giovedì 31 marzo 2016

Parola di vita - Aprile 2016


“Tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me” (Mt 25,40).

Come mai queste parole di Gesù ci sono così care e tornano spesso nelle Parole di vita che scegliamo per ogni mese? Forse perché sono il cuore del Vangelo. Sono quelle che il Signore ci rivolgerà quando alla fine ci troveremo davanti a Lui. Su di esse verterà l’esame più importante della vita, al quale possiamo prepararci giorno per giorno.
Chiederà se abbiamo dato da mangiare e da bere a chi era affamato e assetato, se abbiamo accolto il forestiero, se abbiamo vestito il nudo, visitato l’ammalato e il carcerato… Si tratta di gesti piccoli, eppure hanno il valore dell’eternità. Niente è piccolo di ciò che è fatto per amore, di ciò che è fatto a Lui.
Gesù infatti non soltanto si è reso vicino ai poveri e agli emarginati, ha guarito i malati e confortato i sofferenti, ma li ha amati di un amore di predilezione, al punto da chiamarli fratelli, da identificarsi con essi in una misteriosa solidarietà.

Anche oggi Gesù continua ad essere presente in chi subisce ingiustizie e violenze, in chi è in cerca di lavoro o vive in situazione precaria, in chi è costretto a lasciare la propria patria a causa delle guerre. Quante le persone che soffrono attorno a noi per molte altre cause e implorano, anche senza parole, il nostro aiuto. Sono Gesù che ci domanda un amore concreto, capace di inventare nuove “opere di misericordia”, rispondenti ai nuovi bisogni.
Nessuno è escluso. Se una persona anziana e ammalata è Gesù come non procurarle il necessario sollievo? Se insegno la lingua a un bambino immigrato, la insegno a Gesù. Se aiuto la mamma nelle pulizie di casa, aiuto Gesù. Se porto speranza a un carcerato o consolo chi è nell’afflizione o perdono chi mi ha ferito, mi rapporto con Gesù. Ed ogni volta il frutto sarà non soltanto dare gioia all’altro, ma provare noi stessi una gioia ancora grande. Donando si riceve, si avverte una pienezza interiore, ci si sente felici perché, anche se non lo sappiamo, abbiamo incontrato Gesù: l’altro, come ha scritto Chiara Lubich, è l’arco sotto il quale passare per giungere a Dio.

Ella rievocava così l’impatto di questa Parola di vita fin dall’inizio della sua esperienza: «Tutto il nostro vecchio modo di concepire il prossimo e di amarlo è crollato. Se Cristo era in qualche modo in tutti, non si potevano fare discriminazioni, non si potevano avere preferenze. Sono saltati in aria i concetti umani che classificano gli uomini: connazionale o straniero, vecchio o giovane, bello o brutto, antipatico o simpatico, ricco o povero, Cristo era dietro ciascuno, Cristo era in ciascuno. E un “altro Cristo” era realmente ogni fratello (…).
«Vivendo così ci siamo accorti che il prossimo era per noi la strada per arrivare a Dio. Anzi, il fratello ci è parso come un arco sotto il quale era necessario passare per incontrare Dio.

«Lo si è sperimentato fin dai primi giorni. Quale unione con Dio la sera, alla preghiera, o nel raccoglimento, dopo averlo amato tutto il giorno nei fratelli! Chi ci dava quella consolazione, quell’unione interiore così nuova, così celeste, se non Cristo che viveva il “date e vi sarà dato” (Lc 6,38) del suo Vangelo? Lo avevamo amato tutto il giorno nei fratelli ed ecco che ora Lui amava noi» (Scritti spirituali/4, Città Nuova, Roma 19952, p. 204-205).

mercoledì 30 marzo 2016

I Dodici oggi



Tornare dopo tanto tempo nella casa sul lago dove ho vissuto per sette anni è stato un po’ un’emozione. Ho colto un piccolo frutto di quel periodo: 24 giovani religiosi di diversi ordini e nazioni riuniti dal desiderio di mantenere viva la comunione tra i carismi. È proprio quello per il quale lavoravamo in quella casa sul lago.
Le cose più belle del mio intervento, sulla concretezza della spiritualità di comunione, sono emerse dal dialogo con loro.
In un attimo mi è sembrato di rivedere Gesù che chiamava personalmente, ad uno ad uno i suoi apostoli, per nome, perché ciascuno fosse legato a lui indissolubilmente, per sempre: “perché rimanessero stabilmente con lui”. Non c’è comunità se non c’è un legame personale, profondo, con Gesù.
Non rimasero tuttavia entità divise tra di loro, ognuna con il proprio rapporto personale con Gesù. Egli “fece i Dodici”, li rese una cosa sola con sé e tra di loro, il “corpo apostolico”.
Mentre li legava a sé, “perché rimanessero stabilmente con lui”, e tra di loro così da formare un corpo, li mandava nel mondo per annunciare la parola: la comunità non è ripiegata su se stessa, ma aperta, è missionaria.
Eccoli lì davanti a me i Dodici, oggi ventiquattro!


martedì 29 marzo 2016

Quaranta giorni per imparare


Quaranta giorni: il tempo che, secondo gli antichi, occorreva perché il sangue di un uomo si rinnovasse completamente. Quarant’anni perché si rinnovasse il sangue di un popolo.
Per questo occorsero quarant’anni di deserto affinché il popolo d’Israele si rigenerasse e potesse entrare nella terra promessa. Quaranta giorni di deserto servirono a Elia, a Gesù.
In cerca di conversione, sulle tracce dei grandi modelli biblici, anche noi ogni anno  celebriamo con serietà i quaranta giorni della Quaresima.
Meno attenzione prestiamo ai quaranta giorni che vanno dalla Pasqua al quando Gesù sale al cielo. Eppure sono giorni di fondamentale importanza. È il periodo della vera grande conversione, durante il quale il nostro “sangue” dovrebbe davvero rinnovarsi completamente, fino alla metànoia, a far nascere in noi un nuovo modo di pensare e di vedere, capace di andare al di là delle apparenze e scoprire il senso vero della realtà.
Per quaranta giorni Gesù convive con i discepoli per far loro comprendere come stanno davvero le cose, ora che egli è risorto. Li esercita a riconoscerlo presente ovunque, in ogni persona, in ogni situazione, in ogni giornata. Lui c’è, è lì, dove meno se lo aspetterebbero. Anche per strada? Anche nel giardino? Anche in casa? Anche al lavoro sul lago? Sì, c’è, anche se non lo riconoscono subito. Allena i discepoli a saperlo riconoscere. Quando finalmente hanno imparato: “È il Signore!”, egli può salire al cielo, ha compiuto la sua missione.
Per la verità ci sarà un ulteriore passo: dieci giorni più tardi, dovrà mandare lo Spirito Santo a ricordarci ciò che ci ha insegnato, perché rischiamo sempre di dimenticarlo…



lunedì 28 marzo 2016

Le bracioline fritte di Pasquetta


Una volta c’era la scampagnata di Pasquetta. Erano i tempi nel quali non si conosceva ancora il picnic e si pranzava semplicemente su un prato.
Poco tempo fa ho fatto un pranzo sull’erba, a Roma, con un gruppo di famiglie della Toscana, famiglie giovani, lontane dunque dalla tradizione di una volta. Devo confessare che ho provato una certa delusione. Hanno tirato fuori bustine di plastica con il prosciutto cotto della Coop e schiacciate morbide. Tutto lì. Dov’erano le bracioline fritte, quelle che volgarmente si chiamano cotolette milanesi? E i panini con la frittata? Non un tovagliolo di stoffa né tanto meno una tovaglietta da stendere sull’erba; solo rotoloni di carta.
Il lunedì di Pasqua è un giorno meraviglioso nel quale basta socchiudere gli occhi ed appare l’angelo luminoso che annuncia alle donne che Gesù non è più nella tomba, e che ci aspetta in Galilea per ripartire con lui – come nello splendido dipinto di Bartolomeo Sidoni.
Ma è anche un giorno semplice di primaverile festa familiare nel quale trovarci insieme per rinsaldare i legami di amicizia. Al posto delle bracioline va benissimo anche la coratella d’agnello fritta… e ritrovi la gioia e la spensieratezza di quando eri bambino.


domenica 27 marzo 2016

Compagno di viaggio



La storia dei due che se ne vanno da Gerusalemme verso Emmaus, delusi, tristi e duri a comprendere, rimane di una incoraggiante attualità.
Gesù non soltanto si fa loro compagno di viaggio, ma si interessa a loro, lascia che raccontino, che possano esprimere tutta l’amarezza e la frustrazione.
Perché entra nel loro dramma e lo condivide, può risalire con loro la china fino a illuminare le menti e scaldare i cuori.

La speranza della Pasqua nasce da questa vicinanza di Gesù, dal suo accompagnarci, giorno dopo giorno, nel cammino della vita.


sabato 26 marzo 2016

Dov’è la Pasqua di Resurrezione?



La Parola di vita di questo mese continua a ricordarmi, ogni giorno, che è giunto il Regno di Dio, che è in mezzo.
Con la Risurrezione si inaugura finalmente il Regno di Dio.
Ma dov’è il Regno di Dio? Dov’è la Pasqua di Resurrezione?
“Regno di Dio” significa che Dio è entrato nel mondo, prende in mano la storia e la libera da ogni forma di schiavitù e da ogni male, la guida verso la giustizia e la pace, inondando la vita di gioia e di bene.
Il mondo invece sembra dominato dal male, dalla violenza e dalla corruzione, da guerre e calamità ambientali, da stragi e violenze domestiche, da cambiamenti climatici e migrazioni, da crisi economiche e finanziare…
Siamo tentati anche noi di ripetere, con Cleopa e il suo compagno diretti a Emmaus in giorno di Pasqua: “Noi speravamo…”.
Speravamo che instaurasse un mondo nuovo, che Gesù avesse portato il Regno di Dio, invece…

Come allora, quando li accompagnò nel loro dubbio e nella loro delusione, il Risorto (perché comunque è risorto!) ci viene accanto ripete anche a noi: “Sciocchi e tardi di cuore”.
Un Regno, sì, “ma il mio regno non di questo mondo”, come aveva detto a Pilato, davanti al quale aveva pur proclamato la sua regalità: “Sì, tu lo dici, io sono re”.

Sapeva che avremmo dubitato, che avremmo avuto paura, che saremmo stati tentati di non credere. Per questo nelle apparizioni di Pasqua alle donne ripete: Non abbiate paura”; a Maria Maddalena, per due volte domanda: “Perché piangi?”; ai discepoli nel Cenacolo: “Perché siete turbati?”.
È un invito rivolto anche a me, oggi, a credere che, nonostante tutto, egli ha vinto il mondo, che in questa terra cattiva ha seminato un principio nuovo di vita buona che non morirà più.
Un invito ad uno sguardo di fede che sa cogliere i germi di risurrezione già presenti, che fioriranno comunque, o di qua o di là.
Un invito a credere che l’ultima parola non è della morte ma della Vita.


venerdì 25 marzo 2016

Sangue nuovo nella nostra vecchia cristianità




La tradizione della visita delle sette chiese la sera del Giovedì santo è una confluenza di varie  antiche consuetudini, che partono da Carlo Magno e passano attraverso san Filippo Neri. Fin da ragazzo sono andato di chiesa in chiesa per l’adorazione del Santissimo Sacramento sull’altare della “riposizione” ornato nei modi più fantasiosi, in concorrenza tra un posto all’altro.

Anche sant’Eugenio raccomandava questa devozione ai suoi sacerdoti. Dalle Isole Britanniche scriveva loro: «Non vogliamo attendere l’ormai nostro imminente ritorno a Marsiglia, per invitarvi a santificare, nelle vostre chiese, la notte tra il giovedì e il venerdì santo. Ci sta veramente a cuore che questa grande notte, che ricorda la Passione di Cristo, non passi, nelle vostre parrocchie, senza una adorazione continua del mistero dell’Eucaristia, nella quale, secondo l’espressione di S. Paolo, annunciamo la morte del Signore… Non è una cosa meravigliosa, in questi momenti preziosi, poter unirsi, senza alcuna riserva, alla sua persona, fondendo i nostri sentimenti coi suoi, compatendo i suoi dolori, domandandogli perdono dei nostri peccati e rendendo omaggio alla sua gloria, nelle profonde umiliazioni che ha subito?».

A Roma c’è  l’imbarazzo di scegliere soltanto sette tra le quattrocento chiese.
Ho iniziato da Santa Maria Maggiore, santa Prassede e giù per i Monti fino alla chiesetta delle Figlie della Chiesa a Piazza Venezia. Per le strade tantissima gente, nelle chiese pochissima, le solite persone anziane. In san Pietro in Vincoli c’era solo il parroco; neppure il Mosè di Michelangelo degnava di uno sguardo il Santissimo, essendo rivolto dalla parte opposta! In nessuna chiesa la preghiera comune.
Ma c’è sempre un’eccezione! La basilica di santa Pudenziana. All’ingresso è affisso l’orario dell’adorazione dalle diciannove alla mezzanotte, con segnate le varie zone di Roma responsabili dell’ora rispettiva. La cappella della riposizione è gremita: canti, letture con una partecipazione commovente. Grazie tante! Sono i Filippini! È la loro basilica, il loro punto di riferimento a Roma. Ci pensano loro ad assicurare tutta una notte di preghiera, come solo loro sanno fare.
Sangue nuovo nella nostra vecchia cristianità.

giovedì 24 marzo 2016

La lavanda dei piedi racchiude tutto il mistero pasquale


Il primo gesto di Gesù, una volta sedutosi a mensa, è quello di alzarsi e lavare i piedi.
È il gesto che racchiude in sé, simbolicamente, gli eventi che stanno per accadere.
Dio onnipotente, il Signore dell’universo e della storia, a cui è dovuta l’adorazione e la lode, l’Altissimo, si fa bassissimo, al punto da porsi sotto di noi, ai nostri piedi. Lui, a cui è dovuto il servizio dei popoli, si fa nostro servo.

Quel gesto di Gesù svela un Dio diverso da quello che ci siamo creati, un Dio inimmaginabile, che ama così tanto la sua creatura da elevarla fino al cielo, abbassando se stesso; le procura una dignità infinita, prendendo su di sé l’umiliazione; la fa dio, facendosi egli meno che uomo.

Giovanni non usa il vocabolo usuale del “togliersi” la veste, ma il verbo “tìthēmi”, deporre, lo stesso che Gesù aveva usato per parlare del buon pastore che “dà” la vita, lo stesso che aveva usato per parlare di sé, quando aveva detto che la vita non gliela toglieva nessuno, perché egli stesso l’avrebbe data da sé. Nessuno gli toglie la veste quella sera dell’ultima cena, se la toglie (“tìthēmi”) lui stesso; così nessuno gli toglie la vita, la dona (“tìthēmi”) lui stesso. Quella “veste” è dunque simbolo della sua vita, della sua gloria, della sua divinità di cui egli si spoglia per essere nudo come noi e condividere la nostra umana povertà, il nostro peccato, la nostra morte.

Quel gesto ci fa comprendere il senso di quello che avverrà successivamente. Tutti gli eventi che si svolgeranno in quella cena sono racchiusi in quel gesto, e alla luce di quel gesto ci appaiono tutti un servizio d'amore. 
In quella cena c'è l'Eucaristia, dono di sé che si fa altri lui, suo corpo, Chiesa; il comandamento nuovo, dono di una socialità che condivide i rapporti trinitari; la preghiera per l'unità, che ci introduce nella vita di Dio. 
In quella cena è già anticipata, resa presente e partecipata la sua passione e morte, redenzione del mondo, e la sua risurrezione, vittoria sul male e inondazione di cielo: "Annunciamo la tua morte, Signore, proclamiamo la tua risurrezione, nell'attesa della tua venuta".

Anche il sacerdozio è stato istituito in quel gesto, che raccoglie tutti gli altri. L'istituzione del sacerdozio è ricondotta alla frase “Fate questo in memoria di me”. Cos’è “questo”? Fare l’Eucaristia? Sì, ma inscindibile dagli altri doni: il comandamento nuovo, l’unità, la passione e morte, la risurrezione. Il sacerdote è a servizio di tutto il mistero che si celebra in quella notte, racchiusa ed espresso nella lavanda dei piedi.
A me suonano parallele, simili, le parole:
“Vi ho dato l’esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi”
e “fate questo in memoria di me”.
Un'unica azione sacerdotale di Gesù che siamo chiamati a “fare” nuovamente.


mercoledì 23 marzo 2016

“Troppo forti gli Oblati!”. Festa di Giovanni Santolini



Il 23 marzo 1997 era la domenica delle Palme. Da allora è diventata la festa di padre Giovanni Santolini, che in quel giorno moriva in un incidente a Kinshasa, nel Congo. La sua tomba è ancora meta di pellegrinaggio…

Aveva scritto un bel libro su sant’Eugenio: Evangelizzazione e missione. Teologia e prassi missionaria in Eugenio de Mazenod. Aveva scritto anche un importante studio sulla comunità oblata. Ma non è riuscito a scrivere il libro che sognava da tempo: un romanzo storico. Attento alla cultura contemporanea, leggeva con passione i romanzi più vari per conoscere sempre meglio la nostra società. Leggendo un fortunato romanzo di Ken Follet, I pilastri della terra, era stato colpito dalle ultime pagine del libro quando, a conclusione di una storia intrigante che tiene a lungo sospeso il lettore, appare improvvisa la figura di John Ficher, nel momento in cui viene martirizzato nella sua cattedrale.
Giovanni avrebbe voluto scrivere un romanzo ambientato nella Marsiglia dell’Ottocento dove, ad un certo punto, sarebbe dovuto comparire il vescovo della città, Eugenio de Mazenod, e fare, naturalmente, la sua bella figura! «Se scrivi un libro su sant’Eugenio ‑ mi diceva Giovanni ‑ te lo leggono i soliti quattro Oblati e amici. Se invece scrivi un romanzo alla Ken Follet, che tira milioni di copie in tutto il mondo, pensa a quanti conosceranno il fondatore degli Oblati!».

Giovanni amava intensamente Eugenio de Mazenod e la famiglia oblata: la sua famiglia. Tanti ricordano l’incontro degli italiani nella chiesa di san Lorenzo in Lucina, a Roma, in occasione della canonizzazione del Fondatore. Gli Oblati italiani provenienti dalle missioni erano invitati a dare la loro testimonianza. Quando fu la volta di Giovanni, si avviò dal fondo della chiesa, salutando tutti con le sue grandi mani e, giunto in cima, disse soltanto: «Troppo forti gli Oblati!». Uno slogan collaudato, che da Kinshasa mandò in giro per il mondo, via Internet, anche il 17 febbraio 1997, pochi giorni prima della morte, in occasione della festa degli Oblati. Vale la pena leggere il messaggio: «Un saluto per darvi gli auguri di buona festa per il 17 febbraio. È bello poterci dire da un capo all’altro della terra quello che il fondatore ci domandava di essere: un cuor solo e un’anima sola... Siamo in unità con tutti, anche con quelli che non sono collegati con Internet». E dopo la firma, naturalmente: «Siamo troppo forti noi OMI !!!!» (sì, con quattro punti esclamativi).
Credeva fermamente all’unità della famiglia oblata, di cui si sentiva parte viva. Era consapevole che la sua missione in Zaire era quella di essere strumento di comunione all’interno dello Scolasticato, tra gli Oblati della Provincia, tra questi e gli Oblati di tutto il mondo. Era questa, d’altra parte, la sua idea del missionario: «Il missionario è strumento di comunione tra chiese. Ci vuole qualcuno disposto a dare la vita per continuare la comunione» (7 giugno 1995). Se era rimasto in Zaire, nonostante le difficoltà, era proprio per essere questo strumento di comunione.


«Per quanto riguarda la comunità ‑ mi scriveva il 5 aprile 1996, Venerdì santo ‑ “in questo giorno così significativo per noi Oblati”, come ricordava - direi che le grazie non mancano e che bisogna continuare a credere alla Provvidenza. Dio non toglie i problemi, ma mi domanda di amarLo nei problemi, e a poco a poco mi accorgo che è proprio questo che mi fa andare avanti, e che mi dà serenità e pace interiore. Sento che il mio ruolo qui è quello di dare pace e serenità, di prendere su di me le tensioni e, anche a costo di sembrare sciocco, di far sì che non si vedano i problemi ma che si veda il positivo e che si vada avanti. Bisogna togliere a tutti i costi lo spirito di disfattismo, del “non va niente bene”, del “fare tutto male e non siete capaci a far niente...”».
Costruiva la comunione ed era sostenuto dalla comunione. «In questi tempi ‑ scriveva il 21 maggio 1996, facendomi notare che era il giorno della prima festa di Sant’Eugenio ‑ abbiamo diverse occasioni per essere in unità diretta e questo mi fa pensare che ci sia un piano di Dio per continuare a vivere in un’unità profonda nella santità collettiva.

Le difficoltà non mancano, ma sentivo come tutto concorre al bene. In questi giorni, forse a causa della stanchezza, o perché le tensioni si accumulano, mi accorgo di reagire troppo umanamente, e mi pesa, ma poi sento che sono come sostenuto dalla santità collettiva e che tutto quello che facciamo, lo facciano assieme. Si tratta di una esperienza meravigliosa, come se non esistessero distanze. Sento che in questo il sogno del Fondatore, di fare di tutti gli oblati una sola famiglia, è realizzato. Volevo dirtelo proprio oggi, giorno della sua festa».

Il segreto di Giovanni stava in questa capacità di consumare in sé il negativo per dare agli altri solo il positivo: un vuoto tutto pieno d’amore. Il segreto di Giovanni stava in questa capacità di vivere costantemente in unità con tutto il corpo apostolico. La sua amicizia, così cordiale e concreta, era animata sempre da forti motivazioni cristiane. «Ti ringrazio di tutto perché non puoi immaginare quanto sia importante avere un amico come te – mi scriveva il 20 ottobre 1995, con parole che tutti quanti lo hanno conosciuto possono sentire rivolte a se stessi –. Il fatto di sapere che ci capiamo subito e che andiamo avanti insieme, con tutti gli altri, questo mi permette di vivere e di far vivere quelli che mi stanno attorno».

martedì 22 marzo 2016

Il turbamento di Gesù


Gesù fu profondamente turbato e dichiarò: «In verità, in verità io vi dico: uno di voi mi tradirà» (Gv 13, 21)
È profondamente turbato per il tradimento di Giuda, il rinnegamento di Pietro, l’imminenza della morte.

E se fosse turbato per la sorte di Giuda, per quella di Pietro?
Se non fosse turbato a causa del suo male e del suo dolore, ma del male e del dolore dell’altro?
Come davanti alla morte di Lazzaro.

Gesù è turbato perché noi non lo fossimo:
Non sia turbato il vostro cuore (Gv 14, 1, 27)


lunedì 21 marzo 2016

Il profumo di Betania




Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell'unguento.

Gesto profetico quello di Maria.
Anticipa quello di Gesù, che pochi giorni dopo lava i piedi ai discepoli.
Gesto di amore quello di Maria, nel quale profonde tutta la sua ricchezza.
Gesto di amore quello di Gesù, nel quale profonde tutta la sua vita.

Lei per lui
Lui per lei.

L’andata e ritorno dell’amore.

domenica 20 marzo 2016

Settimana Santa: chi segue chi



La Settimana Santa è un appello ad andare dietro a Gesù, come i discepoli, il Cireneo, le donne…
O forse è Gesù che viene dietro a noi?
La lettura di Sant’Andrea di Creta oggi diceva che Gesù: “entra nell'ombra della nostra infinita bassezza, si fa nostro intimo, diventa uno di noi per sollevarci e ricondurci a sé”.
È lui che ci cerca, che viene a trovarci là dove ci siamo smarriti…


sabato 19 marzo 2016

Ti seguiremo ovunque andrai

Oggi, domenica delle Palme, inizia l’ultima tappa del viaggio: Gesù prosegue avanti gli altri salendo verso Gerusalemme. Sempre avanti, senza esitazione, pur sapendo quanto lo aspetta. E sempre davanti ai discepoli: è la Via.
Loro lo seguono sempre, sono i seguaci. Lo seguono e rimangono con lui anche quando sono attanagliati dalla tentazione: “Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove”. Lo seguono anche quando sale al monte degli ulivi.
Se lo abbandonano o lo seguono “da lontano”, o lo rinnegano, ecco il “pianto amaro”, il pentimento, la decisione di ricominciare.
Lo seguono portando la croce con lui. Simone di Cirene è tutti loro, è tutti noi. Non si può essere suoi discepoli altrimenti. L’aveva annunciato a chiare lettere, come condizione indispensabile, subito prima di intraprendere il viaggio: “Se qualcuno vuol venire dietro me rinneghi se stesso, prenda la croce ogni giorno e mi segua” (9,23).

Vogliamo essere i tuoi discepoli, Gesù.
Ti seguirò ovunque andrai.
“Con te sono pronto ad andare in prigione o alla morte”.
Scusa la nostra pretesa, come quella di Pietro.
Sai che il desiderio è ardente e sincero,
anche se la carne è debole.
Non possiamo non seguirti, Maestro, Via nostra.
Ci hai legato a te e la tua sorte è la nostra sorte.
Ti seguiremo, ogni giorno.
Ti seguiremo in questa Santa Settimana,
nel cenacolo, sul monte degli Ulivi, in tribunale,
sulla croce.
L’attenderemo ogni giorno, la tua croce,
nei piccoli e grandi dolori che ogni giorno ci riserba,
con volti noti e inattesi.
La coglieremo dalla tua mano, come dono
che ci consente di condividere il tuo dolore.
Insegnaci ad abbracciare con slancio e amore
la tua, la nostra croce quotidiana
per essere veramente tuoi discepoli.

venerdì 18 marzo 2016

Pensieri sulla misericordia



“La credibilità della Chiesa passa attraverso la strada dell’amore misericordioso e compassionevole”. 
Su questa indicazione di papa Francesco, un libretto piccolo piccolo, di 64 pagina, con una mia introduzione piccola piccola, di 9 pagine, ripercorre i più bei pensieri sulla misericordia di Padri della Chiesa, Santi e Papi.


Due piccoli pensieri del Curato d'Ars:
- Non è il peccatore che ritorna a Dio per chiedergli perdono, ma è Dio stesso che corre dietro al peccatore e che lo fa ritornare a lui.
- La misericordia di Dio è come un torrente straripato; trascina i cuori al suo passaggio.

giovedì 17 marzo 2016

Alfieri a sant'Eustachio


L’interpretazione mirabile di Adonella Monaco ha dato voce al Saul dell’Alfieri, forse il suo capolavoro. La chiesa di sant’Eustacchio era il luogo ideale per rievocare la tragedia del primo re d’Israele.
Perché un grande poeta decide di cementarsi con un personaggio biblico così complesso? Forse perché vi si rispecchia?

Una parola rivolta da Gionata al padre sulla diversa sorte riservata al superbo e l’umile:
Non le minacce, i preghi allentar ponno
L'ira di Dio terribil, che il superbo Rompe,
e su l'umil lieve lieve passa.
Ma anche l’animo grande di Gionata senza ombra d’invidia:
David: quant'ei più val, tanto io più l'amo.

Domina in primo piano la tragedia di un uomo che condivide con il suo popolo la scelta di una regalità che contrasta con quella di Dio, fin quasi a voler metterla in ombra, dimentico che Dio solo regna.


mercoledì 16 marzo 2016

Il fratello, pupilla del'occhio




Nell'apocrifo Vangelo di Tommaso Gesù afferma:

"Ama il tuo fratello come l'anima tua.
Proteggilo come la pupilla del tuo occhio".

martedì 15 marzo 2016

Le candeline di apa Pafnunzio


Si meravigliava di se stesso. Era andato nel deserto per stare in solitudine con Dio, per trovare la pace interiore, senza altra occupazione che la preghiera. Perché allora da un po’ di tempo si sentiva tirato da mille occupazioni che gli toglievano la serenità e andava lamentandosi con tutti dei suoi troppi impegni? Che lavori potevano mai essere? Le corde da intrecciare e consegnare? Gliene sarebbero bastate molte meno per vivere, eppure si era impegnato per aiutare i poveri. Le visite da fare alle celle degli anziani ammalati? Non poteva essere una fatica, ma soltanto un’opera di misericordia. La conversazione spirituale da preparare per la sinassi settimanale con gli altri monaci? Non era una gioia condividere i pensieri che lo Spirito gli ispirava?
Cose da poco, di per sé belle e piacevoli, ma una appresso all’altra, in continuazione, gli davano quasi ansia. Soprattutto quanto gli si presentavano davanti tutte insieme. Si sentiva soffocare.
A sera entrò nella cella e prima di iniziare la preghiera davanti all’icona della Tutta Santa, accese la candelina di cera gialla. Invece di guardare la Madre guardò lo stoppino che prendeva coraggio e lentamente consentiva alla fiammella di innalzarsi.
Si voltò a destra e, nell’oscurità, gli sembrò di vedere una teoria infinita di candeline che gli venivano incontro chiedendogli di accenderle. Erano innumerevoli, da non potersi neppure contare. “Devo accenderle tutte? Sono troppe…”. Mentre scrutava la fila interminabile e cercava di calcolarne il numero, esse continuavano imperterrite a scorrergli davanti, una dopo l’altra, in fila ordinata ma implacabile.
Allora si voltò dall’altro lato e si accorse che già si era allontanato un altro incalcolabile numero di candelina rimaste spente. Avrebbe dovute averle accese.
Guardò nuovamente a destra e altre si accalcavano, ancora più numerose…
“Non ce la farò mai”, mormorò sgomento.
“Perché, gli disse allora la Tutta Bella, perdi il tuo tempo a cercare di contare le candeline che stanno per giungere e quelle che, ormai passate, non hai acceso? Non sono tante. Ce n’è una sola, quella davanti a te, accendi quella”.
Apa Pafnunzio non guardò più né a destra né a sinistra. Con meraviglia scoperse che non c’erano più tanti impegni da assolvere, tante incombenza da sbrigare. C’era una sola candelina da accendere, quella che proprio allora gli stava passando davanti: il tempo della preghiera. L’accese e la piccola fiamma prese coraggio e lentamente si innalzò.
Riprese coraggio anche lui e sentì crescere la debole fiamma che ardeva nel suo cuore.


lunedì 14 marzo 2016

Le "notti" di Chiara

Un anno fa Chiara partiva per il Cielo. Mi trovavo a Cuba. Prima di proseguire il mio viaggio per il Messico feci in tempo a tornare a Roma per il funerale. Due anni prima aveva vissuto una delle “notti” più terribili. Ne parlai con la sua fedele compagna, Eli Folonari:

In un suo articolo lei, Eli, ha parlato delle “notti” interiori vissute da Chiara. Secondo la teologia spirituale sono quelli i momenti di maggiore unione con Dio.

Quando Chiara stava passando la sua prima notte [siamo negli anni Cinquanta] andava a consigliarsi da padre Giovanni Battista Tomasi, stimmatino, qui a Roma, in via del Mazzarino. Io l’accompagnavo, stavo fuori della porta o addirittura nell’auto. Lei ogni volta usciva contenta. Ma poco dopo mi diceva di accompagnarla di nuovo da lui. Prima era una volta la settimana, poi più volte alla settimana, sempre più spesso. A un certo punto padre Tomasi le diede un grosso libro di Giovanni della Croce, tutto dorato e lei, in macchina, ha incominciato subito a sfogliarlo. Vi si ritrovava. Si sentiva anche lei – come scrive il santo spagnolo dell’anima sotto prova – come un “ragno”, come un insetto.
Il focolare era in via Quattro Venti. Allora Roma non era estesa come adesso, c’erano ancora i campi attorno e i pastori con i greggi. «Mi piacerebbe essere quella pecora là, diceva, perché almeno non ha la volontà e agisce secondo la legge naturale». Ogni minima imperfezione la vedeva così ingigantita da sembrarle di fare peccati mortali. È proprio quello che san Giovanni della Croce descrive come notte oscura dello spirito. Chiara paragonava il suo cammino di vita spirituale con quello scritto da lui e trovava una profonda consonanza. Ma, per descrivere la “nostra” via fa come un passo avanti: per avere “Gesù in mezzo”, che è tutta la nostra vita, dobbiamo perdere non soltanto il nostro negativo, i nostri attaccamenti, l’“uomo vecchio”, ma anche le ispirazioni, l’“uomo nuovo”; dobbiamo spostare anche Dio in noi per amore di Gesù nel fratello. Parlava di perdere Dio per Dio, per l’unità vera, cioè per Dio in mezzo a noi.

Durante l’ultima notte interiore in Svizzera, nel 2005-2006, quando Dio, secondo la sua stessa espressione, sembrava «tramontato come il sole all’orizzonte», Chiara continuava a pregare?

Chiara non sentiva più Dio. Una volta mi ha detto: «Mi sembra di aver perso il carisma, di essere solo Silvia», non più Chiara.

Come Gesù che nell’abbandono si è sentito solo uomo.

Anch’io ho dato questa spiegazione: Gesù crocifisso e abbandonato ha amato fino a quel punto. Ma chi si trova in quella situazione non è capace di darsi questa risposta. Nonostante non sentisse più Dio, Chiara era fedelissima alla Messa, alle preghiere della mattina, prima di pranzo… sempre, sempre, direi più che mai. Prima, qualche volta, forse nell’apostolato, quando faceva i discorsi, le capitava di saltare qualche pratica di pietà. Invece alla fine era fedelissima e con una ampiezza nuova, che andava oltre l’Opera, oltre il cristianesimo, oltre tutto. Nelle sue preghiere ultime – Chiara faceva sempre preghiere spontanee dopo la Comunione – aggiungeva, per esempio: «Per tutti i moribondi del mondo, per tutti i peccatori». Continuava a pregare pur vivendo in sé questa notte terribile.

E' il cammino che Dio ha fatto percorrere a tanti santi...


domenica 13 marzo 2016

Tra papi e ghiacci polari



La cattedrale di Mons. Grandin
Terzo anniversario dell’elezione di papa Francesco.
Preso come sono da questi 200 anni degli Oblati mi tornano alla mente mille episodi del rapporto tra papi e Oblati. Famoso il colloquio del vescovo Vitale Grandin con Pio IX. Questo vescovo del Nord Canada era solito dire di sé: “Più che per la mia testa, mi hanno fatto vescovo per le mie gambe”; “In quelle terre nordiche, più che la mitra in testa, bisogna avere le racchette ai piedi e camminare, camminare, camminare…!” Non si sentì mai all’altezza della sua missione: salute cagionevole, timido, suscettibile, sensibilissimo, preparazione culturale inadeguata; e poi il clima impossibile, l’estrema povertà. In tutto questo ha potuto brillare la sua fiducia in Dio, la sua tenacia eroica. Non a caso aveva scelto come motto episcopale Infirma mundi: Dio ha scelto ciò è debole.
Comunque quando si trovò davanti a Pio IX gli chiese se i suoi missionari tra o ghiacci polari potevano conservare il Santissimo Sacramento senza la lampada. Era impossibile trovare l’olio necessario per tenere accesa la fiammella e poi gelava.
Mons. Grandin con i suoi missionari
– Non posso autorizzarvi a conservare il SS. Sacramento senza la lampada se non in caso di persecuzione, gli rispose il papa.
– Beatissimo padre, non siamo perseguitati; ma dobbiamo affrontare il freddo, la fame, la povertà e tante altre sofferenze. Se ci toglieste il Signore come faremmo? Con le lacrime agli occhi continuò a narrare al papa le terribili condizioni di vita a cui erano condannati i missionari, le difficoltà dei viaggi, i pericoli della solitudine.
Pio IX ascoltava attento e commosso. Quando lo congedò gli disse:
– Avete tanto bisogno del Signore vicino. Nella vostra vita fatta di sacrifici e di privazioni avete il merito del martirio senza averne la gloria.
Il giorno dopo il card. Prefetto di Propaganda lo fece chiamare e gli disse:

– Non so che cosa lei abbia detto al papa; ma voi missionari ottenete tutto ciò che volete. Vi ha autorizzati a conservare il SS. Sacramento senza la lampada.

sabato 12 marzo 2016

L'adultera, un perdono esigente


Perché trascinano con sé soltanto la donna? E l’uomo? Non ha commesso adulterio anche lui? Perché per lei la lapidazione e per lui l’impunità? Colpevole è sempre il più debole. Oggi come allora. Dov’è la parità tra uomo e donna, la comune dignità? Riesce mai una donna aggredita o violata o tradita a trovare giustizia davanti ad un tribunale? E il malcostume non è sempre dovuto alla donna di strada e mai ai suoi clienti? Lei sola umiliata, insultata, arrestata…
Forse è per questo che Gesù si distanzia dagli accusatori ferventi e fanatici, senza prenderli neppure in considerazione. Incurante delle accuse, della loro stessa presenza, prosegue imperterrito nello scrivere per terra, con gesto indifferente. Si vede subito da che parte sta. Si metti sempre dalla parte del povero, del debole, della vittima, del perdente. E vorrebbe che anche il prepotente, il sicuro di sé, l’arrogante che si ritiene nel giusto, si rendesse conto della sua colpevolezza e della sua miseria. Chi può presumere d’avere il diritto di condannare, chi può scagliare la prima pietra?
Gesù la pietra avrebbe potuto scagliarla, ma non è da lui.

Rimasto da solo, a tu per tu con lei, avrebbe potuto redarguirla, farle comprendere il male compiuto. Avrebbe potuto farle notare che l’aveva salvata dal linciaggio. Niente. Una domanda soltanto: “Nessuno ti ha condannata?”. Ed un verdetto inappellabile: “Neanch’io ti condanno”.
È la misericordia e il perdono.
Lo è con squisita signorilità, senza far pesare il gesto d’amore, senza umiliare.
E insegna anche a noi lo stile dell’amore e del perdono.

Ma il suo perdono non è gratuito. Non va confuso con un generico “buonismo”. Non è paternalismo. È una misericordia esigente quella che dona. Altrove nel Vangelo chiede di perdonare, in cambio del perdono ricevuto. Oggi domanda la conversione. Il peccato è rimesso, ma “d’ora in poi non peccare più”.
Non è uno scherzo il suo perdono: gli costa la vita. Siamo stati riscattati con il suo sangue prezioso, ricorda Pietro nella sua prima lettera.
Non è uno scherzo neppure l’essere perdonati: anche a noi domanda la vita, una via nuova: “non peccare più”.


venerdì 11 marzo 2016

Alexis Reynard, Martire in Canada (1828-1875)



Preparando il secondo volume di Un anno con sant’Eugenio e i suoi Oblati, mi sto imbattendo in tantissimi episodi della vita eroica dei nostri missionari. Uno tra i tanti, Fratel Alexis Renard, francese e missionario nel Canada del Nord. Il 20 giugno 1875, dopo cento giorni di viaggio per raggiungere una delle missioni nel Nord Ovest, fu ucciso dalla sua guida, un Irochese. Seguendo una consuetudine locale, parti del suo corpo furono consumate dall’aggressore. Il Fratello aveva tentato di difendere dalla guida la bambina orfana indiana che viaggiava con loro. Anni prima il vescovo, Mons Grandin, scrivendo di lui a sant’Eugenio, affermava: «Il Fratello Alexis è un vero angelo di pace, di dolcezza e purezza! Non immaginate quanto mi sento umiliato e edificato! […] Lavora intensamente dalla mattina alla sera, con tutti […]. Vive sempre in unione con Dio. Quando ha un momento libero, lo trovi davanti al Santissimo Sacramento. Lì gioisce pienamente […]. (22 giugno 1861, p. 71-72)

Trascrivo alcuni brani di lettere di Fratel Alexis:

Vorrei comunicarvi la gioia che ci danno dato le belle feste di Natale. La chiesa, l’illuminazione, il canto, la pietà dei fedeli, tutto è stato edificante. Il ricordo del Bambino Gesù non può non suscitare una gioia indicibile. Oh! Soprattutto noi, poveri Fratelli, siamo felici! Da persone semplici, come i fortunati pastori, siamo stati chiamati per primi ad avvicinarci alla sua culla, per impegnarci a seguirlo fino all’età di 30 anni. Non possiamo fare di meglio che riconoscerci come i più favoriti. In effetti, si è degnato di lasciarci i suoi trent’anni di vita come modello, mentre ne halasciato soltanto tre per quanti sembra siano posti ad un livello più alto.
Se vostra Grandezza pensa che possa essere di qualche utilità, mi lasci qui, mi cambi di posto, disponga di me secondo la potestà che il suo Salvatore le ha dato. La sua continua attenzione verso di me mi fa tutto sperare dalla sua bontà infinita: sosterrà il mio debole coraggio. Ah! Monsignore, quanto è beato chi non ha niente da rimproverarsi! (Fr. Alexis a Mons. Alessandro Taché, 27 dicembre 1860)

Caro fratello, devo proprio dirvelo, sono felice qui in questi boschi: nulla mi impedisce di lavorare bene per il cielo... Oh! come è bello pregare Dio e la Madre di Gesù in mezzo al bosco, soprattutto nei momenti di difficoltà... (Fr. Alexis Reynard a fr. Fournier, 5 dicembre 1864)

Ho la gioia di annunciarci che il buon Dio si degna di darmi la pace. Sento nel mio cuore come un senso di vero riposo quando mi applico a scoprire come Dio mi si manifesta nella santa professione: non amare di cuore tutte queste vicende e insoddisfazioni che ci offrono tutte le contraddizioni della vocazione, sarebbe come ignorare questa parte di Dio così unito a me e in tal senso ferirlo. (Fr. Alexix a p. Fabre, 24 novembre 1864, in Philippot, p. 114-115)


giovedì 10 marzo 2016

“Se uno mi segue…”


La promessa ha una condizionale: “Se uno mi segue…”.
Perché avessimo la luce si è fatto tenebra.
Perché avessimo la vita ha accettato la morte.
Seguirlo vuol dire condivisione di destino.
Dove va Gesù? a morire a Gerusalemme.
“Se uno mi segue…”. Fino in fondo?
È la condizione per non camminare nelle tenebre
e avere la luce della vita,
quella della risurrezione.


mercoledì 9 marzo 2016

Avrete la luce, sarete luce: che promessa! / 8


“Chi mi camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita” (Gv 8, 12).
Un’altra delle grandi promesse di Gesù.
Cosa ci sarà dopo la morte? L’umanità ha sempre avuto paura delle tenebre che avvolgono il mondo dell’aldilà, dove non ci sarà più la luce del sole: “gettatelo fuori nelle tenebre: la sarà pianto e stridore di denti”. Ha sempre sperato di rivedere la luce…

Tra le opposizioni dualistiche con cui le culture e le religioni hanno percepito e rappresentato il mondo quella di luce e tenebre è una delle più forti e diffuse. All’insieme di immagini legate alla luce (giorno, calore, spirito, bene, divino) si oppongono quelle legate alle tenebre (notte, freddo, materia, male, demoniaco). Molte cosmologie iniziano il racconto della creazione con l’apparizione della luce o del sole, che emerge dalle tenebre primordiali, e descrivono la fine del mondo come il crepuscolo degli dèi e il ritorno delle tenebre.
La luce simboleggia la vita, la felicità, la perfezione. Platone associa l’idea del Bene, che illumina l’anima, a quella di Helios, il sole, luce fisica del mondo. Quando è personificata la luce diventa il simbolo dell’immortalità. È l’attributo di molte divinità, fino a designare Dio stesso: Ammon-Ra è il Dio del Sole che rischiara l’Egitto. I riti misterici di iniziazione avevano la funzione di mediare la salvezza tramite la divinità del sole/luce, che portava l’iniziato dalle tenebre alla luce. L’illuminazione è il momento fondamentale di ogni mistica, necessario per entrare nel mondo della luce. L’ha conosciuta Gautama Siddharta, ed è diventato il Buddha, l’Illuminato. La sua città sacra di Benares, nell’India settentrionale, è chiamata anche Kāśi, “città della luce”. Anche il Corano ha i suoi famosi “versi della luce”.

Il Dio d’Israele, nel suo amore di condiscendenza, “si fa uno” con noi e con i nostri archetipi. Si rivela usando i nostri simboli, il nostro linguaggio. Ed ecco che anche lui si ammanta di luce. La luce inizia e chiude la Bibbia. Il racconto della creazione si apre con: «Sia la luce! E la luce fu», a cui segue la creazione del sole e degli altri corpi celesti, che a differenza di quanto credevano le religioni da cui Israele era circondato, non sono dio, ma sono semplici creature di un Dio che le trascende infinitamente: soltanto «il Signore sarà per te luce eterna», raccomanda Isaia (60, 19). E la Bibbia si chiude, nella descrizione dell’Apocalisse, con la nuova creazione, che avrà Dio stesso come luce, sole che non conoscerà tramonto (22, 5).
La luce, nell’Antico Testamento, diventa comunque il simbolo della presenza di Dio e della salvezza: «Il suo splendore è simile al giorno, raggi escono dalle sue mani» (Abacuc 3, 4). I Salmi cantano: «Il Signore è mia luce e mia salvezza» (27, 1); «Alla tua luce vediamo la luce» (36, 10); mentre Isaia esorta il popolo dicendo: «Camminiamo nella luce del Signore» (2, 5). Anche per il Nuovo Testamento Dio «dimora in una luce inaccessibile» (1 Timoteo 6, 16), e non soltanto è «il Padre degli astri» (Giacomo 1, 5), ma è lui stesso «Luce, ed in lui non ci sono tenebre», come scrive esplicitamente Giovanni nella sua prima lettera (1, 5).

Gesù stesso si presenta come luce: «Io sono la luce del mondo», proclama nel tempio di Gerusalemme (Giovanni 8, 12). Ed è proprio in questo moneto che rivolge la sua promessa: chi le segue non camminerà più nelle tenebre, ma avrà «la luce della vita» (8,12).
La sua promessa si adempirà in pienezza al di là della morte, quando ci si spalancherà davanti la pienezza della vita.
Eppure già da ora possiamo averne un anticipo. Essa illuminò agli apostoli sul Tabor. Apparve in tutto il suo splendore anche a Paolo sulla via di Damasco: «all’improvviso lo avvolse una luce dal cielo» (cf Atti 9,3). Interpretando questa sua esperienza la lettera agli Efesini scrive: «E Dio che disse: Rifulga la luce dalle tenebre, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria divina che rifulge sul volto di Cristo» (4,6).
Brilla fino al punto che dovremmo essere luce a nostra volta: «dovete splendere come astri nel mondo» (Fil 2,15): un altro Gesù che si fa “Luce del mondo” per l’umanità intera.
Che promessa! Una promessa da Dio!

martedì 8 marzo 2016

Giovanni Canfora, un innamorato della Parola di Dio

  
Scartabellando in archivio trovo la testimonianza resa dal Presidente della Repubblica Italiana, On. Oscar Luigi Scalfaro, a p. Giovanni Canfora. Gli Oblati, in quanto missionari, sono gli uomini della Parola. P. Giovanni lo era anche perché, come altri Oblati, aveva dedicato tutta la sua vita allo studio e alla diffusione della Sacra Scrittura. Presidente dell’Associazione Biblica Italiana è stato un grande animatore di convegni e settimane bibliche per professori, sacerdoti, religiosi, laici (lo chiamavamo semplicemente: "Presidente"). Nato a Tortorici, in Sicilia, il 25 dicembre 1920, aveva seguito gli Oblati fin da piccolo. Professore di Sacra Scrittura allo Scolasticato di San Giorgio Canavese, ha passato gli ultimi anni della sua vita nella Parrocchia del SS. Crocifisso a Roma, dove è morto nel 2003. È qui che aveva conosciuto Scalfaro

Lo conoscevo da lontano, sapevo che era uno studioso di sacra scrittura, era presidente dell'associazione dei cultori, dei docenti, insomma dei Biblisti. Tra costoro, nomi famosi come il Padre gesuita Carlo Maria Martini […] Avevo sentito Padre Canfora in qualche Messa in Parrocchia e ne avevo gustato la breve predica: l'inquadramento storico, la pagina della vita di Gesù e la Sua parola. Non mancava nulla, eppure tutto chiuso in poco più di dieci, dodici minuti. La Parrocchia organizzava ogni anno qualche corso di approfondimento sui testi biblici e mi capitò di poter seguire quello sull'Apocalisse. […]
Una delle fortunate pubblicazione di p. Canfora 
In quella occasione l'incontro personale con Padre Canfora mi consentì di sentirne la profondità spirituale, la saggezza, la umana comprensione e la ricchezza umana non comune. Da allora iniziarono le sue visite a casa nostra. Erano visite desiderate, occorreva trovare qualche momento più libero per il Padre e per me. Allora con Marianna [la figlia del Presidente] abbiamo potuto gustare la sua compagnia, molto colta, molto amabile. […]
La sua vocazione scorse limpida, entusiasta, sem­plice. L'amore allo studio e la vivacità della sua intelligenza lo fecero indirizzare agli studi biblici. Questo è stato il suo impegno primario, il suo campo di azione, di insegnamento, di apostolato. Venne la prova dolorosa; un grave male lo colpì e Padre Canfora lo affrontò con tono di mirabile normalità e con sostanza di eroismo.
Lo incontrammo dopo l'operazione; con grande forza di volontà si faceva capire. Era sereno, totalmente, profondamente. Con semplicità sconcertante, perché vera, disse che aveva parlato tanto, poteva ormai tacere. Era il tempo del mio settennato [come Presidente della Repubblica] e quando gli impegni mi lasciavano uno spazio al mattino della domenica, il grande Padre Canfora veniva, dove io ero, a celebrare la Santa Messa. Domeniche irripetibili. Mi consegnava un foglietto con il commento alla liturgia del giorno, perché al Vangelo lo leggessi [in quel periodo P. Canfora era afono, in seguito all’operazione per il cancro alle corde vocali]. Erano quadri che ti introducevano immediatamente "in quel tempo". Il commento brevissimo entrava nell'anima e rimaneva lì, richiamo, conforto. Marianna, che da sempre era destinataria delle sue paterne attenzioni, portava il caffè e dopo breve colloquio famigliare ognuno tornava ai propri doveri. Grazie, Padre Canfora, illustre e umile, grande e semplice, amico della nostra anima, grazie!


lunedì 7 marzo 2016

La misericordia secondo Pascal e Rabi'a



Sto leggendo un bel libro di Ravasi sulla misericordia. Vi ho trovato questi due pensieri.

Il primo è di Pascal, che si immagina un colloquio tra Dio e l’anima:
Dio: Se tu conoscessi i tuoi peccati ti dispereresti!
L’anima: Se tu mi li mostri, allora mi dispererò.
Dio: Non ti scoraggerai perché i tuoi peccati ti saranno rivelati nel momento stesso in cui ti saranno perdonarti.

Il secondo è di una mistica musulmana, Rabi’a (VIII secolo), di cui si racconta questo dialogo:
Un uomo disse a Rabi’a: Ho commesso tanti peccati. Se mi pento, Dio mi perdonerà?
Rabi’a rispose: No, tu ti pentirai, quando egli ti perdonerà.


domenica 6 marzo 2016

Domenica a Galleria Borghese



Dopo villa Giulia e villa Farnesina, questa prima domenica del mese il ministro Franceschini mi ha concesso di visitare la Galleria Borghese.


Com’è possibile che in così poco spazio (si fa per dire… è una villa grandiosa) siano raccolte tante opere d’arte, tanta bellezza: Bernini, Tiziano, Caravaggio, Lotto, Canova…
Quanta ricchezza, che patrimonio culturale.
È nostro!


sabato 5 marzo 2016

Un uomo aveva due figli…

Un uomo aveva due figli… È il più fortunato degli incipit evangelici
Appare subito il Padre misericordioso, che dà corda alla fuga ribelle, vive in trepida attesa, accoglie senza recriminazione, perdona con generosità, dona la possibilità di ricominciare. Se non l’avesse detto Gesù, chi avrebbe creduto che Dio è così? Perché, a immagine d’uomo, l’abbiamo dipinto irato e vendicativo e non nell’abbraccio rigenerante, nel bacio della pace?

Tra i due figli ci piace identificarci nel più giovane. Riconosciamo in lui le nostre rivolte, le fughe dalla tua volontà, l’insofferenza alla tua legge, gli errori, i peccati di cui siamo capaci, la tristezza e la solitudine in cui ci gettano le scelte sbagliate.
Ma soprattutto ci vediamo espressi nel desiderio del ritorno, anche se con l’incertezza di come saremo accolti, col timore del meritato castigo.
Più ancora il figlio minore ci dà la speranza del perdono, ci svela il volto d’un Padre capace di inaspettato amore, ci protende al suo bacio, ci apre all’intimità della casa ritrovata.

Più difficile identificarci col figlio maggiore, sdegnoso, geloso, intollerante, gretto e meschino, senza quell’aura d’intraprendenza e d’avventura che rende comunque affascinante il giovane.
“Questo tuo figlio”, dice al padre per indicare il fratello, che non riconosce più come tale. “Questo tuo fratello”, risponde il padre, ricordandogli che il prodigo peccatore è pur sempre suo fratello.
Soltanto quando nel fallito, nel ribelle, nel cattivo riconosco “mio fratello”, come fa il Padre misericordioso, saprò pregare, sperare, attendere, accogliere, perdonare, donare fiducia perché, morto ritorni in vita, perduto sia ritrovato.