giovedì 30 giugno 2016

I bambini di Roma danno spettacolo


Roma festeggia i suoi santi: ieri Pietro e Paolo, oggi l’innumerevole numero di martiri romani.
San Pietro ha rinnovato la sua infiorata, lungo via della Conciliazione, anche se in tono un po’ minore.
La città ha ripreso la sua girandola, i fuochi d’artificio che si dice risalgano a Michelangelo, non più a Castel Sant’Angelo ma sul Pincio. Ma banda dei Granatieri ci ha intrattenuto fino all'inizio dei fuochi.
Mai visto Piazza del Popolo così gremita.

Lo spettacolo più bello, come al solito, è proprio la gente, che si è riversata a fiumana da tutte le strada, all’inverosimile. La gente, quando è in festa, è sempre bella, tira fuori il meglio di sé. Sono quelle persone normali e semplici, che sanno godere di uno spettacolo popolare, La gente che piace a me.
Spettacolo nello spettacolo due bambini, accanto a me, sulle spalle dei rispettivi genitori; hanno gridato tutto il tempo in un animato divertente dialogo-commento sui fuochi. L’ho detto ai genitori: “Questo è stato il vero spettacolo!”. “Noi questo spettacolo ce l’abbiamo tutti i giorni!”, mi ha risposto la mamma…


mercoledì 29 giugno 2016

La partenza di san Paolo e di apa Pafnunzio



Il desiderio di Paolo di ricongiungersi a Cristo per stare sempre con lui, diventava ogni giorno di più il suo stesso desiderio. Come Paolo anch’egli si domandava se non valesse molto di più morire che vivere. Conveniva con l’Apostolo che vegliare o dormire, vivere o morire, erano la stessa identica cosa: convivere con Cristo. Ma quale grande differenza tra la convivenza qui in terra, sempre precaria e incerta, e quella in cielo, piena, completa, definitiva… Valeva certamente la pena morire, o almeno vivere per morire.
Non aveva una comunità come quella di Efeso da cui congedarsi, tra le lacrime degli astanti; non un discepolo fedele come Timoteo al quale confidare l’imminenza del suo martirio. Apa Pafnunzio era soltanto un povero monaco solitario, non per questo si sentiva meno fortunato di Paolo, ora che avvertiva che stava approssimandosi il tempo della partenza.
Gli anni erano passati in un soffio. Com’erano lunghe le giornate degli inizi, quando la sera sembrava non giungere mai. Poi un attimo ed il cammino s’era compiuto. Adesso era tempo di partire.
Partire, ma come?
Gli piaceva la parola che Paolo aveva usato per annunciare la sua morte: sciogliere. Per andare occorre liberarsi da ogni vincolo, sciogliere i nodi che lo tengono legati alla terra.
Quando aveva scritto ai Filippesi si era riferito esplicitamente al corpo, che quasi lo teneva prigioniero e gli impediva il balzo decisivo. Avrebbe voluto lasciarlo, dissolversi, nel desiderio ardente di andarsene per stare con Cristo.
Ai Tessalonicesi parlava di uno strappo, di un rapimento che lo avrebbe portato su in alto, sulle nubi, per andare incontro al Signore, e così per sempre stare con lui.
Quella parola, sciogliere, poteva richiamare la vela della barca che sta per prendere il largo. Sciolta dall’albero cui è legata, raccoglie il vento e può finalmente salpare. Gli piaceva l’idea che la morte fosse un allontanarsi da terra e scomparire nell’oceano dell’amore di Dio.
Quella stessa parola poteva richiamare un’azione che gli era più familiare. Apa Pafnunzio non era un uomo di mare, non aveva mai sciolto una vela. Quante volte aveva invece sciolto i teli della tenda per riprendere il cammino. Gli sembrava proprio l’immagine adeguata? Arrotolata la tenda, si sarebbe messo in cammino per l’ultima volta, per il suo ultimo viaggio, che lo avrebbe condotto alla meta. Si vedeva lassù, sull’ultima duna dell’orizzonte, oltre la quale…
Già, cosa ci sarebbe stato oltre quella duna?
Partire per dove?
Glielo diceva l’ardente desiderio che condivideva con Paolo: essere con Cristo, stare per sempre con Cristo. Come Paolo avrebbe atteso con amore la sua manifestazione.


martedì 28 giugno 2016

Anche i bambini vivono la Parola di vita


La maestra Pina Donato mi ha dato l’ultimo numero del giornalino della scuola primaria nella quale insegna. C’è una pagina con le esperienze dei bambini di quinta elementare su una Parola di vita:

Ho scritto alcune esperienze dei miei compagni della classe Quinta A per spiegare a tutti come si sta bene senza litigare con i propri cari! Esse ci fanno rendere conto che Gesù è dentro tutti noi, ogni volta che riusciamo a capire qual è il comportamento giusto. (C. Maggio)

Lavinia Scrocchia: Ieri sera sono andata a cena fuori con un’amica di mia mamma. Era tutto bellissimo. Ho ordinato come contorno un piatto di piselli, per poi gustarmi il dolce. Ma mamma ha detto di no. lo stavo per tirare fuori il broncio, ma mi sono ricordata che Gesù era proprio accanto a mamma e così mi sono messa a sorridere.

Niccolò Fabi: Oggi, dopo una stancante giornata, sono tornato a casa.
Mentre guardavo la TV, mio fratello mi ha preso il telecomando dalle mani. Inizialmente, mi sono arrabbiato molto, ma poi mi sono calmato e ho lasciato che vedesse luì la televisione.

Mario Tigoni Sava: Oggi mio padre mi ha detto una cosa ed io gli ho risposto male. L’ho guardato ed ho visto che non era felice. Allora gli ho chiesto scusa e lui mi ha perdonato.

Sofia Catalano: Oggi stavo giocando con un hula-hoop. Quando mia sorella mi ha visto, ha urlato: “È mio!” Inizialmente non volevo darglielo, ma ho deciso che era meglio che lo tenesse lei e io lo avrei usato dopo.

Davide Corone: Oggi come tutte le domeniche si va a Messa. Affaticato, non volevo andarci. Ma mi sono accorto che mamma aveva fatto tanta fatica per portarmici. Sono andato e mi sono anche divertito con i miei amici dell’oratorio.

Pujita Santini: Ieri, mentre tornavo dalla Toscana ho litigato con mio fratello perché lui mi ha proposto di giocare alla guerra del solletico. Mi ha fatto male e io gli ho dato un pizzico. Però poi mi sono calmata, gli ho chiesto scusa e ci siamo abbracciati.

Claudia Maggio: Dopo essere tornata a casa da scuola, mentre aspettavo i miei genitori, ho acceso la tv e ho trovato un film bellissimo. All’arrivo de miei genitori, li ho trascurar e non volevo cenare. Ma poi mi sono resa conto che loro avevano preparato le cena con amore e impegno Così abbiamo cenate felicemente.


lunedì 27 giugno 2016

Lucia Cremona: lettera dal Ciard



Lucia Cremona compie 85 anni. Una vita spesa per la missione. Per la sua festa abbiamo letto una sua lettera del 1969-70 dal Ciad. Tra l’altro scriveva:
Continuano gli incontri del sabato sera fra i cristiani e le esperienze che comunicano sono molto belle, eccone alcune: “Un nomade che non sorvegliava bene la sua mandria, ha lasciato entrare i suoi buoi nel mio campo di fagioli e ne hanno mangiati. Mi stavo arrabbiando con lui mostrandogli quello che avevano fatto, ma poi mi son ricordato della parola del Vangelo da vivere durante la settimana ed allora mi son limitato a dirgli che doveva stare attento, Poi abbiamo parlato e prima di lasciarlo gli ho dato un pezzo di manioca”. (…)
Avevano pubblicamente criticato e ingiustamente accusato dei cristiani: ecco cosa mi ha raccontato uno di loro: “No, ho detto nulla, non mi sono difeso, ma nel pomeriggio sono andato in chiesa a pregare per quelli che mi avevano criticato. Quando mia moglie ha saputo che ho fatto questo mi ha detto che ero matto, che proprio non si poteva pensare a pregare per loro dopo quello che avevano fatto. Con pazienza ho fatto capire perché mi comportavo così, come un cristiano si deve comportare e, siccome anche lei lo è, l’ho invitata a fare altrettanto. La sera abbiamo partecipato alla Messa insieme, pregando per loro”.
Nella stessa lettera Lucia racconta di un viaggio di notte in  macchina:
«Eravamo partiti alle tre di notte, i fari della macchina illuminavano di tanto in tanto qualche viandante che percorreva a piedi le lunghe distanze che separano un villaggio dall’altro, o addirittura che si spingeva verso la città. Di notte si viaggia meglio senza il sole che scotta! Verso le cinque, quando all’orizzonte appariva appena appena un filo di luce, i fari hanno illuminato un musulmano prostrato a terra assorto nella sua preghiera, rivolto verso quel filo di luce. Sono rimasta colpita vedendo quell’uomo che interrompeva il suo cammino per rendere gloria a Dio, in piena savana. Mi sono subito unita a lui dicendo: “Signore, i nostri linguaggi sono diversi, ma partono dal cuore dell’uomo che ti riconosce come sovrano su ogni cosa e si rivolge a te con fiducia. Per me Tu sei qualcosa di più, sei il Dio incarnato, il Dio in mezzo a noi. Che tutti possano incontrarti presto perché è da tanto tempo che tu sei venuto!”.
La lunga lettera si conclude così:
«Cari amici, aiutiamoci a far rivivere Gesù attraverso la nostra vita, che lo si veda passare e agire come fu visto un giorno in Palestina: avremo dato qualcosa di vero ai nostri fratelli più poveri».


sabato 25 giugno 2016

Senza mezze misure



Egli prese la ferma decisione di mettersi in cammino verso Gerusalemme…

Inizia il grande viaggio verso Gerusalemme. Gesù lascia la Galilea dalle dolci colline verdi, per affrontare sulle montagne rocciose e brulle gli ultimi grandi eventi. Impresa ardua, la sua. Esige una decisione coraggiosa. Si tratta di fare la volontà del Padre fino in fondo, di compiere il gesto supremo di donare la vita.

Altrettanto serio, duro ed esigente sarà il cammino per quanti lo seguono. Anche a noi chiede il medesimo coraggio, altrettanta determinazione.
Per questo mette subito in chiaro le condizioni del viaggio: prontezza a perdere tutto e a vivere nella precarietà, alla giornata, fidandosi pienamente di Dio, senza “tana” né “nido”; distacco da parenti e amici; perseveranza nell’andare avanti, costi quello che costi.
Sono così pochi quelli che vogliono seguirlo e a quei pochi pone ostacoli, mostra la gravità della decisione e presenta la durezza della sequela.
Si vede proprio che non si accontenta delle mezze misure.

 
Non si tratta di mettere a confronto Gesù e gli altri, di amare o non amare i parenti e gli amici. Siamo su tutto un altro piano: Gesù è Gesù e basta.

Tu sei padre, tu sei madre, tu fratello e amico e sposo.
Tu, la luce dei nostri occhi; tu, il nostro respiro, il nostro cibo, la nostra vita.
Si può vivere senza padre, senza madre, ma non senza di te: l’Unico, il Tutto. Non vuoi che guardiamo a nessun altro, che non cerchiamo nessun altro all’infuori di te.
Come seguirti se non si è innamorati pazzi e se, come gli innamorati, non si hanno occhi che per l’amato?
Ci sarà poi il tempo di volgere lo sguardo d’amore e di misericordia sugli altri, ma sarà il tuo sguardo, il tuo amore. Sarai tu in noi ad amare.


venerdì 24 giugno 2016

I doni dello Spirito non conoscono restrizioni doganali




Per un professore leggere gli esami scritti di decine e decine di studenti non è proprio il massimo. Ogni tanto però si scoprono delle perle, come questa di una studentessa nigeriana, che in un buon italiano, appena incerto. Mi ha colpito n modo particolare la "sdoganatura" dei doni dello Spirito e dell'unità trinitaria! Degno di essere citato in Iuvenescit Ecclesia.


I carismi che lo Spirito dà alla Chiesa serve ad aiutarla a crescere e fortificarsi ed espandere in tutto il mondo. Infatti, questi doni sono diversificati a secondo i bisogni della Chiesa, come ad esempio, quello di parlare tutte le lingue del mondo per portare la buona novella ai confini della terra. I doni dello Spirito Santo non conoscono restrizioni doganale e quindi devono essere portati ovunque per portare tutti all’unità Trinitaria che in effetti non è né cristiana né cattolica ma che è universale e gratuita, accessibile a tutti i figli di Dio nel mondo intero.

giovedì 23 giugno 2016

Madonnelle romane


Le edicole sacre di Roma, le “Madonnelle”, sono disseminata a centinaia nei rioni antichi, testimonianza di una devozione ancora viva che, nella loro semplicità riescono a coniugare misticità e umanità. Spesso agli incroci delle strade, serviva anche da illuminazione pubblica, con la fiammella che vi ardeva perennemente davanti. Alcune sono state dipinte o scolpite – in terracotta o ceramica, ma vi sono anche musaici e stampe – da autori illustri; la maggior parte da sconosciuti.
Una tradizione che sta scomparendo, come scompaiono tante di queste immagini. Ne sono rimaste circa 600. 

Ma ce ne sono anche di nuove. Una di queste ultime l’ho vista per caso mentre, con la Scuola Abbà, camminavo per Roma. Mi pare particolarmente bella e moderna.


Sergio Gittarelli scrive che «A differenza delle opere custodite nelle Chiese, l'Edicola Sacra è il simbolo che, uscendo dai tradizionali luoghi di culto, si pone là dove la vita del popolo dei fedeli (e non) si svolge, quasi a volerne condividere la quotidianità e quindi proteggerlo, benedirlo, comprenderlo e perdonarlo della sua umana debolezza».

mercoledì 22 giugno 2016

Cristo e Cristo Crocifisso: risposte


Mi sono arrivate un paio di risposta al blog
http://fabiociardi.blogspot.it/2016/06/cristo-e-cristo-crocifisso.html
Mi sembra bello condividerle con tutti:

Leggendo queste righe mi torna in mente un momento che ho vissuto giorni fa andando alla messa con i miei nipotini. Appena si entra sulla sinistra c'è un crocifisso di legno molto bello. Uno dei due si è fermato a lungo a guardarlo, ripetendo: “Bua, bua”. Lo guardava con compassione con l'innocenza propria dei bambini.


Grazie per quello che scrivi su Gesù crocifisso. Certo non è facile, ma questa è la via. Leggo nell'Imitazione di Cristo al libro n. 2, che parla della croce, che essa è una necessità e che non vi è altra via di redenzione per noi. Allora mi unisco alle tue parole così da sentirmi sorretto e confortato.

martedì 21 giugno 2016

Luigi Gonzaga, il giglio e la palma


In casa abbiamo un bel quadro raffigurante san Luigi Gonzaga, di cui oggi celebriamo la festa, con in mano un Crocifisso. Mi sembra la raffigurazione più adatta a descrivere la sua santità. Vi contemplava, come scrive egli stesso, «la bontà divina, mare senza fondo e senza confini», davanti alla quale «la mia mente si smarrisce». 
Manca invece, nel nostro quadro, un elemento dell’iconografia classica, il giglio, a  simboleggiare la purezza. Ma questa non è fine a se stessa, serve piuttosto per giungere ad avere lo sguardo puro che rende capace di riconoscere il volto di Cristo.
È grazie allo sguardo puro dell’amore che san Luigi riconobbe Cristo in un appestato abbandonato ai margini della strada, se lo prese sulle spalle, lo portò all’ospedale e ne rimase contagiato fino a morire.
Era spinto dall’amore stesso di Dio. «Il Dio che mi chiama – scriveva ancora – è Amore, come posso arginare questo amore, quando per farlo sarebbe troppo piccolo il mondo intero?».
Accanto al giglio occorrerebbe sempre tratteggiare anche la palma del martirio; il giglio che si tramuta in palma.

lunedì 20 giugno 2016

La Scuola Abbà a Roma per "guardare" la città


La Scuola Abbà, un organismo di studio composto da professori di varie parti del mondo e delle più varie discipline, che ogni mese converge a Rocca di Papa per tre giorni di lavoro. Sabato, più che un gruppo di professori sembrava un gruppo di studenti in gita scolastica, nella gioia e spensieratezza. Da Rocca di Papa il gruppo si è trasferito a Roma per una giornata intera, visitando nei centralissimi Parlamento, Piazza Venezia, Chiesa del Gesù, di sant’Ignazio, ma anche in altri luoghi periferici come via Tigré, Piazza Palombara, che non sono certo abituali mete turistiche.
L’obiettivo non era infatti visitare Roma, ma guardare la città con gli occhi di Chiara Lubich, così come lei l’ha descritta in una sua celebre pagina appara sul giornale “La Via” nel 1950, intitolata “Resurrezione di Roma”. Abbiamo così camminato sui suoi passi per penetrare nella sua esperienza e nella sua visione.

In quegli anni guardava Roma come Gesù guardava Gerusalemme e la vedeva lontana dalla sua vocazione. Chiara prese allora la decisione: “Passo per Roma e non la voglio guardare”. Lo sguardo passa dalla città al di dentro di sé, alla Trinità in sé. È così che trova lo sguardo nuovo per tornare a guardare la città. Ma adesso “non più io guardo, è Cristo che guarda in me e rivede ciechi da illuminare e muti da far parlare e storpi da far camminare. Ciechi alla visione di Dio dentro e fuori di loro. Muti alla Parola di Dio che pure parla in loro e potrebbe da essi esser trasmessa ai fratelli e risvegliarli alla Verità. Storpi immobilizzati, ignari della divina volontà che dal fondo del cuore li sprona al moto eterno che è l’eterno Amore dove trasmettendo Fuoco si viene incendiati. Cosicché riaprendo gli occhi sul di fuori vedo l’umanità con l’occhio di Dio che tutto crede perché è Amore”.
Vogliamo sia la nostra esperienza con Roma, che non è più soltanto Roma, ma semplicemente “la città”, ogni città…


Santa Caterina canta gli 800 anni dell'Ordine Domenicano


19 giugno 1216: 800 anni fa nasceva l’ordine dei Domenicani.
Per celebrare l’anniversario questa sera nel chiostro di Santa Maria sopra Minerva a Roma un soprano, accompagnata da un’orchestra d’archi, ha cantato la “Lode alla Trinità” di santa Caterina da Siena:
Tu, Trinità eterna, sei come un mare profondo, in cui più cerco e più trovo; e quanto più trovo, più cresce la sete di cercarti. Tu sei insaziabile; e l'anima, saziandosi nel tuo abisso, non si sazia, perché permane nella fame di te, sempre più te brama, o Trinità eterna, desiderando di vederti con la luce della tua luce…
È seguita la suonata de “Le quattro stagioni” di Vivaldi.
Testo e musica ispirati, incastonati dal chiostro, interamente affrescato, restaurato da appena un paio d’anni. Prima dell’unità d’Italia e conseguente incameramento dei beni ecclesiastici, il convento erano la sede del Maestro generale dell’Ordine e per secoli dell’Inquisizione. Qui Galileo ha visto la sua condanna. Ora è sede della biblioteca della Camera e del Senato.
Vincolato dal passato il chiostro ha sentito risuonare la purezza del carisma domenicano proclamato dalla santa senese…:
O abisso, o Trinità eterna, o Deità, o mare profondo! E che più potevi dare a me che te medesimo? Tu sei un fuoco che arde sempre e non si consuma. Sei tu che consumi col tuo calore ogni amor proprio dell'anima. 


sabato 18 giugno 2016

Cristo, e Cristo crocifisso



«Ma voi, chi dite che io sia?». Pietro rispose: «Il Cristo di Dio».
Spesso, sulle nostre labbra, come su quella dei discepoli, questo titolo rimane un’indicazione vaga. Dire «Gesù Cristo» può rimanere una designazione come un’altra ed entra con disinvoltura nel nostro linguaggio senza suscitare il minimo scossone. Ma chi è veramente?
Gesù stesso parla di sé, e lo fa raccontando con una storia, quella dell’Amore che si dona morendo: «Il Figlio dell’uomo – disse – deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno».
Tutta la sua vita e la sua storia sono condensate nel caricarsi la croce sulle spalle, nell’incamminarsi sulla via del Calvario, fino ad essere inchiodato, innalzato e spirare dopo un alto grido. Lì, sulla croce, perché dono infinito, è già pagata la risurrezione sua e del mondo.
Siamo abituati a vederlo inchiodato sulla croce, in chiesa, nelle case, nelle aule, sulle cime dei monti... Crocifissi di gesso prodotti con lo stampo o capolavori d’arte, gioielli appesi al collo od oggetti di devozione. Ci si può assuefare a tale vista senza più coglierne la drammaticità e il valore, oppure si può cadere in estasi come i santi, rapiti da tanto amore e da tanto dolore.


Siamo “cristiani”, portiamo il suo stesso nome. Quale dunque la nostra identità? Essere un altro Cristo e quindi un altro crocifisso.
Nel momento in cui Gesù rivela ai discepoli chi egli è, rivela anche chi essi sono: quelli che prendono la croce ogni giorno per esservi crocifissi.

Ci sarebbe da scappare se non sapessimo che Gesù porta la croce con noi.
Soltanto dopo averlo “conosciuto” crocifisso e aver compreso l’infinito amore manifestato in quel gesto, Paolo può accettare di “essere crocifisso” con lui. Soltanto dopo essere stato rapito dalle sue piaghe, Francesco le vide impresse nella sua carne.

Non occorre cercare la croce, arriva da sé ogni giorno nei piccoli e grandi dolori che non mancano mai. Cosa fare: ribellarsi, imprecare? Non saremmo cristiani. Il dolore e la croce sono stati i mezzi che Cristo ha usato per salvarci. Li usiamo anche noi.
Gesù non li ha scelti: altri glieli hanno inflitti, ma lui li hai accolti e valorizzati. Non li scegliamo neanche noi, ma arrivano e li accogliamo con lui per la salvezza nostra e quella degli altri.
Quello che invece dobbiamo scegliere è il “rinnegare” noi stessi. È quel deciso “no” a quanto contraddice il nostro essere cristiani: la disonestà, l’immoralità, l’odio, la vendetta, rispondere al male con il male, fare ciò che la nostra coscienza ci rimprovera per il semplice fatto che ormai tutti lo fanno...
Soltanto così saremo suoi veri discepoli, pronti seguirlo fino nella sua risurrezione.


venerdì 17 giugno 2016

Parola ed Eucaristia


Quando andiamo a messa ascoltiamo sempre parole forti.
Gesù indica sempre, con chiarezza, il cammino da seguire.
È sempre bellissimo! Ma chi ce la fa?
Per fortuna arriva la seconda parte della messa
E viene Gesù Eucaristia a vivere in noi la parola appena annunciata.

giovedì 16 giugno 2016

Gli sfollati di Catarella


Catarella aveva gli occhi rossi e gonfi e col fazzoletto in mano di asciugava il naso.
«Sei raffreddato?»
«No, dottore» rispose Catarella per troncare il discorso.
Montalbano insisté.
«Dimmi cosa ti è successo».
«No, dottore».
«È un ordine. Parla».
L’angolo della bocca di Catarella cominciò a tremare come se stesse per piangere.
«È successo che questa notte quando sbarcarono gli sfollati…».
«Non si chiamano sfollati, Caratella, ma migranti. Gli sfollati erano quelli che nell’ultima guerra scappavano in altro paese a causa dei continui bombardamenti».
«Mi scusi, dottore, ma questi non scappano dalle bombe allo stesso modo?».
Montalbano non sapeva che replicare. La logica di Catarella era perfetta.

E bravo Catarella. È simpatico perché nel suo fare sconclusionato troviamo sempre qualcosa di noi. È umano.
Questa sera alle Terme di Caracalla Camilleri racconta della sua scrittura, a cominciare da questo suo ultimo libro, il centesimo, L’altro capo del filo, con la compassione per i migranti che affrontano il mare e rischiano la vita pur di uscire dall’inferno della guerra…

Camilleri si sarà infuriato se ho tradotto il suo scritto in lingua corrente?

mercoledì 15 giugno 2016

Conoscere i problemi nelle persone


Dopo uno dei recenti bombardamenti sulla città di Aleppo, che ancora una volta ha raso al suolo case e falcidiato persone, una bambina di nove, dieci anni passa davanti alla telecamera. Cammina svelta, si volge appena verso l’obiettivo, quanto basta per gridare nel pianto: “Che male abbiamo fatto?”. Mi è rimasta impressa negli occhi e mi è scesa nel cuore. In un attimo l’immane tragedia di una guerra per me lontana, ha il volto velato di quella bambina. Non è più soltanto un conflitto senza vie d’uscita, un intricato problema geopolitico, il frutto di concause sempre più difficile da districare, una convergenza di interesse economici. È semplicemente una bambina in lacrime, che ha perduto casa e familiari e che grida il suo disperato perché.
Non possiamo evadere da problemi di portata sempre più vasta che ci assediano in continuazione, sempre gli stessi e sempre nuovi: le guerre, i profughi, il terrorismo, ma anche la disoccupazione, la crisi economica… Il loro elenco si allunga di giorno in giorno, diventando oggetto di analisi, dibattiti… Rimangono irrisolvibili, anzi si aggravano. E se invece che ai problemi guardassi alle persone? Non vorrei sembrare semplicista. Lo studio dei fenomeni e la ricerca delle strategie, delle soluzioni politiche, dei compromessi è fondamentale. Ma senza perdere il contatto con le persone concrete. Come parlare del fenomeno carcerario se non si conoscono per nome almeno alcuni carcerati, le loro storie e quelle delle loro famiglie? Oppure dei profughi se non si è ascoltato lo sfogo di chi è dovuto fuggire lasciando una vita alle spalle?
Tanti talk show di radio e di televisione, come le discussioni di strada e di salotto, somigliano più a una esorcizzazione dei problemi che non a una loro reale assunzione. Per penetrarvi davvero e trovarne vie di soluzione mi pare indispensabile il contatto personale con chi vive in quei problemi. Allora acquistano un volto. Da problemi tornano ad essere persone. Lo so che questo non basta, che i problemi restano problemi e che occorre elaborare strategie di largo respiro. Conoscere e essere vicino a quel profugo, a quel disoccupato, a quella famiglia provata, o anche solo ascoltare quel “Che male abbiamo fatto?” della bambina irachena, può tuttavia accendere la creatività e accelerare il percorso verso le soluzioni.


martedì 14 giugno 2016

Il Mediterraneo di Picasso, Ponson e Orientalisti



Era da tempo che volevo visitare la Villa Mediterranée il grande centro espositivo realizzato a Marsiglia nei pressi del porto vecchio, tra il Forte Saint Jean e la cattedrale. La cattedrale costruita da sant’Eugenio, che costudisce le sue spoglie, è stata per anni chiusa, ormai tagliata fuori dalla città da una rete stradale e destinata all’oblio. Adesso invece è venuta l’ora del riscatto, grazie al progetto di spazi culturali che le si aprono davanti, sul mare. L'edificio della Villa, a forma di una L rovesciata, è quasi interamente circondato dal mare. Inaugurato tre anni fa ospita sale riunioni, spazi espositivi e un auditorium.
La Villa è collegata al Museo delle Civiltà d’Europa e del Mediterraneo, altro gioiello architettonico sempre del 2013 e alla fortezza Saint Jean, baluardo del porto, appena riportata al suo splendore.
L’altra settimana, terminati gli impegni in città, ho speso le ultime ora della serata a visitare questo ampio complesso architettonico che finalmente mette in risalto anche la cattedrale.

Ho così potuto vedere una ricca mostra di Picasso: i quadri, le ceramiche, l’artigianato, l’oreficeria, tutte le espressioni del genio artistico. Sono poi passato al Museo “Sguardo di Provenza”, con l’esposizione delle opere del pittore Raphaël Ponson, le sue celebri vedute del porto di Marsiglia e delle coste attorno. Infine opere di Orientalisti. Espressioni artistiche diversissime, eppure… Sì, ho trovato un legame tra tutti, i colori caldi del Mediterraneo. È stato come un immergermi in ambienti dissimili, alcuni esotici, eppure nello stesso tempo familiari. Così anch'io mi son lasciato prendere la mano, con la solita maniera naive...


lunedì 13 giugno 2016

Parola di vita di Giugno letta da Redi




A metà mese fa bene riascoltare la Parola di vita, letta da Redi
https://www.youtube.com/watch?v=s_OeidF5YqA


Intanto sto preparando la pubblicazione di un volume con tutti i commenti alle Parole di vita scritti da Chiara. Sono di una bellezza straordinaria. Mi vergogno dei miei commenti. Quando avrò terminato, spero presto, dovrò chiedere perdono a tutti. Tra l’altro Chiara sapeva corredare i suoi commenti con esperienze ora straordinarie ora estremamente semplice. Ecco quella che commenta la parola “Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto”:

Il molto? Sì, gli avvenimenti inconsueti della vita: un grave incidente, una calamità naturale che ti tocca, la morte d’una persona cara, un successo che può darti alla testa, un’eredità impensata, un grosso dispiacere che non immaginavi, una responsabilità che ti piomba addosso...
E, in certe nazioni, tutti gli imprevisti della guerra.
Come il caso di quel giovane libanese ventunenne. Il suo nome è Fuad. Aveva imparato a vivere bene nell’amore, le circostanze comuni della vita, le piccole cose.
Ma ecco pochi mesi fa un momento particolare.
Ritornato nel Libano, dopo un convegno a Roma, viene fermato da alcuni uomini armati a tre chilometri dall’aeroporto sulla strada per Beirut. La zona è musulmana e il momento è difficile. Sulla carta di identità gli uomini leggono: “cristiano-maronita”. “Sì, sono cristiano-maronita - ammette Fuad - e sto tornando a casa”. “Tu vieni con noi” gli rispondono. Interrogatorio. Alla fine: “Tu sai quello che ti aspetta?”. Il ragazzo capisce che per lui è tutto finito.
Uno dei miliziani lo preleva e lo porta verso un ponte dove erano stati uccisi parecchi cristiani. Mentre cammina cerca di calmare l’agitazione interiore e pensa che cosa Dio può voler da lui in quel momento. Amare questo prossimo, gli viene in mente. Cerca dunque di far sentire a quell’uomo tutto l’amore. Parla: “Deve essere difficile, brutto, questo mestiere... fare la guerra...”.
Arrivato in vista del ponte, il miliziano si ferma, lo guarda ed esclama: “Torniamo indietro”. Al commando poi parla con altri. Uno di questi si avvicina al giovane e gli dice: “Sei stato fortunato, perché a quello hanno ammazzato il fratello pochi giorni fa”. Come per dire: se c’era uno che ti poteva ammazzare volentieri, era proprio lui. Cosi Fuad, che era stato in Dio nei piccoli avvenimenti della vita, lo è stato anche in questo. “Chi è fedele nel poco, è fedele anche nel molto”. E Dio lo ha salvato.


domenica 12 giugno 2016

Padre Marino, una guida


Con mia moglie Giuliana abbiamo letto con attenzione, silenzio e commozione quanto hai riportato su padre Marino nel tuo blog.
Anche per noi è stato sempre una guida fin dagli anni ’70 e, personalmente, già negli anni dell’adolescenza in quel di Fiesole; anni speciali, ricchi di vita, di colloqui in cui si intrecciavano progetti, sogni, prove, novità che nascevano in un turbinio di sentimenti e sprazzi di luce in cui la sua vicinanza paterna mi accompagnava.
Poi ho vissuto nella e con la famiglia Oblata la contestazione del ’68 che ha portato anche nella Chiesa ed in me stesso, pur nella crisi e difficoltà di discernimento, la novità di vita del Concilio e dei Movimenti. - Arnaldo    

sabato 11 giugno 2016

Misericordia e perdono


Simone: un mondo chiuso, tradizionale. Vede una donna e la riconosce per quella che è, una peccatrice. L’ha già schedata per sempre. Lui è su un piano superiore, si ritiene giusto, non ha bisogno di salvezza. Non conviene guardare a lui se non per evitare l’errore, sempre in agguato, della sufficienza orgogliosa.
Meglio rispecchiarsi in lei, donna senza nome perché ognuno di noi possa chiamarla col proprio nome. Riconosce di essere una peccatrice e ne prova dolore. Ma non è chiusa nel suo dolore, non ne è indurita.
Quale contrasto con il perbenismo e la compostezza fredda di Simone! Lui non si sbilancia neppure nel cogliere il senso evidente della parabola: «Suppongo...», risponde prudente. Lei si scioglie nel pianto e scioglie i capelli, si profonde nei baci ed effonde profumo, lava i piedi e si allarga all’abbraccio. Ama perché sa di essere amata e perdonata. Ama con l’intensità della sua umanità, fin con l’affetto, osando il gesto della confidenza e dell’intimità. Ama fino ad attirare l’amore e il perdono.
In lei conviene specchiarsi per non occultare con destrezza sbagli e peccati. In lei, per imparare l’amore appassionato e riconoscente. In lei, per scoprire i gesti più autentici della contrizione e della lode. In lei, per sentirsi ripetere: «I tuoi peccati
sono perdonati».
Meglio ancora se ci rispecchiamo in Cristo stesso, il cui sguardo non è usurato dalla consuetudine. In lei vede il desiderio di redenzione, la possibilità di riscatto. Coglie il positivo dei suoi gesti equivoci e maldestri. Ne indovini la fede e l’amore.
Insegni a non giudicare e a suscitare il pentimento, ad amare e a provocare l’amore.

Sciogli il mio cuore di pietra
come a lei sciogliesti i capelli.
Aprimi al pentimento sincero
e alla confessione del peccato
come apristi al pianto i suoi occhi.
Suggeriscimi i gesti dell’amore intensi
come i suoi baci.
Semina frutti di vita odorosi
come il suo olio profumato cosparso.
Dammi la gratitudine infinita
nel sapermi perdonato.
Donami di molto amare,
come molto mi hai amato.


venerdì 10 giugno 2016

Beatitudini: promessa o rivelazione?



Le beatitudini, più che una promessa, sono una rivelazione, una profezia.
Sono il ribaltamento delle situazioni dolore, una speranza certa.
Maria le vede attuate e canta il Magnificat.

giovedì 9 giugno 2016

L'arditezza dell'esperienza e del linguaggio dei mistici

La letteratura sulla mistica ne analizza il particolare tipo di scrittura, i termini iperbolici, antitetici, simbolici, i mezzi stilistici come paradossi, metafore, il massiccio uso di immagini. Si parla dell’audacia di immagini e simboli, dell’arditezza del linguaggio, che a volte sembra piegarsi all’esperienza, fino a travolgere la grammatica, la sintassi, gli stessi vocaboli che vengono reinventati.
Si pone soprattutto in rilievo l’ineffabilità dell’esperienza, l’inadeguatezza della parola, il silenzio, la reticenza a comunicare. Eppure, come è stato notato, il mistico «si sente obbligato» a trasmettere, a dire la propria esperienza «con linguaggio umano, in forza della dimensione ecclesiale della sua stessa esperienza che non è personale ma dono di Dio da partecipare agli altri. L’esperienza del silenzio trabocca e tende ad esprimersi. Chi, come il mistico, ha ascoltato Dio che lo inabita, prova la necessità di parlare a Dio e di Dio. Si pensi a Giovanni della Croce, mistico per antonomasia, che ha incontrato Dio nel e come silenzio, nulla, tenebre, oscurità, notte, ed ha espresso con parole, sia pure inadeguate, la sua sconvolgente esperienza interiore. Proprio perché il silenzio lo aveva messo in comunione con l’Assoluto, la parola, che ne è tracimata, ha risposto all’esigenza di comunione espressa mediante la comunicazione».
L’esperienza si fa mistagogia, desiderio non soltanto di comunicare l’esperienza, ma di condividerla fino a coinvolgere nella medesima esperienza.
Ciò è particolarmente evidente dell’esperienza di Chiara Lubich, che si sente chiamata a introdurre nella propria esperienza, fino a renderne partecipi. Riguardo alla sua comprensione delle realtà di Dio, annotava: «Descrivevo così perfettamente ogni cosa alle focolarine che anche esse “vedevano” nella stessa maniera». L’esperienza che le è dato di compiere non è per lei soltanto, è veramente carismatica, ossia “per l’edificazione comune”, “per il bene della Chiesa”, per l’umanità intera.


Come continuare a “dire” e a “dare” quell’esperienza carismatica? È l’interrogativo che si pongono una cinquantina di studiosi di varie parti del mondo, riuniti per tre giorni a Castelgandolfo, nella casa sul lago, in un seminario sulla traduzione dei testi mistici, quelli di chiara Lubich in particolare. Tradurre anche in cinese, arabo, lingue molto lontane dalle nostre lingue latine. Una sfida entusiasmante.
Partecipando e intervenendo al seminario, condivido la meraviglia per il linguaggio dei mistici. L’arditezza del loro linguaggio è soltanto riflesso di una ben più profonda arditezza: l’esperienza stessa che lo Spirito dà loro di compiere. È continuazione di esperienze e parole ardite che troviamo già nella Scrittura. Vi sono formule più audaci delle affermazioni di Pietro: “voi siede dei”, o di Paolo: “con-sedete con Cristo”, sul trono stesso di Cristo, così da vivere e sperimentare dal di dentro la sua signoria?


mercoledì 8 giugno 2016

Un anno con sant’Eugenio e i suoi Oblati



Con il mese di giugno inizia la lettura del secondo volume del libro Un anno con Sant’Eugenio e i suoi Oblati, una serie di testi che ho raccolto per meditare, giorno per giorno, sul carisma oblato. Sono testi di sant’Eugenio, ma anche di molti altri Oblati.
La lettura quotidiana di questi testi può essere un modo per rispondere all’invito del Superiore Generale, p. Louis Lougen: «In questo speciale anno giubilare, vorrei invitare ognuno di noi a meditare sul grande dono del carisma oblato, con immensa riconoscenza per la grazia della vocazione di Missionari Oblati di Maria Immacolata. Il carisma oblato, dono dello Spirito per la Chiesa intera, trasmessoci da Eugenio de Mazenod, è di vitale importanza per la Chiesa e per i poveri» (Lettera alla Congregazione, 17 febbraio 2016).
Ecco il testo che ho proposto per il 9 giugno:

Cristo, il grande Oblato
La norma suprema della vita religiosa non è una dottrina astratta, è una persona, Gesù Cristo, da far rivivere oggi. Dobbiamo fare nostri, a misura d’uomo, azioni e situazioni dell’Uomo-Dio. Ma Dio ha voluto assegnare ad ogni famiglia religiosa un particolare aspetto della vita di Gesù, l’osservanza di una particolare virtù, in modo che, pur praticandole tutte, si distingua per l’esercizio eminente dell’una o dell’altra, che costituisce così il tratto dominante della fisionomia spirituale. Ora, quando Dio assegna un nome, fissa al tempo stesso una missione, un compito da eseguire, un programma da realizzare. Anche la Chiesa, rappresentante di Dio, assegnandoci il titolo di Oblati, tanto caro ai nostri cuori, sembrerebbe delimitarci come primo obiettivo quello di onorare, riprodurre, rivivere l’oblazione di Cristo, soprattutto di praticare le virtù presenti nell’oblazione del Cristo: il suo amore ardente per Dio e le anime, lo zelo, l’abnegazione, l’obbedienza, l’umiltà.
Cristo è il grande Oblato. La Lettera agli Ebrei ci dice che il primo atto di Gesù entrando nel mondo è stato un atto di obbedienza. E que­sta offerta iniziale è continuata ininterrottamente per 33 anni fino alla solenne oblazione della Croce. L’oblazione di ogni attimo si è infatti consumata sul Calvario, perché qui Dio ha accettato per sempre il sacrificio del Figlio.
Cristo è Oblato di Maria, e l’affermazione ha un fondamento teologico. Nell’Incarnazione, Egli si offre in Maria. Non contenta di essere l’altare di questa prima oblazione, come dice M. Olier, Maria vi si associa attivamente e liberamente offrendo ciò che Dio le ha dato per la salvezza del mondo. Alla Presentazione al Tempio, è attraverso le mani di Maria, che Gesù si offre a Dio Padre. Dio riceve così Gesù da Maria: sarà così per tutta la vita, sarà così nella morte. Maria è perennemente associata all’offerta di Gesù e a un grado e in un modo esclusivi: Gesù è il tesoro che offre a Dio per la salvezza degli uomini. Chi oserebbe sostenere che si tratta di una pia esagerazione chiamare Gesù Oblato di Maria? (Pour une spiritualité oblate. Compte rendu des réponses à l’enquête sur la spiritualité oblate, « Études Oblates » 10 [1951], p. 99-100)

martedì 7 giugno 2016

Anche i bambini sanno contemplare?



Così mi scrive Giuseppe:

Vorrei condividere con Lei un pensiero conseguente alla lettura del Suo blog del 30 maggio 2016 e ad alcune riflessioni personali che ho fatto in questi ultimi mesi. Il tema centrale è l’Eucaristia e l’adorazione durante la Santa Messa o anche nelle visite al Santissimo Sacramento.
È molto bella la descrizione che Lei fa di quei momenti in cui, ancora bambino, accompagnato sapientemente da Suo Padre, partecipava alla Santa Messa. Già solo dalle Sue parole sembra quasi di rivivere la solennità e, soprattutto, la sacralità che Lei poteva respirare e nella quale era immerso durante la celebrazione.
Io sono un papà di due splendidi bambini, rispettivamente di 13 e 8 anni. Per loro, ma anche per me e mia moglie, mi sono posto in questi mesi alcune domande e mi sono trovato a riflettere sul modo in cui noi genitori, nella Chiesa e con la Chiesa, possiamo trasmettere la fede ai nostri figli. Ho sempre pensato (e non sono certo io a scoprirlo) che la società attuale allontana sempre più le persone dalla riflessione e dalla meditazione. In un clima del genere appare davvero improbabile che un bambino (e anche un adulto) possa giungere addirittura all’adorazione e alla contemplazione. Ma c’è sempre la Chiesa che ci guida e che custodisce integro il tesoro della Fede. La Liturgia in particolare può essere considerata, a mio avviso, uno degli ‘’antidoti’’ più efficaci contro la superficialità, il chiasso, le brutture e il relativismo tipici della nostra epoca (anche se, credo, non sia questo il suo compito specifico).

Ricordo (e spero di ricordare bene…) d’aver letto in qualche scritto del card. Ratzinger (non ricordo se era già diventato S.S. Benedetto XVI) che la Liturgia deve condurre all’adorazione. Trovo questo concetto davvero folgorante e ritengo che proprio la solennità della Liturgia possa aiutare noi genitori a vivere personalmente e quindi poter trasmettere ai figli il senso e la presenza del Sacro. Ciò vale sempre, anche quando i figli sono piccoli; anzi, direi soprattutto quando sono piccoli. Non bisogna affatto temere che i bambini si annoino a causa di una celebrazione troppo solenne; siamo noi genitori che possiamo e dobbiamo aiutarli pian piano ad entrare nel mistero. Per consentire ai bambini di comprendere e vivere pienamente la Liturgia non bisogna banalizzarla né “spettacolarizzarla” ma bisogna coinvolgere e responsabilizzare i genitori. Così come, appena nati, li abbiamo nutriti e abbiamo sminuzzato loro il cibo, allo stesso modo, insieme ai Sacerdoti e sotto la loro guida, li potremo e dovremo condurre per entrare nello spirito della Liturgia.
Io sono convinto (ed anche questo non sono io a scoprirlo ma come papà lo posso certificare) che i bambini abbiano una grandissima capacità di capire i segni prima ancora di poter capire il significato delle parole. Attraverso i segni possono capire ciò che nessuna parola potrebbe spiegare. Grazie a questa capacità hanno compreso, appena nati, che cos’è l’amore della Mamma e del Papà. Da grandi studieranno libri interi sull’amore ma, appena nati, lo hanno sperimentato senza che la loro mente potesse comprendere una sola parola.
Ciò che Lei ha descritto nel suo blog credo sia un’altra prova di tutto ciò: a soli tre/quattro anni Lei, sostenuto amorevolmente e saggiamente da suo Padre, riusciva a cogliere perfettamente il contenuto e il significato dell’Eucaristia eppure non era certo capace di comprendere un solo concetto di teologia e neppure di catechismo. Era, appunto, la Liturgia che lasciava fluire il Sacro ed elevava il Suo piccolo cuore a Dio attraverso l’adorazione!

Da ragazzino, subito dopo la Cresima, i miei genitori iniziarono a portarmi a Messa con loro al Santuario di San Francesco di Paola (io sono originario di Paola). Ed io sono cresciuto così; nella solennità di quelle celebrazioni liturgiche di cui è rimasto impresso “il profumo” nel mio cuore e nella mia mente.