovato o no il volo per la città dove desideriamo andare da una vita, come facciamo a non rispondere, a non richiamare, a non digitare una frase, una parola, una piccola, sorridente icona?...  Solo se spegniamo ogni tanto le connessioni siamo di nuovo esseri liberi.

Indovinato l’appello a non vivere costantemente “esternalizzati”, ma a tornare nella “casa interiore”:


Abbiamo perso l’abitudine di abitare in noi, nel nostro paese dell’anima. Abitiamo in un fuori rumoroso e caotico… È un po’ come se da qualche parte qualcuno ci avesse rubato le chiavi di casa: nessuno più è in grado di aprirci la porta, e noi siamo condannati a vagare fuori per le strade per sempre, dormire sulle panchine di una stazione, camminare tutto il giorno tra la folla e il traffico… Non ci viene a un certo punto la nostalgia di casa, il desiderio spasmodico di tornare, almeno un po’, in un nostro spazio chiuso, riparato, silenzioso e deserto? Credo che esista una casa interiore. Non sono uno psicologo né un sacerdote, e non so come chiamarla: anima, spirito, io? La chiamo casa. E' la nostra interiorità, quel che ci sta dentro e non è detto che si veda di fuori. Fuori è il dominio dell’esteriorità. Tra fuori e dentro non ci dovrebbe essere contrapposizione, e meno che mai prevaricazione dell’un luogo sull’altro. Dovrebbe esserci equilibrio, complementarità. Collaborazione.



lunedì 14 dicembre 2015

In risonanza con la gioia dell’Avvento

Una lettrice che non conosco mi ha scritto a seguito del blog “Avvento, trepida attesa”

Leggendo il valore dell’attesa, la capacità di assaporare ogni brezza dal sapore di festa, quella festa Unica che diverrà GIOIA… sono entrata in risonanza.
Sì, da quando è iniziato l’Avvento, anzi nell’attesa addirittura che iniziasse, già sentivo il tintinnio delle campane a festa, la GIOIA di Gesù tra noi… Quale grande Salvezza si apre nello spalancare la porta del nostro cuore alla Sua Venuta… tra noi ma specialmente in noi… lì dove il cuore non sarà più solo, smarrito, perso, ma con LUI… accompagnati dal Suo Amore, dalla Sua Presenza, nelle rughe più nascoste del nostro cuore, dove può essere Festa ogni istante, nel celebrare la Vita, la Bellezza di essere stati Creati, l’Attesa di incontrarci Lassù vivendo già qui quel meraviglioso Cammino che è ascoltare il Suo insegnamento, la Sua Parola, la Sua instancabile Presenza che è Amore.
Non perdiamo tale Evento che ci riscalda tanto dentro, viviamo spalancando i nostri cuori a Gesù tra noi. Da Lì ha inizio l’Uomo Nuovo.
Grazie Signore per la Grande Festa che ci attende.


domenica 13 dicembre 2015

La Parola di vita è fuoco e infuoca

  

Non sono più abituato a ricevere lettere per posta, tutto ormai corre per internet. Sono dunque rimasto piacevolmente sorpreso nel vedermi recapitare una busta dalle Filippine. Il mittente mi è sconosciuto. L’apro e mi appare un bel collage di carta: un biglietto personalizzato. Lo apro e trovo scritto a mano (!):

«Le scrivo per ringraziarla veramente di cuore dei commenti alla Parola di Vita, soprattutto per farlo seguendo così perfettamente la linea di Chiara.
Quella frase di Gesù di questo mese (si riferisce a novembre 2015) mi è stata di grande aiuto, in particolare queste parole: “L’unità è un dono dall’alto, da chiedere con fede, senza stancarci mai”.
A dire il vero, mi ero stancata di chiedere il dono dell’unità, dopo aver cercato per diversi anni di ricostruirla con una persona; ogni tentativo era fallito. Ora mi sembra che il dono di Dio sia arrivato, inaspettatamente, senza scalpore e ne sono immensamente grata a Lui. Voglio solo perseverare e tendere maggiormente al “che tutti siano uno”».

Mi è venuto alla mente quanto affermava Gregorio Magno paragonando le parole della sacra Scrittura a pietre focaie: «rimangono fredde, ma se uno, con intelligenza attenta, ispirato dal Signore, le percuote… vien fuori un fuoco tale che l’animo arde spiritualmente». La “Parola di Dio” sprizza dunque ancora fuoco e infuoca.

Qui sotto l'inizio dell Parola di vita di dicembre in arabo...

 "أعِدّوا طريقَ الرّبّ، واصنَعوا سُبُلَه مُستقيمة"
(مرقس 1، 3)
          إنّ هذه الكلمات موجّهة إليّ. الرّبّ آتٍ وعليّ أن أكون جاهزًا لاستقباله. أسأله كلّ يوم: "تعال، أيّها الرّب يسوع". وهو يجيب: "نعم! أنا آتي سريعاً" (راجع رؤيا 22، 17-20). ها هو واقف على الباب ويقرع، ويطلب الدخول إلى البيت (راجع رؤيا 3، 20). لا يمكنني أن أتركه خارج حياتي.
        هذه الدعوة لاستقبال الرّبّ يطلقها يوحنّا المعمدان. يوجّهها إلى اليهود في زمنه. يطلب منهم أن يعترفوا بخطاياهم وأن يرتدّوا ويغيّروا حياتهم. إنّه متأكّد من أنّ مجيء المسيح وشيك. فهل سيتعرّف إليه الشعب على الرّغم من انتظاره له منذ قرون، وهل سيصغي إلى أقواله ويتبعه؟ كان يوحنّا يعرف أنّه ينبغي الإستعداد لاستقباله، من هنا دعوته الملحّة هذه:
 "أعِدّوا طريقَ الرّبّ، واصنَعوا سُبُلَه مُستقيمة"     
               هذه الكلمات موجّهة إليّ لأنّ يسوع لا يزال يأتي كلّ يوم. كلّ يوم يقرع بابي، ويصعب عليّ كما على اليهود في زمن يوحنّا المعمدان التعرّف إليه. في ذلك الوقت وعلى عكس التوقّعات الاعتياديّة، ظهر علناً كنجّار متواضع من قرية مجهولة هي النّاصرة. أمّا اليوم فيتقدّم لي يسوع في ثوب مهاجر وعاطل عن العمل وربّ العمل ورفيقة المدرسة والأقارب، وكذلك في أشخاص لا يظهر فيهم وجه يسوع في كلّ ضيائه بل على العكس يبدو في بعض الأحيان خفيًّا. غالبًا ما تطغى على صوته الذي يدعو إلى المغفرة ومنح الثقة والصداقة وإلى عدم التماشي مع إختيارات مضادّة للإنجيل، أصوات أخرى تحثّ على البُغض والمنفعة الشخصيّة والفساد.

sabato 12 dicembre 2015

Cosa fare per preparare le vie del Signore?

Jan Tillemans, OMI
Trois Rivières
“E noi, che cosa dobbiamo fare, per preparare le vie al Signore che viene?”, domandano le folle a Giovanni il Battista. Lo stesso chiedono i pubblicani, i soldati… Per ognuno Giovanni ha una risposta.
Possiamo chiedercelo anche noi: “E noi, che cosa dobbiamo fare?”
La domanda nasce spontanea ogni qualvolta sentiamo l’appello alla conversione, a una vita nuova. Ci si pone davanti un ideale grande, che affascina, attira. Ma
come fare per raggiungerlo?
Dobbiamo forse lasciare la casa e le nostre consuete occupazioni e condividere col Battista la vita dura del deserto, la penitenza? Oppure dedicarci a lunghe preghiere, estenuanti digiuni, profondi silenzi... Non è questa la via abituale alla santità che spesso viene descritta, quella per pochi eletti? Forse occorrerà andare altrove, lasciare la monotonia del luogo e degli impegni, dedicarci a qualcosa di nuovo, di più creativo, nell'illusione che cambiando luogo, persone, mansioni possa cambiare anche la vita?
No. La risposta di Giovanni il Battista è prettamente evangelica: che ognuno rimanga al suo posto, nel suo ambiente. Il pubblicano che riscuote le tasse rimanga al suo tavolo, il soldato in caserma, la mamma e l’operaio al loro lavoro, lo studente sui banchi di scuola... Quello che invece deve cambiare è lo sguardo, che fa vedere nuovi gli altri e in ognuno riscoprire la presenza di Dio. Il cambiamento di atteggiamenti e di azioni verrà di conseguenza.
  

venerdì 11 dicembre 2015

Biblioteca oblata di consultazione Marcel Bernad


In questi mesi ho allestito una biblioteca di letteratura oblata per essere facilmente consultata dai nostri studenti. In casa vi è una gloriosa, storica “Biblioteca oblata” che raccoglie gran parte delle opere prodotte dagli Oblati, che si sono cementati in tutti i campi, dalla teologia all’astronomia, dalla psicologia all’etnologia, dalla pastorale alla paleontologia, ma è difficilmente accessibile e ordinata per autore e non per materia.
La “Biblioteca oblata di consultazione”, così l’ho chiamata, è invece più semplice e insieme più facilmente consultabile, anche perché sempre è aperta a tutti. I libri vi sono disposti per materia: biografie di sant’Eugenio, scritti suoi e dei suoi compagni, regole, superiori generali, capitoli generali, studi sulla spiritualità oblata, storia della congregazione, biografie di Oblati famosi… Inaugurata il 7 dicembre, ha già inizia ad essere frequentata!

È dedicata a padre Marcel Bernad (1860-1928). Francese di origine, da giovane ha studiato e insegnato in Irlanda per poi passare tutta la sua vita nello scolasticato di Liegi. Si è sempre interessato dello studio, componendo fra l’altro un’opera di 500 pagine sulla formazione dottrinale negli studentati di teologia. Nel primo centenario della nascita della congregazione pubblicò una bibliografia sistematica degli Oblati, raccogliendo 4.000 titoli. Ha pubblicato anche il primo album fotografico con tantissime foto storiche delle origini degli Oblati oggi non altrimenti reperibili.
«Gli Oblati di Maria Immacolata – ha scritto – hanno ricevuto, come gli apostoli, la missione non di scrivere, ma di predicare: Evangelizare pauperibus misit me. Essi vi sono rimasti fedeli. Il numero delle missione e dei ritiri che hanno predicato sorpassa di molto quello dei libri che hanno scritto». Nello stesso tempo riconosce che «scrivendo, gli Oblati hanno fatto opera missionaria. Così nessuno si lamenterà se hanno scritto dei libri; possiamo piuttosto avere l’impressione che non ne abbiano scritti abbastanza».

Era quello che pensava anche sant’Eugenio: «È per mezzo della parola parlata e non della parola scritta che avvengono conversioni in gran numero». Ma egli aveva anche l’impressione che gli Oblati non studiassero abbastanza: «Chi potrebbe esentare da questo dovere sacerdoti, religiosi che non solo devono essere il sale della terra, ma anche la luce del mondo?». Ai giovani soprattutto raccomandava «di non trascurare lo studio, non dico quello della teologia e della filosofia, ma anche delle belle lettere… Si conosca bene la propria lingua, ci si eserciti nel servirsene. Sarà tempo impiegato bene. Fate sprizzare il fuoco dalla pietra; perciò è necessario battere, la scintilla si ottiene con l’urto».
Quando poi aprì le missione estere iniziò a chiedere agli Oblati di scrivere, scrivere, scrivere… e pubblicare, per far conoscere a tutti le meraviglie che la grazia di Dio compiva attraverso di loro.

La foto di Marcel Bernad campeggia sulla parete della nuova biblioteca (non a caso è ritratto con un libro in mano!). Accanto alla sua le foto di tre famosi scrittori oblati, i primi due grandi biografi di sant’Eugenio, Rambert e Ray e il primo grande storico della congregazione, Ortolan.
Tra di loro anche il ritratto, quasi sconosciuto, della sorella di sant’Eugenio, così, solo per affetto…
Infine il documento che segna l’inizio degli Oblati, la domanda di autorizzazione rivolta ai Vicari generali di Aix dai primi cinque che volevano vivere insieme, datata 25 gennaio 1816.
Un modo semplice per celebrare i duecento anni dalla nascita.

giovedì 10 dicembre 2015

Misericordia: Eugenio de Mazenod e Alfonso de Liguori alleati


Gli archivi sono una miniera. Nel nostro, ho trovato una pagina manoscritta di sant’Alfonso Maria de Liguori, con dei pensieri pubblicati nel libro Le glorie di Maria. Era stata regalata a sant’Eugenio nel suo primo soggiorno romano (1825-1826), probabilmente quando frequentava la casa dei Redentoristi.
Quando era tornò in Francia dopo l’esilio in Italia – aveva vent’anni – sant’Eugenio aveva trovato una clima religioso ancora dominato dal rigorismo, onda lunga dell’antico Giansenismo. Occorreva liberarsene definitivamente, per riscoprire e annunciare la misericordia di un Dio che si è rivelato come amore. Gli veniva incontro la teologia di sant’Alfonso, da poco proclamato beato.
Ritratto di sant'Alfonso conservato nella casa OMI
di santa Maria a Vico, da lui visitata più volte
Nel seminario di St. Sulplice, benché vi venisse impartito un insegnamento di tendenza ancora rigorista, egli si applicò allo studio della nuova morale. Nel 1816, all’inizio della fondazione dei Missionari di Provenza, aveva cercato le opere e la regola di sant’Alfonso per ispirarvisi, come scrisse al padre: «Avevo studiato a fondo le sue opere e l’abbiamo preso come uno dei nostri patroni: vogliamo camminare sulle sue orme e imitarne le virtù… Ho una parte dei suoi scritti, tra cui la sua Teologia Morale, che amo molto e di cui, quando avevo tempo di studiare, ho fatto uno studio particolare…». Appena ricevette la biografia del santo, la fece tradurre in francese dal padre; l’impresa complessa che terminò con la composizione di una nuova biografia scritta da Padre Jeancard, che sant’Eugenio fece pubblicare nel 1828. Era la prima che appariva in Francia.
Successivamente affidò al padre Domenico Albini il compito di insegnare la morale di sant’Alfonso nei corsi di morale agli studenti Oblati e più tardi al seminario maggiore di Marsiglia e a quello di Ajaccio. Nel 1830 lo sentiamo raccomandare a uno dei giovani studenti Oblati di temperare i suoi rigori studiando sant’Alfonso.

Sarà soprattutto sul piano pastorale che sant’Eugenio mostra il suo orientamento morale. Esso è testimoniato, ad esempio, nei contrasti con Mgr Arbaud, vescovo di Gap. In una lunga lettera del 22 gennaio 1827, il vescovo si lamentava degli Oblati che lavoravano nella sua diocesi. Diceva che erano rilassati nei loro principi di morale. Il P. de Mazenod non ebbe difficoltà a discolpare i suoi missionari; ricordò al vescovo che i principi morali sostenuti e da loro seguiti , non erano altro che quelli sostenuti e messi in pratica dal beato Alfonso de Liguori, principi che Roma era ben lungi dall’avversare.

Quando era ancora seminarista, sant’Eugenio scriveva alla sorella che aveva timore di avvicinarsi all’Eucaristia. Essendo appena sposata, le sembrava di essere diventata una donna troppo di mondo. E lui: «“Più siete nel mondo, più avete bisogno di aiuto, dice il Venerabile Liguori, più avete bisogno di aiuto, perché avete tentazioni più grandi… Questo santo Vescovo, che ha scritto le sue opere solo dopo aver esercitato il ministero per 28 anni, sembra legare l’eternità alla frequenza della S. Comunione… Tu sai che i primi cristiani comunicavano tutti i giorni, senza che fossero impediti, o meglio, malgrado che fra loro vi fosse qualche piccola disputa, gelosia, in una parola delle imperfezioni, come vediamo dagli Atti, dalle lettere di S. Paolo e da quello che dicono i Santi Padri».
Alla vigilia dell’Anno della Misericordia è bello vedere questi due santi alleati nell’annunciare l’infinito amore di Dio.


mercoledì 9 dicembre 2015

San Pietro non è solo uno schermo


Uno spettacolo straordinario. Meduse, delfini, leoni, farfalle, aborigeni, monaci buddisti, città caotiche si sono mossi dove le uniche immagini viste fino ad ora erano statici ritratti dei santi canonizzati. La facciata della basilica di san Pietro ieri sera, a conclusione dell’apertura della porta santa, si è trasformata in un gigantesco telone sul quale sono state sfogliate pagine del National Geographic.
Un mondo esotico, troppo diverso da quello che incontriamo ogni giorno per le strade della nostra povera Roma sempre più sporca e caotica. Sembrava un paradiso perduto. Foto di grandi artisti, che devono andare ben lontano dal quotidiano per scattare queste immagini da capolavoro.
Non potevo mancare all’appuntamento.
Uno spettacolo straordinario. Eppure non mi ha convinto del tutto: la basilica ridotta a telone da supporto. Non è mai entrata in scena, è sempre rimasta semplice schermo bianco. Con qualche bella eccezione che ne ha messo in luce, in maniera fugace, le linee architettoniche, lasciando intuire quanto l’impiego di eccezionale alta tecnologia, come quello di ieri, avrebbe potrebbe fare.
Speriamo vi siano altre occasioni perché la facciata diventi protagonista e ci racconti le sue storie e i suoi segreti.


martedì 8 dicembre 2015

Domenica coi santi




Domenica scorsa 6 dicembre ho partecipato ai funerali di Silvana Veronesi al Centro Mariapoli di Castelgandolfo. Momento pieno di gioia e riconoscenza, momento in cui la grazia della presenza di Gesù: una festa.

Nel pomeriggio, con alcuni amici religiosi di differenti Ordini, visita alle stanze di S. Ignazio nella casa dei Gesuiti al Gesù. Ci siamo seduti con calma nella cappellina che era la stanza da letto di S. Ignazio, abbiamo letto alcuni testi dal diario di S. Eugenio de Mazenod  che trecento anni dopo sant'Ignazio era stato a pregare e celebrare la messa in quelle stanze. Poi ciascuno ha evocato il proprio fondatore o espresso la gioia di trovarsi in quel luogo in cui S. Ignazio è vissuto, Ignazio che in un modo o nell’altro ha influenzato molto la vita di tutti i nostri Istituti. 

Ci siamo sentiti circondati da un gran numero di testimoni, in una autentica comunione di santi di ieri e di oggi, a cominciare da Silvana.

lunedì 7 dicembre 2015

L'Immacolata, Madre di Misericordia

Interpretazione pittorica della statua dell'Immacolata
che avrebbe sorriso a sant'Eugenio
Far iniziare l’Anno della Misericordia con la festa dell’Immacolata è stata una scelta indovinata: Maria è la Madre della misericordia.
«Il pensiero si volge alla Madre della Misericordia. La dolcezza del suo sguardo ci accompagni in questo Anno Santo, perché tutti possiamo riscoprire la gioia della tenerezza di Dio… Tutto nella sua vita è stato plasmato dalla presenza della misericordia fatta carne… Ha custodito nel suo cuore la divina misericordia in perfetta sintonia con il suo Figlio Gesù... Maria attesta che la misericordia del Figlio di Dio non conosce confini e raggiunge tutti senza escludere nessuno». (Papa Francesco, Misericordiae Vultus. Bolla di indizione del giubileo straordinario della misericordia, 24) 
  
Leone XII, nel 1826, approvando Oblati, affidò a questi missionari il compito di «ricondurre nel seno della misericordia di Maria gli uomini che Gesù Cristo, dall’alto della croce, le ha voluto dare per figli».
Poco dopo, il 10 marzo 1828, riprendendo questo testo, sant’Eugenio scriveva: «Tutti noi facciamo professione di devozione specialissima per la Madre di Dio. La Chiesa ci ha imposto il dovere (dolce senza dubbio, ma sempre dovere) di propagare il suo culto». Si comprende quindi la sua scelta di prendere la direzione di santuari mariani, considerati come una missione permanente nella quale si poteva esercitare in maniera eccellente la misericordia divina verso i peccatori.
Negli atti della visita al santuario di N. D. du Laus, 18 ottobre 1835, notava «un crescente afflusso di pellegrini che accorrono ai piedi della nostra buona Madre, sicuri di incontrare sui gradini del trono terrestre della Regina del Cielo zelanti ministri del suo divin figlio, incaricati specialmente di riconciliare i peccatori sui quali questa Madre di misericordia invoca con la sua potente protezione il perdono e la pace. Da ciò tante conversioni… Non è uno spettacolo meraviglioso?».
Agli Oblati nel santuario di N. D. de l’Osier, il 27 Febbraio 1848 scriveva: «Non dimenticateci, nel vostro santuario, con la Madre delle misericordie. Spes nostra, Salve! Dobbiamo invocarla sotto questo titolo perché non mi aspetto nulla dagli uomini».
Riguardo al santuario di Nostre Dame de la Garde, nella Lettera pastorale del 1° novembre 1852 parla degli Oblati come di «servitori dediti a Maria, che hanno consacrato specialmente la loro persona a questa Vergine Immacolata, che sono mille volte felici di essere i custodi dei suoi altari e i ministri delle sue misericordie verso i popoli».

Sant’Eugenio chiama Maria: Madre della Missione, Madre di misericordia, Madre delle anime, la Madre spirituale di una innumerevole moltitudine di figli di Dio, la grande nemica del dominio del diavolo, la dispensatrice delle grazie, piena di grazia, la sede, il tesoro, la dimora, il santuario di tutti i favori divini, la scala di misericordia sulla cui sommità poggia Dio stesso, l’Arca di Noè che salva il genere umano dal naufragio, la Santa Vergine, piena di grazie, benedetta fra tutte le donne…

Agli Oblati – sono ancora parole raccolte dagli scritti di sant’Eugenio – il compito di mettere in risalto i suoi privilegi, soprattutto quello dell’Immacolata Concezione, propagarne il culto, condurre le anime alla Madre di misericordia, porre tutti i lavori apostolici sotto la sua protezione, militare sotto i suoi vessilli per la gloria di Gesù, dedicarle le nostre case e il popolo di ogni missione, trasformare il più gran numero dei suoi santuari in luoghi di misericordia e in fortezze apostoliche.

domenica 6 dicembre 2015

7 dicembre 1825, un nome nuovo: Oblati di Maria Immacolata


Novena dell'Immacolata ai Santi Apostoli
Pensava che il viaggio a Roma sarebbe durato un mesetto. Era la prima volta (1825) che veniva nella città santa. Si accorse presto che oltre che essere santa Roma è anche “eterna”, come scrive nel diario. Così, in attesa che la Santa Sede approvasse la sua Regola, andava di chiesa in chiesa a implorare tutti i santi che prima di lui avevano vissuto a Roma. Sant'Eugenio era venuto a fare approvare la sua famiglia religiosa alla quale alla quale, all’ultimo momento, aveva dato il nome di Oblati di san Carlo (Vi immaginate se ci chiamassimo Oblati di san Carlo? Grande rispetto per il grande Borromeo, ma insomma…)
Il 29 novembre si recò nella chiesa di san Sebastiano e visitò catacombe di san Callisto.
Il 30 Santa Croce in Gerusalemme e Santa Maria Maggiore.
Il 2 dicembre santa Bibiana e di nuovo Santa Maria Maggiore.
Il 3 visitò cinque o sei chiese, tra cui sant’Andrea della Valle e la Chiesa del Gesù.
Il 4 “Un gran numero di chiese”, tra cui san Pietro in Vincoli, san Martino ai Monti, santa Susanna, san Bernardo alle terme, santa Maria delle Vittorie.

Finalmente la sera del 7 dicembre va ai Santi Apostoli per l’ultimo giorno della novena dell’Immacolata. Vi sono andato anch’io, quest’anno. Come allora ogni giorno presiede un cardinale diverso e tutto si svolge con molta solennità: un’usanza che risale agli inizi del 1700.
Il giorno dopo, dopo essere stato nella cappella Sistina per l’ufficio presieduto dal papa, sant'Eugenio nel pomeriggio si ritira in stanza a San Silvestro al Quirinale e scrive una lettera al papa nella quale tra l’altro domanda: «Vostra Santità approva che la Società prenda il nome di Oblati della Santissima e Immacolata Vergine Maria, invece del nome precedente, Oblati di San Carlo?».
Da dove spunta la richiesta di cambiare il nome? Forse proprio dalla sera precedente, il 7 dicembre 1825, durante la novena dell’Immacolata.

Il 22 dicembre scriveva: «Soprattutto che ci si rinnovi nella devozione alla santissima Vergine per essere degni di chiamarci Oblati dell’Immacolata Maria. E’ un passaporto per il cielo! Come mai non ci abbiamo pensato prima? Riconoscete che sarà tanto glorioso quanto consolante, per noi, esserle consacrati in modo speciale e portare il suo nome. Gli Oblati di Maria! Questo nome riempie il cuore e l’orecchio. Bisogna che qui vi confessi che ero molto meravigliato, quando si era deciso di prendere il nome che ho creduto di dover lasciare [Oblati di San Carlo], di essere così poco sensibile, di provare così poco piacere, direi quasi una specie di ripugnanza di portare il nome di un santo che è il mio particolare protettore e per il quale ho tanta devozione. Adesso me lo spiego: facevamo torto a nostra Madre, alla nostra Regina, a quella che ci protegge e che ci deve ottenere tutte le grazie di cui il suo divino Figlio l’ha costituita dispensatrice. Rallegriamoci, dunque, di portare il suo nome e la sua divisa».