lunedì 29 febbraio 2016

Nuova Opera di Misericordia: Farsi parenti di tutti


In questi giorni passati dai Passionisti al Celio ho accompagnato le COMI nel loro convegno annuale. Sono stati un ininterrotto scambio di esperienze sulla misericordia: non discorsi ma fatti. Uno tra i tanti dei coniugi Anna e Giovanni Baglivo:

Per strada mi sento chiamare: “Ciao ZIA!!!”. Mi giro, è Hamza giovane ragazzo pakistano figlio di una ormai cara amica conosciuta e aiutata al centro di ascolto. Abbiamo trovato per lei, finalmente dopo 7 anni di alloggi precari e con un tam-tam di passa parola, una casa vera e propria solo per loro! Hamza la sta pitturando, tanti amici stanno regalando mobili e a giorni si trasferiranno! Sono felici!
“È tuo nipote?”, mi chiede qualcuno. “Si!”, rispondo. È una parentela che si allarga, testimoniando un legame e una relazione che va oltre l’appartenenza di sangue. Allora mi viene da pensare che di nipoti ne abbiamo tanti!
Sono ormai nipoti adottivi tutti i figli delle giovani coppie che seguiamo per un accompagnamento di spiritualità familiare, ma anche di vicinanza, amicizia, sostegno! Ci siamo quando nascono alle 5 della mattina o quando esplode la varicella, quando stanno male e i genitori devono lavorare. “Nonno Giovanello” scatta per accompagnarli a scuola o riprenderli! Ci siamo per le foto della recita natalizia. Siamo nonni per loro (“Papà, possiamo chiedere a Giovanni di farci il nonno?”)  e mamme per le loro mamme (“Sei come una mamma per me”).

Poi arrivano richieste varie:  indicare una baby sitter, conoscere una badante, dei ragazzi per animare una festa di compleanno; aiutare a cercare una lavoro, una casa. Ci chiamano e: “Passo per fare due chiacchere; ho bisogno di un consiglio; Giovanni puoi controllare questi documenti? Ho un mobile da spostare; sono rimasta al buio…”
Certo è bellissimo quando riusciamo ad offrire soluzioni e trovare ciò di cui hanno bisogno! Il più delle volte però possiamo solo ascoltare, accogliere, esserci.
Sono a casa, arriva un messaggio. È Rosario che mi scrive: Grazie per avermi ascoltato, sei una sorella! Mi viene da ridere: mamma, sorella, zia, nonna! Esiste l’Opera di Misericordia Farsi parenti di tutti? Forse no o forse sì, ma per noi oggi è quella che le racchiude tutte. Grazie Signore e  Padre!


domenica 28 febbraio 2016

Ai Santi Giovanni e Paolo: luogo di contemplazione


Pellegrinaggio alla basilica dei santi Giovanni e Paolo per dire la messa nella stanza del venerabile Paolo della Croce e sull’altare usato da questo grande servo di Dio.
Nella stanza si conservano preziosamente gli oggetti che usava in vita. Ho fatto il ringraziamento davanti al crocifisso che portava nelle missioni e mi sono appoggiato sullo stesso tavolo sul quale è scritto che si appoggiava lui stesso quando faceva orazione. Per rispetto non ho osato sedermi sulle due sedie di cui si serviva, mi sono accontentato di appoggiare le labbra dove appoggiava le mani.
Si vedono, in un armadio a vetri, una quantità di cose che gli appartenevano: la Bibbia, il breviario, la Imitazione di Gesù Cristo, il suo cilicio, le sue scarpe, i suoi abiti, il suo letto e anche il suo sangue conservato in una bottiglia.
I padri Passionisti mi hanno pregato di restare con loro a pranzo; siamo andati prima in coro a dire sesta e nona in piedi, secondo il loro uso, e molto lentamente come loro dicono tutto l’ufficio.


È il diario di sant’Eugenio, in data 20 aprile 1826. Ancora una volta questo potrebbe essere il mio diario, perché effettivamente sono ai santi Giovanni e Paolo, ho visitato la cella di san Paolo della Croce trasformata in cappella…
Da qui emana il profumo della santità. Pare di sentire il santo ripetere: «chi vuol essere santo ama di seguire le orme divine di Gesù... Suo cibo è fare in tutto la santissima volontà di Dio; e, siccome questa più si fa nel patire che nel godere, perché nel godimento sempre vi si attacca la volontà propria, così il vero servo di Dio ama il nudo patire, ricevendolo direttamente dalla purissima volontà del Signore».

Come al tempo di sant’Eugenio, anche oggi nella comunità dei Passionisti si sperimenta un grande senso di accoglienza. È un luogo fatto per la preghiera e la contemplazione.


sabato 27 febbraio 2016

Sul Celio, dai Santi Giovanni e Paolo



Uscito tardi per andare ad adorare il Santo Sacramento alle Quarantore. Si tenevano nella chiesa dei santi Giovanni e Paolo al di là del Colosseo. Mi sono incamminato verso questa chiesa assai lontana, attraversando il tempio della pace di cui restano solo tre archi spogli di ogni ornamento; però è uno dei più bei edifici della Roma antica, iniziato da Claudio e terminato da Vespasiano, che vi rinchiuse i vasi presi a Gerusalemme. Delle otto colonne che sostenevano la navata centrale ne è rimasta solo una che Paolo V fece elevare nella piazza di S. Maria Maggiore.
Uscendo da questi archi, sono passato sotto il famoso arco di trionfo di Tito dove si vede il bassorilievo che rappresenta il candelabro a sette braccia del tempio di Gerusalemme. Sono entrato nella chiesa detta di S. Maria la Nuova, servita dai religiosi Olivetani. Fu elevata dentro il vestibolo della Domus Aurea di Nerone in memoria dei santi Apostoli perché si dice che in questo luogo S. Pietro si inginocchiò per ottenere da Dio che il mago Simone, che in quel momento si innalzava davanti a tutto il popolo e allo stesso Nerone, fosse precipitato. Si mostra la pietra sulla quale si inginocchiò il santo Apostolo, inserita nel muro della Chiesa, ma non ci sono altre prove dell’identità di questa pietra – dove è segnato il posto delle ginocchia – se non la pia credenza dei fedeli.
Dirigendomi verso l’arco di Costantino che è vicino al Colosseo, mi sono incamminato verso la chiesa dei santi Giovanni e Paolo in mezzo a una immensa folla che faceva la mia stessa strada. La giornata era splendida e ognuno aveva preso come meta della passeggiata la chiesa dove si svolgevano le Quarantore.
Arrivato alla piazza della chiesa…

È l’itinerario che ho percorso venerdì per arrivare alla basilica dei santi Giovanni e Paolo, ma non è il mio diario: è il diario di sant’Eugenio, scritto 190 anni fa, il 12 febbraio 1826.
La basilica di S. Giovanni e Paolo, una delle più antiche di Roma, fu costruita alla fine del IV secolo sulla casa dei due santi martirizzati sotto Giuliano l’Apostata e sepolti di nascosto nella loro casa, che era una “chiesa domestica”,  che accoglieva i primi cristiani per gli incontri di vita e di preghiera, quando ancora non esistevano le chiese. Nonostante l’uccisione e la sepoltura dei due martiri fosse tenuta nascosta, presto sul luogo del martirio sorse un piccolo “trofeo” per il culto. I resti della casa primitiva, una delle meglio conservate dell’antica Roma, furono riscoperti nel 1887.
Il colle del Celio, che si erge accanto al Colosseo, è uno dei luoghi più suggestivi di Roma. Il parco solitario e silenzioso si estende per tre ettari. Nel medioevo la zona fu completamente abbandonata e tornò ad essere aperta campagna. Vi si installarono i Cistercensi poi altri ordini, sempre scoraggiati dal luogo selvaggio, fino a quando il grande monastero fu affidato dal papa a Paolo della Croce nel 1773. Da allora i Passionisti sono ancora qui. Come 190 anni fa accolsero sant’Eugenio, oggi accolgono anche me per tre giorni…


venerdì 26 febbraio 2016

Studiare un carisma / 2




Nell’articolo sul corso che ho dato al Claretianum, oltre a Rosalba, altri tre studenti rispondo alle domande di Angelica. Tra questi Giovanni Varuni:

Quale parte del corso ti ha interessato maggiormente
La prima lezione è stata molto intéressante. Mettere a fuoco ciò che serve per uno studio del fondatore è stato illuminante. Dallo studio delle fonti in tutti i loro aspetti allo studio sugli ambienti (geografici e storici). Lo è stato soprattutto perché le notizie che avevo non erano del tutto vere (per esempio che il carcere che si può vedere a Aix non era quello dove Eugenio operava).

Cosa hai scoperto di sant'Eugenio o del carisma oblato che non conoscevi?
Spesso penso che gli aspetti del carisma di sant’Eugenio li conosco tutti. Purtroppo la mia non è una conoscenza approfondita per questo ho avuto le antenne attive per tutto il corso. Per esempio, quando penso agli Oblati, il primo pensiero va alla Madonna, penso sempre che il tratto distintivo dei missionari sia la Madon­na. Tuttavia, anche se ce l’hanno nel nome, loro sono cooperatori del Salvatore: al primo posto c’è sempre Cristo.

Quale dei terni affrontati da p. Fa­bio continuerai ad approfondire in futuro?
Purtroppo essendo un lavoratore non credo di riuscire ad approfondire da studioso uno dei terni delle lezioni. Tuttavia, mi pia­cerebbe studiare la corrispondenza tra sant’Eugenio e p. Tempier, suo primo compagno. Il desiderio nasce dalla mia curiosità sui primi compagni dei fondatori di varie congregazioni, perché mettermi all’ascolto di questi è cornee tornare alle origini del carisma.


giovedì 25 febbraio 2016

Studiare un carisma / 1

Con mia grande sorpresa sul nuovo numero di « Missioni OMI » vedo un articolo di quattro pagine di Angelica Ciccone sul corso che ho dato al Claretianum, riguardante la metodologia di studio del carisma oblato.
Vi sono le testimonianze di quattro studenti. La prima è Rosalba:

Quale parte del corso ti ha interessato maggiormente?
Tutto il corso è stato estremamente interessante. Sicuramente la parte più nuova e sconosciuta per me è stata la conoscenza della metodologia nell’affrontare lo studio delle fonti, in maniera da operare su di esse in modo oggettivo e critico. L’interpretazione di un carisma non può essere affidata alla soggettività dell’interprete. È importante lavorare su dati esatti e non sbagliati, si deve essere sicuri di possedere testi originali ed è importante avere chiaro ed eventualmente ricostruire il contesto socio-culturale in cui il fon- datore ha vissuto.

Cosa hai scoperto di sant’Eugenio o del carisma oblato che non conoscevi?
Più che scoprire qualcosa di nuovo sul carisma, per me è stato importante capire che non basta la lettura degli scritti di sant’Eugenio per entrare in contatto vivo con lui. La sua persona emerge dal considerare in maniera globale le sue azioni e le sue scelte operative lungo tutto l’arco della vita. Il carisma va attinto dal vissuto esperienziale proprio perché è esperienza dello Spirito, non è una dottrina. Esso è il vissuto stesso del fondatore che parla. Esistiamo se ci doniamo e donandoci comprendiamo chi siamo.

Quale dei temi affrontati da p. Fabio continuerai ad approfondire in futuro?
Traggo da questo corso un importante insegnamento: la comprensione del carisma non è mai un fatto compiuto definitivamente, è progressiva ed è in rapporto proporzionale alla fedeltà con cui il carisma è vissuto. Ogni generazione è pertanto chiamata a far progredire l’interpretazione del carisma. Ogni carisma è stato dato per la vita del mondo e dobbiamo oggi contribuire a dare un servizio all'umanità in cui viviamo. Studiare le fonti non è lasciarsi prendere dalla nostalgia, ma entrare in una vita per consentire a questa di continuare a vivere.

mercoledì 24 febbraio 2016

La misericordia che tutto rinnova / 3



Sono scontati gli esiti di conversione personale nell’accoglienza della misericordia di Dio; meno, ma ugualmente prevedibili, quelli sociali, quando il suo esercizio si rivolge alle persone attorno. La sua concretezza si visibilizza al punto che la parola “misericordia” nella Firenze del XIII secolo divenne il nome per un ente assistenziale, capace di fornire cure gratuite ad ammalati e feriti, e provvedere alla sepoltura dei morti derelitti. Il nome di “Misericordia” continua anche oggi a designare associazioni e confraternite di volontariato che operano in tutta Italia nell’ambito dell’assistenza medica.
Inattesi e sorprendenti invece le ricadute storiche e geopolitiche della misericordia. Papa Francesco lo sta facendo vedere: ha inventato il disgelo Usa-Cuba, ha cercato di portare sul piano della preghiera il conflitto mediorientale, sta elaborando un accordo con la Cina, prende contatti con il mondo musulmano… L’incontro con il patriarca ortodosso di Mosca Kirill e il documento siglato congiuntamente vanno ben al di là degli ambiti ecclesiali o del dialogo ecumenico: coinvolgono politica ed economia, ecologia e conflitti, affrontando con lucidità e in maniera propositiva i grandi problemi del nostro mondo contemporaneo. Un appello al dialogo a tutto campo che non parte né da Mosca né da Roma ma, in maniera significativa, da «Cuba, all’incrocio tra Nord e Sud, tra Est e Ovest», con parole rivolte «a tutti i popoli dell’America Latina e degli altri Continenti».
L’amore non permette solo di cambiare la vita attorno a sé, ma anche di inventare la storia. L’atteggiamento misericordioso è creativo e innovativo. È a questo che deve mirare l’esperienza della misericordia.


martedì 23 febbraio 2016

Giovanna Porrino: una missionaria Oblata




Un librone di 600 pagine, pubblicato con una delle più prestigiose case editrici francesi. Le poids et la gloire. Splendeur de Dieu, splendeur de l’homme, de la Genèse aux Psaumes è il frutto della ricerca che Giovanna Maria Porrino ha svolto presso la Facoltà di Teologia dell’Università di Friburgo, dove nel maggio 2014 ha conseguito il Dottorato di ricerca.
Auguri Giovanna!
Non dimenticare mai che vieni dal mondo oblato, anzi, dalla culla della Provincia italiana, Santa Maria a Vico! 
Gli Oblati sono fieri di te e ti augurano che, accanto a loro e con loro, tu possa essere missionaria, grande apostola dell’annuncio della Parola di Dio.

lunedì 22 febbraio 2016

Il cammino della Quaresima



Il viaggio: una delle più belle metafore della vita, cammino che inizia con la nascita e prosegue tra mille avventure, alti e bassi, luci ed ombre, dolori e gioie, per terminare infine non con la morte, ma oltre di essa, nel Paradiso.
La stessa vita cristiana è un viaggio, al punto che il libro degli Atti degli apostoli la chiama semplicemente “la via”. Essa inizia nel momento in cui Gesù si rivolge a ognuno di noi, a me, a te e, dopo averci guardato e amato personalmente, ripete l’invito, come già ai primi discepoli: “Seguimi!”. Ci ritroviamo così a camminare dietro a lui, con lui che è “la Via”. Dove ci porterà?
Dove ci porterà il cammino di questa Quaresima?
Il cammino intrapreso da Gesù aveva una meta ben precisa: doveva raggiungere Gerusalemme e là, sulla croce, avrebbe dato la vita per l’umanità intera, mostrando quando Dio ama il mondo. Non ha tuttavia atteso l’ultimo momento per donarsi interamente; ogni istante del suo pellegrinaggio sulla terra è stato un atto d’amore: ha accolto e curato gli ammalati, ha percorso città e villaggi donato parole di sapienza, ha cercato e perdonato i peccatori, ha lavato i piedi ai discepoli…
L’apostolo Paolo pensava a lui quando, scrivendo ai cristiani di Efeso, li invitava a “camminare nell’amore, nel modo in cui anche Cristo ci ha amato e ha dato se stesso per noi” (Ef 5, 2). Gesù è il modello di come si vive e di come si muore. Egli dà il senso al viaggio della vita: lungo in nostro cammino abbiamo una cosa da fare: amare come lui ci ha amati. Ecco dove ci porta il cammino dietro a Gesù.
Potremo dire un giorno che siamo arrivati? No, perché dovremo giungere ad amare con la misura stessa con la quale Egli ha amato: fino a dare la vita, un cammino che non ha fine. “Camminate” è un invito a non fermarci mai, a crescere, a migliorare. L’amore domanda di non essere mai essere incupito dalla routine, illanguidito dalla stanchezza, ma di restare sempre vigile, attento, premuroso, creativo, per escogitare sempre nuove espressioni.


domenica 21 febbraio 2016

Viaggio in Valtellina


Non sono mai stato in Valtellina. Vi sono andato questa sera accompagnato da Piero Chiara, con il suo racconto Il verde della tua vesta, che “Il Sole 24 Ora” mi ha venduto a 50 centesimi. “Sui fianchi della valle, tra il verde, ogni tanto spuntava un campanile, qualche cascinale o un paese… La vigna dilagava nei pendii, schierata in ordine, come nel Trentino, il cielo splendeva sopra le vette dei monti”. Una di quelle valli che “protette da due quinte di monti, riscaldate dal solo e riparate dal vento, bagnate sempre da un fiume, fioriscono di paese… un mondo remoto, chiuso dentro i monti, gelosi del suo vino, delle sue donne, delle sue acque e del suo cielo, come sono le piccole repubbliche delle valli di qua e di là del grande arco alpino, angoli caldi del mondo, crune brulicanti di vita…”.
Che bello avere scrittori che ti portano dove tu non sei mai stato…


sabato 20 febbraio 2016

Tutto sarà trasfigurato


Era notte o era giorno quando, in preghiera sul monte, ti trasfigurasti? Luca non lo dice. 
Se era giorno, il tuo splendore offuscò la luce del sole. 
Se era notte, la tua luce dissipò le tenebre.
Doveva essere notte, perché di notte eri solito ritirati a pregare, quando i tuoi discepoli, come più tardi nell’orto degli olivi, venivano sopraffatti dal sonno.

È notte. Le tenebre ricoprono la terra. Le stesse tenebre che in pieno giorno, quando fosti innalzato sulla croce, avvolsero tutta la terra. Ed è proprio di quel giorno che diverrà notte, che discorri con Mosè ed Elia, la Legge e i Profeti. L’intera Scrittura parlava di te e annunciava l’esodo doloroso che ti avrebbe condotto alla morte per condurre noi dalla morte alla vita. Quell’esodo avverrà in una tenebra capace di oscurare la presenza di Dio, di far smarrire la strada, di metter paura, una “paura da morire”, che ti farà sudare sangue, «con forti grida e lacrime».
Ma proprio mentre ne parli con Mosè ed Elia, e percepisci il buio, ti accendi di luce e fai splendere la notte: la tua notte non ha più oscurità, annuncio di risurrezione, di esodo compiuto. 
Sono passati otto giorni dall’annuncio della tua passione e oggi ridoni speranza ai tuoi discepoli e già fai loro vedere la tua risurrezione.

“Otto giorni” dopo l’inizio della Quaresima anche la Chiesa ci mostra la metà del nostro cammino: seguirti fino in fondo nelle tenebre della tentazione, del dolore e della morte, per essere con te trasfigurati. 
Questo nostro corpo, quello che abbiamo seminato nella vita, il nostro lavoro, le nostre opere... tutto sarà trasfigurato. Al di là dell’inevitabile morte e del disfacimento, anche a noi è rivolta la parola del Padre indirizzata a te: Sei il Figlio mio, l’eletto.

A volte siamo stanchi, Signore, e scoraggiati. Non sappiamo perché lavoriamo,
se ha ancora un senso la nostra giornata qui sulla terra.
Chiamaci alla preghiera, nella solitudine del monte, lasciati incontrare
e resta sempre con noi.
Mostrati anche a noi come ai tuoi discepoli. Brilla in ogni nostra notte.
Donaci di gustare la tua presenza. Lasciaci fare tre tende.
Accendici della tua luce.


venerdì 19 febbraio 2016

Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso / 2


Una volta sperimentato l’amore misericordioso di Dio, come non essere misericordiosi a nostra volta? «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (Lc 6,36). In questo sta la perfezione. A volte ci domandiamo come è possibile essere, come Gesù ci chiede, «perfetti come il Padre». Semplice, essendo come lui amore di misericordia verso ogni prossimo. È così che ci viene offerta la possibilità di partecipare alla matura amante di Dio: mostrare tenerezza e affetto, condividere ogni sofferenza, sostenere chi è nella prova.
Misericordia è composto da miserere, aver pietà, e da cor, cuore. Non è un amore intellettuale, nasce proprio dal cuore, dalle viscere, si fa compassione, fino a tradursi in “opere di misericordia”, in amore concreto, fattivo. Dopo aver raccontato la parabola del buon samaritano, che si prende cura dell’uomo ferito ai margini della strada, Gesù si rivolge al suo interlocutore e gli dice: «Va’ e anche tu fa’ lo stesso» (Lc 10,37). Di Gesù stesso le folle dicevano: «Ha fatto bene ogni cosa» (Mc 7,37; cfr. At 10,38). La Prima lettera di Giovanni lo ricorda a più riprese: «Non amiamo a parole, né con la lingua, ma con i fatti e nella verità» (1Gv 3,18); «Se uno ha ricchezze di questo mondo e, vedendo il suo fratello in necessità, gli chiude il proprio cuore, come rimane in lui l’amore di Dio?» (1Gv 3,17); «Chi non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede» (1Gv 4,20). Non esiste una misericordia intima, che resta ferma e nascosta in cuore. Per sua natura trabocca in azione, in un aiuto concreto.

È la Chiesa che papa Francesco sogna: «In questo Anno Santo, potremo fare l’esperienza di aprire il cuore a quanti vivono nelle più disparate periferie esistenziali, che spesso il mondo moderno crea in maniera drammatica. Quante situazioni di precarietà e sofferenza sono presenti nel mondo di oggi!... In questo Giubileo ancora di più la Chiesa sarà chiamata a curare queste ferite, a lenirle con l’olio della consolazione, fasciarle con la misericordia e curarle con la solidarietà e l’attenzione dovuta». Di qui l’invito ad aprire gli occhi «per guardare le miserie del mondo, le ferite di tanti fratelli e sorelle privati della dignità, e sentiamoci provocati ad ascoltare il loro grido di aiuto».
Dietro ognuno dei “più piccoli” – affamati, assetati, profughi, nudi, malati carcerati – Gesù ci ha insegnato a riconoscere lui stesso: «l’avete fatto a me» (cf. Mt 25, 31-46). «La sua carne diventa di nuovo visibile come corpo martoriato, piagato, flagellato, denutrito, in fuga… per essere da noi riconosciuto, toccato e assistito con cura. Non dimentichiamo le parole di san Giovanni della Croce: “Alla sera della vita, saremo giudicati sull’amore”» (Misericordiae Vultus, 15).


giovedì 18 febbraio 2016

La misericordia che cambia noi stessi / 1


Misericordia: è l’amore di un Dio che è Amore per definizione e che per primo si muove incontro a noi. È l’amore di un Padre che ama con un amore di madre, come suggerisce una delle parole che la Bibbia ebraica impiega per esprimere la misericordia: rahamim, ossia l’amore viscerale della mamma (rehem è il seno materno): «Si dimentica forse una donna del suo bambino, così da non commuoversi per il figlio delle sue viscere? Anche se queste donne si dimenticassero, io invece non ti dimenticherò mai. Ecco, ti ho disegnato (potremmo tradurre: tatuato) sulle palme delle mie mani» (Is 49,15-16). È l’amore di un Dio che giunge fino a morire per coloro che egli ama: «a stento si trova chi sia disposto a morire per un giusto… Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi perché, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5, 8-9). Quel Dio che si era autodefinito «misericordioso e compassionevole» (cfr. Es 34,6) ha mostrato la follia del suo amore in Gesù, che ha dato un volto concreto alla misericordia e alla compassione. Se «Dio è per noi, chi sarà contro di noi?...  Chi ci separerà dunque dall'amore di Cristo?» (Rm 8, 31, 35).
Questa certezza si è stampata con tale forza nel cuore dei cristiani da suscitare una infinita gratitudine e speranza: Dio mi ama sempre, comunque, immensamente, mi è vicino, mi perdona, mi dà la possibilità di ricominciare. 
La misericordia inizia col cambiare noi stessi, perché l’amore di Dio che ci raggiunge fin nel profondo della nostra miseria e piccolezza, fin nel nostro essere peccatori: ci fa nuovi.

mercoledì 17 febbraio 2016

Gli Oblati in festa (come sempre...)


Gli Oblati sono festaioli, si sa. Oggi è la festa del “ringraziamento per la vocazione”. 190 anni fa, in questo giorno, papa Leone XII approvava la Congregazione e le sue Regole. Era il riconoscimento, da parte della Chiesa, della bontà e della grandezza di questa vocazione.

In questa occasione il superiore generale, p. Louis Lougen, ha scritto una bella lettera a tutti gli Oblati, enumerando i motivi per cui ringraziare Dio: per gli Oblati semplici, umili, disponibili, che parlano la lingua del popolo, che vivono in periferie spesso esposte a rischi, in luoghi di tensioni e conflitti, costantemente in pericolo, che perseverano nella missione, nonostante continue minacce di violenza e di morte; per i nostri santi e martiri; per i numerosi laici intensamente legati al carisma oblato, presenti in tutto il mondo, sotto molteplici forme, originali e creative… E avanti in una lunga lista…

Si è dimenticato di ringraziare per un dono importante che la Congregazione ha ricevuto in questi ultimi anni: il superiore generale Louis Lougen! Lui non poteva parlare di sé, ma noi tutti lo ringraziamo e ne ringraziamo Dio: una persona semplice, buona, generosa, che ha ereditato il cuore di sant’Eugenio, che sa amare ogni persona con amore appassionato, essere attento alle necessità dei fratelli, incoraggiare, animare, guidare, accompagnare, infondere sempre e ovunque gioia.
Buona festa a tutta la famiglia oblata, con in testa padre Louis.

martedì 16 febbraio 2016

John Milton: cosa fa l'amore



Sto leggendo, centellinando, come si addice alle poesie… un libro di poesie! Autori italiani dell’intero millennio, anche quando scrivono in arabo, greco, latino, dialettale. Ma anche autori stranieri che scrivono in italiano, come la poesia che ho letto oggi, dell’inglese John Milton (siamo nel 1600).
Gli amici lo canzonano: perché scrivere in una lingua straniera, "ignota e strana"?

Il poeta chiede all’amata, un’italiana, di rispondere a posto suo. Ella lo fa con un endecasillabo da brivido, che meriterebbe di essere inciso all’entrata delle università linguistiche di tutto il mondo:
"Questa è lingua di cui si vanta Amore".
L'amore, per parlare, deve esprimersi in italiano!

Ciò che mi affascina è il motivo per cui Milton chiede all’amata di parlare in sua vece:
"… e 'il suo dir è il mio cuore".
Questo fa l’amore, di due una cosa sola.


lunedì 15 febbraio 2016

Una chiesa immensa per una Madonna microscopica


Come ogni anno, anche oggi la famiglia oblata si è ritrovata numerosa nella chiesa di Santa Maria in Campitelli per celebrare l’Eucaristia in ricordo del 15 febbraio 1826 quando, nel palazzo di fronte, casa del cardinale Pacca, la commissione cardinalizia si era riunita per dare il proprio parere sulle Costituzioni e Regole degli Oblati, in vista dell’approvazione pontificia. Sant’Eugenio trascorse la mattinata in chiesa, in preghiera, per il buon esito della commissione, composta, oltre che dal Cardinal Pacca, dai cardinali Pedicini e Pallotta.



Per la prima volta, grazie all’obiettivo della macchina fotografica, ho potuto vedere il dipinto della Madonna, piccolo come un francobollo e lassù in alto, avvolto da una colossale raggiera barocca dorata. Si intravedono, all’angolo in alto, anche i volti dei santi Pietro e Paolo… Una chiesa così grande per un’immagina così piccola… ma è Maria!

domenica 14 febbraio 2016

Bella Roma: Villa Farnesina



Come Villa Giulia il mese scorso, anche per Villa Farnesina c’è stata finalmente per me una prima volta! Quante volte le sono passato davanti scorrendo sul lungotevere, senza mai fermarmi… Per tutto c’è una prima volta!
Chi, vedendola così sobria dal di fuori (si fa per dire…) non ci si immagina la bellezza delle sale, delle pitture, dello stesso giardino. Raffaello vi primeggia. Qui ha imparato l’arte, che ha poi messo a frutto nelle stanze vaticane.


Non un solo soggetto sacro, tutto rigorosamente profano, mitologico, astrologico. Il bello parla comunque sempre del divino…


sabato 13 febbraio 2016

Ha vinto la tentazione, per me, in me



Le tre tentazioni! Tre, numero perfetto a significare la totalità: una tentazione a tutto campo. La nostra povera umanità, in balia del maligno, è sospinta verso ogni tipo di male. Gli antichi hanno stilato cataloghi di vizi. Lo ha fatto più volte anche l’apostolo Paolo: ingiustizia, malvagità, cupidigia, malizia, invidia, omicidi, rivalità, frodi, malignità, diffamazione, maldicenza, ostilità a Dio, oltraggi, superbia, slealtà, mancanza di cuore, di misericordia... (cf. Rm 1, 29-31). Sono, purtroppo, di una tragica attualità; anzi, guardandoci attorno potremmo continuare la lista, aggiornandola.
Gesù avresti potuto disprezzarci o compatirci con sufficienza, giudicandoci dall’alto della tua santità. Invece si è fatto debole, come tutti noi, e hai aperto la tua umanità alla tentazione, come tutti noi. Non c’è seduzione escogitata dal diavolo che egli non l’abbia subito. Viene attaccato su tutti i fronti; il diavolo si ritirò soltanto “dopo aver esaurito ogni specie di tentazione”. L’ha fatto per noi.
Quando avverto una tentazione, qualsiasi essa sia, posso subito dire: anche tu l’hai provata. Può essere la più assurda, la più inattesa... tu l’hai già vissuta; la più violenta, la più umiliante... ti è già piombata addosso, prima che a me.
Nuovo Adamo, ha provato su di sé la tentazione del primo Adamo e di tutti gli adami della storia. Ma a differenza dell’Adamo, egli hai vinto, è il Forte.
Gesù, il Verbo, la Parola, ha lasciato affiorare le parole di Dio che custodiva in cuore. La sua Parola vince la morte e dà la vita.
Forse è questo il segreto della vittoria: vivere la Parola di vita.
Gesù ha vinto per me, per vincere in me.

Fai parlare in me la tua Parola, custodiscila nel mio cuore,
falla diventare vita della mia vita così che abbia il tuo pensiero
ed essa sia la mia arma di difesa.
Tu che già sei stato attraversato
dalla stessa tentazione che mi attraversa, vinci in me il male
come l’hai vinto in te.


venerdì 12 febbraio 2016

Chiedete e vi sarà dato: che promessa (ma sarà vera?) / 8


 
Uno dei punti forti della Quaresima è la preghiera. Legata ad essa vi è una delle più consolanti promesse di Gesù: «Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto» (Mt 7, 7-8; cf. Lc 11, 9-10).
A riprova che Dio esaudirà la nostra domanda, Gesù porta l’esempio di un padre che risponde a tono al figlio: se questi gli chiede un pesce non gli darà certo una serpe, se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione. «Se voi, dunque, che siete cattivi – conclude Gesù –, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele chiedono!» (v. 11).

Purtroppo, verrebbe da dire, le cose non stanno proprio così. Questa promessa sembra non essere rispondente alla realtà. Quante volte chiediamo a Dio qualcosa, che di fatto ci viene negata. Cosa ne è di questa promessa quando, ad esempio, si domanda con insistenza la guarigione di un figlio ammalato e poi sopraggiunge la morte, nonostante l’aver tanto bussato, tanto pregato? Così, l’estrema fiducia con la quale ci si è rivolti a Dio, spesso si trasforma in rivolta contro di lui, perché non ha esaudita la preghiera sincera.
Spesso ci immaginiamo la preghiera come un modo per piegare Dio al nostro volere. Gli suggeriamo come dovrebbe agire, lo supplichiamo di darci quello che gli chiediamo, convinti che la nostra richiesta sia la più giusta, la più conveniente.


Che la preghiera non sia invece un modo per piegare noi alla volontà di Dio? Nella seconda lettura dell’Ufficio di oggi, Giovanni Crisostomo scrive che la preghiera è «una comunione intima con Dio… luce dell'anima, vera conoscenza di Dio, abbraccia il Signore con amplessi ineffabili… è un desiderare Dio…».
La preghiera è dunque un entrare in Dio, nel suo mondo, nel suo pensiero. Essa si porta gradualmente a vedere le cose come lui le vede. Al punto che alla fine la preghiera si trasforma nel chiedere che si compia la sua volontà, perché piano piano ci rendiamo conto che essa è bella, vera, la più adeguata alla nostra situazione. Forse non la capiamo, ma la preghiera ci conduce comunque alla piena fiducia in Dio. Come è capitato a Gesù, che ha chiesto, cercato, bussato: «Padre, allontana da me questo calice». Giustamente domandava che gli fosse risparmiata la morte e quel tipo orrendo di morte. Ma proprio nel dialogo con il Padre, egli è entrato nel suo cuore, nella “comunione intima con Dio”, come direbbe Giovanni Crisostomo, e quindi ha compreso che la cosa più bella che il Padre poteva donargli era proprio quell’incomprensibile destino di morte: «Non la mia, ma la tua volontà sia fatta».

Si comprende allora la variante del Vangelo di Luca, rispetto a quello di Matteo: «Se voi dunque, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!». Chiediamo, chiediamo… e cosa ci viene dato? Lo Spirito Santo, che sa farci entrare nel mistero di Dio, che ci porta alla comprensione del suo infinito amore di Dio: ci fa capire che Dio, perché Amore, perché Padre, vuole comunque il nostro bene, e ci darà sicuramente quello che è meglio per noi: più di quello che voi gli chiediamo. Non sappiamo pregare come si conviene – ci ricorda Paolo –, ma lo Spirito stesso intercede per noi con gemiti inesprimibili (cf. Rm 8, 26).

In definitiva, la promessa è vera oppure no? È verissima: ci viene sicuramente dato, troveremo con certezza, ci sarà aperto, anzi spalancato, ma in modo che, in un primo momento, non ci saremmo aspettati. Proprio perseverando nel chiedere, cercare, bussare, si finisce con l’entriamo in una confidenza tale con Dio, che piano piano ne comprendiamo la logica, il suo mondo, il suo amore vero e sincero, e ci adeguiamo al suo volere, infinitamente più bello, più buono di quello che all’inizio noi potevamo immaginare.


giovedì 11 febbraio 2016

Un bacio sulla bocca di Gesù


A Castel Gandolfo l’incontro annuale per i religiosi che, per la prima volta, viene celebrato insieme alle religiose. Un evento pieno di luce e di gioia.
Una religiosa piuttosto anziana mi avvicina e mi ricorda che alcuni anni fa sono andato a parlare ad un loro incontro. Avrei detto loro di una mistica che confidava: “Ogni attimo che vivo la Parola è un bacio sulla Bocca di Gesù, quella Bocca che disse soltanto Parole di Vita”.
“È stata per me come una rivelazione – mi racconta la suora. Da allora compio con una gioia indicibile ogni minima volontà di Dio, anche raccogliere una carta per terra. Ed ogni volta mi ripeto: un bacio per te, un bacio per te… Così tutta la mia vita è un mandare continuamente baci a Gesù”.
Me l’ha raccontato con il sorriso di una bambina…

mercoledì 10 febbraio 2016

Quaresima

Inizia il tempo liturgico della Quaresima. Una meditazione di sant’Eugenio offerta alla chiesa di Marsiglia.

Scopo [della Quaresima] è soprattutto disporre le anime a parteci­pare al grande mistero della risurrezione dell’Uomo-Dio, conducendo­le sulla via penitente e dolorosa da lui stesso tracciata, facendole salire con lui sul Calvario e scendere spiritualmente con lui nel sepolcro, per rinascere con lui alla vita nuova che ci ha acquisito con la vittoria sull’inferno, sul peccato e sulla morte (…). Saremo così altri lui, viven­do, soffrendo e morendo con lui nel giorno passeggero delle sofferenze e degli scandali, risorgendo, trionfando e regnando con lui nel giorno eterno della gloria (…).
Per farci mettere in pratica questa unione di spirito e di cuore con Gesù Cristo, la Chiesa ci chiama a percorrere i santi quaranta giorni, prima di arrivare a Pasqua. Allora, ci ritiriamo con lui nel deserto, pre­ghiamo, digiuniamo, resistiamo alle tentazioni con lui, ci mettiamo alla sua sequela per sopportare nello spirito i travagli, le fatiche e le con­traddizioni della sua vita pubblica. Nella notte ci troveremo insieme sulla montagna per raccogliere il frutto delle sue preghiere, mentre il giorno saremo testimoni dei suoi miracoli, segni che manifestano, con un legame d’amore, sia la sua misericordia che la sua venerabile perso­na; toccati dalla sua inesauribile carità e dalla sua tenerezza infinita per gli uomini, ascolteremo con raccoglimento la sua divina parola e, come Maria, sua santa madre, la mediteremo nel nostro cuore (Lc 2,19); ci impregniamo dei sentimenti del nostro Redentore, ci abbandoniamo alle ispirazioni del suo amore, conformiamo la nostra anima alla sua e, vivendo lui stesso in noi (Gal 4,19), condividiamo la sua vita umiliata, laboriosa e penitente, per essere così simili alla sua immagine, sempre a noi presente, perché sia al nostro sguardo il primogenito di una mol­titudine di fratelli e perché, dopo essere stati chiamati e giustificati, sia­mo glorificati (Rm 13, 29-30). (Lettera pastorale, Quaresima 1846)


martedì 9 febbraio 2016

200 anni e non sentirli


200 anni e non sentirli

   
30-01-2016  di Fabio Ciardi
fonte: Città Nuova on line

Festeggiano il bicentenario gli Oblati di Maria Immacolata, comunità di missionari a vita comune fondata da sant’Eugenio de Mazenod nel 1816. Anche papa Francesco ha mandato il suo messaggio augurando di «approfondire l'impegno personale con Gesù ed essere uomini che testimoniano continuamente la gioia del Vangelo»

200 anni degli Oblati
Un albero centenario che spande i suoi rami in 68 Paesi dei 5 continenti, sul quale sono spuntati 14.743 fiori (l’ultimo si chiama Jeniston Benedict Therispustam, dello Sri Lanka). L’immagine racchiude la storia dei Missionari Oblati di Maria Immacolata che celebrano 200 anni di vita.
Cinque giovani sacerdoti si incontrarono il 25 gennaio 1816, data in cui si ricorda la conversione di san Paolo, decisi, come l’Apostolo delle genti, ad annunciare il Vangelo nella loro terra di Provenza, nel sud della Francia. Quel giorno, alle autorità della diocesi di Aix-en-Provence, presentarono la richiesta di abitare insieme per dare vita a una comunità di missionari. Dopo aver descritto la situazione di perdita della fede della società loro contemporanea, soprattutto a seguito della Rivoluzione francese, e dopo aver costatato che la pastorale offerta dalla diocesi era inadeguata a rispondere alle nuove sfide, domandavano di passare a tappeto il territorio, visitando le famiglie, parlando nelle chiese, radunando le persone per annunciare in modo nuovo il Vangelo.
La richiesta di dar vita a una società di missionari era motivata anche dal desiderio di perseguire una “santità comune”, nella convinzione che non si può annunciare efficacemente il Vangelo se non lo si vive con radicalità, non si può costruire una comunità cristiana senza l’esperienza di un’autentica vita fraterna.
L’idea era brillata in cuore a sant’Eugenio de Mazenod, allora trentenne, che si sentiva chiamato a continuare la missione stessa di Cristo, come scrisse appena due anni dopo gli inizi, guardando ai suoi Oblati, allora appena un pugno di uomini: «Quale fine più sublime di quello del loro Istituto? Il loro fondatore è Gesù Cristo, lo stesso Figlio di Dio; i loro primi padri gli Apostoli. Sono chiamati ad essere i cooperatori del Salvatore, i corredentori del genere umano e, benché per il momento debbano limitare il loro zelo ai poveri delle nostre campagne, considerato il loro attuale piccolo numero e i bisogni più pressanti della gente che li circonda, la loro ambizione deve abbracciare, nei suoi santi desideri, l’immensa distesa di tutta la terra».
La loro ambizione fu presto realizzata, dilatandosi prima in America, poi in Asia, in Africa… fino ad abbracciare “l’immensa distesa di tutta la terra”.
Il bicentenario, appena avviato, non vuole essere un evento solo celebrativo – anche se è bello ricordare i frutti di santità e le opere compiute, e dobbiamo darne gloria a Dio; vuole essere soprattutto un momento per ripensare la missione nel contesto variegato della presenza oblata nel mondo: con minoranze etniche ed emigrati, tra carcerati e nelle periferie operaie delle grandi città, attraverso gli antichi e nuovi mezzi di comunicazione di massa, università e piccole scuole di villaggio, attraverso missioni popolari e parrocchie…

Sul sito di Città Nuova sono subito apparsi alcuni commenti:

Io non ho conosciuto personalmente Eugenio de Mazenod (che pretesa!), ma da tempo ha avuto e ho la fortuna di frequentare vari suoi figli, di diverse nazioni ed età. Continuano e attualizzano con autenticità e gioia l'eredità missionaria del Fondatore. Nella Chiesa, sotto certi aspetti invecchiata e scoraggiata, sono un germe di speranza. Anche perchè vari di loro hanno avuto la fortuna di essere contaminati dal carisma di Chiara Lubich.

Grazie Padre Fabio! Che storia meravigliosa ... Sì, ringraziamo Dio per i 14.743 fiori sbocciati su quest'albero-Vangelo che sparge i suoi rami sull'immensa distesa di tutta la terra. E, permettimi, di ringraziare Dio per uno di quei fiori in modo speciale!