venerdì 30 settembre 2016

Auguri padre Louis; auguri padre Paolo


«… con le disposizioni degli Apostoli riuniti nel cenacolo in attesa che lo Spirito Santo venisse ad infiammarli del suo amore e a dar loro il segnale per mandarli alla conquista del mondo».
Ho scritto queste parole di sant’Eugenio su un grande poster che ho messo nella sala capitolare, accanto all’urna che avrebbe dovuto raccogliere le schede per l’elezione del Superiore generale.
Si vede che i membri del Capitolo erano davvero nelle disposizioni degli Apostoli e, come a Pentecoste, lo Spirito è sceso: al primo scrutinio p. Louis Lougen è stato rieletto per un secondo mandato con la quasi totalità dei voti.
Poi è stata la volta della riconferma di p. Paolo Archiati come vicario generale, segno che il tandem in questi sei anni ha funzionato bene.
Siamo in buone mani! 
Auguri a entrambi.

Mi piace rileggere alcune parole di p. Louis rivolte Agli associati oblati riuniti a Ottawa, 17 febbraio 2011:

«Il carisma, questo dono che proviamo a vivere, è una via per conoscere e seguire Gesù, la cui vita, quando lo vediamo appeso alla croce e abbandonato da quasi tutti i suoi compagni, sembra essere un fallimento totale. Credo che ci sia in noi Oblati, associati, fratelli e sacerdoti professi, una sorgente di vita che ha le sue origini in questa esperienza di totale desolazione e di abbandono. Nel cuore di questa notte spessa, prende forme l’espressione più forte di un amore incondizionato. È l’amore di un Figlio per il Padre e l’amore di Dio per il suo popolo. Questa fu l’esperienza del giovane Eugenio de Mazenod, quando entrò in una chiesa il venerdì santo del 1807. Sant’Eugenio ha visto Gesù sulla croce e lo ha visto in un modo unico, mai sperimentato prima. Quando comprese che il sangue di Cristo e tutta la sua vita erano stati donati perché avessimo la vita in abbondanza, la sua esistenza fu sconvolta. 
Un elemento della spiritualità oblata consiste nel venire a contatto con Gesù, come mio Salvatore, lasciandomi sommergere dal suo amore incondizionato per me, per noi, per i poveri e gli abbandonati, per la Chiesa e per il mondo. Questa esperienza di amore non si fa una volta per tutte: il suo approfondimento costituisce in verità la crescita della nostra vita spirituale che trasforma e cambia tutta la nostra vita. In definitiva, questa esperienza dell’amore di Dio per noi, un amore senza condizioni, gratuito, non meritato, fa di noi persone libere». 

giovedì 29 settembre 2016

Una simpatica armata Brancaleone!


Di sette che eravamo all’inizio, il 29 settembre 1970, uno è già in cielo, due altri ci hanno lasciato presto per comporre due altre bellissime famiglie. Uno dei due mi scrive da Torino che, in pensione ormai da 4 anni e felice nonno, "sono sempre impegnato nella scuola: vado tutti i giorni alla Scuola del Cottolengo e mi occupo della disabilità. Abbiamo 35 bambini disabili e anche di più con problematiche DSA e di Bisogni educativi speciali". Insomma più missionario che mai.
Un altro di noi è paralizzato in letto (la vedetta del nostro avanzare insieme), uno incatenato alla scrivania davanti al computer e due finalmente ancor sul campo di battaglia, in Uruguay e in Guinea Bissau.
Il capo dell’armata, padre Marino, quest’anno per la prima volta non s’è presentato al raduno, o meglio, ci saluta dal cielo.
Dall’Uruguay padre Peppino scrive: «Nella cornice solenne dei duecento anni dalla nascita degli Oblati, celebriamo anche noi i nostri quaranta sei con gli stessi sentimenti di gratitudine e rinnovo dell'impegno preso».
Padre Celso dalla Guinea Bissau: «Questa mattina presto ho ricordato i nostri 46 anni.
Sono andato quindi a celebrare la Messa dalle Suore di Madre Teresa (che pregano per noi)…
Sono passati tanti anni, eppure non mi rendo conto di far parte degli anziani anzi, mi sembra di essere ancora giovane. L’altro giorno però ho dovuto riflettere un po’ su questo. Mi avevano chiamato per battezzare un anziano, ammalato. È stata grande la mia sorpresa quando, consultando i suoi documenti, ho visto che “l’anziano” era più giovane di me. Però è stato bello vedere che dopo il battesimo anche lui era diventato giovane. Allego un paio di foto. Santo Eugenio ci aiuti a dire sempre il nostro sì con gioia»


mercoledì 28 settembre 2016

La croce: da mettersi le mani nei capelli



A Gerusalemme, sulla casa del sommo sacerdote Claifa, sorge la chiesa del Galli cantus. Vi fu condotto Gesù la sera del giovedì santo, legato come un malfattore. Fanno vedere anche delle cantine dove Gesù sarebbe stato rinchiuso, mentre fuori Pietro giurava e spergiurava che non lo conosceva (ed ecco il galli cantus!).
Nell’abside della chiesa, su in alto, sono raffigurati alcuni angeli che porgono la croce al Padre. La chiesa, quando l’ho visitata un mese fa, era buia e non avevo il cavalletto per la mia macchina fotografica. Ho comunque fotografato il Padre, anche se il risultato è una foto mossa, difficilmente leggibile.
Il Padre è ritratto in una posa davvero poco divina. Vedendosi presentare la croce sulla quale ha lasciato che il Figlio fosse crocifisso, si batte la mano sulla testa, forse se la mette tra i capelli e sembra in atto di esclamare: “Cosa ho mai combinato! Questa volta l’ha fatta grossa davvero…”.
Ho detto che “ha lasciato che il Figlio fosse crocifisso”, ma Gesù la pensava diversamente, se gli chiese di allontanare da lui il calice e poi accetto la volontà del Padre. Chissà che patire per Gesù, fino a tremare, a sudare sangue. Ma quella pittura lascia intendere che anche per il Padre non fu facile…
Che mistero il patire di Dio.
E il nostro? Almeno sappiamo che Lui c'è già passato: non siamo soli.


martedì 27 settembre 2016

Lo scopo della mia vita


“Amare Gesù: ecco lo scopo della mia vita. Ogni parola, ogni passo, ogni pensiero, ogni sentimento, ogni respiro, deve essere un atto purissimo di amore. Vivere e morire di amore per Gesù: ecco il mio ideale”.

Apa Pafnunzio lesse queste parole su un frammento di papiro affisso alla porta della cella di apa Epifanio. Le aveva scritte lui o le aveva copiate o ascoltate da qualcuno degli anziani? Poteva essere così; era un letterato apa Epifanio. Ma era soprattutto un sant’uomo e gli si addicevano, quelle parole; dovevano essere proprio sue.
Perché mai aveva appeso il papiro sulla porta? Per ricordare il suo proposito ogni volta che usciva? Avrebbe dovuto fissarlo all’interno. O per invitare chi passava a far proprio lo scopo della vita che lo animava…
Apa Pafnunzio le intese così.

Quelle parole, invece di animarlo ebbero l’effetto di deprimerlo. Non si sentì spinto all’emulazione, come forse era l’intento di apa Epifanio. “Anche per me Gesù è lo scopo della vita?”, si domandò con un velo di apprensione. Avrebbe dovuto esserlo. Era andato nel deserto per questo, già da tanti anni.
Aveva la confidenza per dire a Gesù che ogni parola, ogni passo, ogni pensiero, ogni sentimento, ogni respiro erano un atto purissimo d’amore per lui, che viveva e sarebbe morto per amore di lui? Soprattutto, sarebbe stata vera una tale confidenza?
Il papiro di apa Epifanio, invece della gioia gli aveva trasmesso tristezza.
Apa Pafnunzio si sentiva davvero un pover’uomo. Che senso la vita senza un amore ardente?
Sì, faceva tante cose, tante cose belle, ma ogni parola, ogni passo, ogni pensiero, ogni sentimento, ogni respiro, era davvero un atto purissimo di amore?

Dalla modesta icona il Pantokrator, dolce e severo, al debole lume della candela, guardava apa Pafnunzio, senza pronunciare parola.
Apa Pafnunzio, al debole lume della candela, guardava il volto del Pantokrator, senza pronunciare parola.
Finalmente provò a sussurrare: “Amarti e farti amare, ecco lo scopo della mia vita”.
Poi soggiunse, con un bisbiglio appena, quasi correggendosi: “Ti prego, sii lo scopo della mia vita”.
Sarà stato un sussulto della fiammella, ma gli parve che il Pantokrator gli sorridesse.


lunedì 26 settembre 2016

Paolo VI è vivo



Nella festa del beato Paolo VI ho pregato con il suo “Pensiero alla morte”, il suo congedo da questo mondo, un testo della stessa levatura modale del suo autore.
Mi ha colpito soprattutto l’ultimo saluto alla Chiesa, ad ognuno dei suoi membri e mi sono sentito compreso, abbracciato dal suo amore grande.
Non posso non ricordare con gratitudine il servizio da lettore prima e poi da diacono in san Pietro e nella Cappella Sistina e infine la concelebrazione sul lago di Albano, quando ci disse che l’hanno successivo non sarebbe stato più tra noi.
Gli chiedo il suo stesso amore tenace e discreto per la Chiesa:

… la Chiesa. Potrei dire che sempre l'ho amata; (…) e che per essa, non per altro, mi pare d'aver vissuto. Ma vorrei che la Chiesa lo sapesse; e che io avessi la forza di dirglielo, come una confidenza del cuore, che solo all'estremo momento della vita si ha il coraggio di fare.
Vorrei finalmente comprenderla tutta nella sua storia, nel suo disegno divino, nel suo destino finale, nella sua complessa, totale e unitaria composizione, nella sua umana e imperfetta consistenza, nelle sue sciagure e nelle sue sofferenze, nelle debolezze e nelle miserie di tanti suoi figli, nei suoi aspetti meno simpatici, e nel suo sforzo perenne di fedeltà, di amore, di perfezione e di carità. Corpo mistico di Cristo.
Vorrei abbracciarla, salutarla, amarla, in ogni essere che la compone, in ogni Vescovo e sacerdote che l'assiste e la guida, in ogni anima che la vive e la illustra; benedirla. Anche perché non la lascio, non esco da lei, ma più e meglio, con essa mi unisco e mi confondo: la morte è un progresso nella comunione dei Santi. (…)
Uomini, comprendetemi; tutti vi amo nell'effusione dello Spirito Santo, ch'io, ministro, dovevo a voi partecipare. Così vi guardo, così vi saluto, così vi benedico. Tutti. E voi, a me più vicini, più cordialmente. La pace sia con voi. (…)
Amen. Il Signore viene. Amen.


domenica 25 settembre 2016

Un biglietto per il museo che non c’è


Sabato e domenica Giornate Europee dei Beni culturali. A sera si possono visitare, con un euro, musei e scavi archeologici. Ne vale la pena. Nell’elenco è presente anche la Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea. Un’oretta per una visita selettiva della grande pittura ottocentesca? Perché no.
Mi metto in fila, perché sono tanti che hanno fatto il mio stesso pensiero. L’attesa è più lunga del previsto, ci deve essere qualche intoppo nella vendita dei biglietti. Finalmente, col mio biglietto in mano con su scritto Galleria Nazionale (dunque è proprio il biglietto per la Galleria Nazionale), mi metto in cerca delle sale, parendo dalla grande hall centrale che in questo momento accoglie una esposizione temporanea. Devo stare attendo a non calpestare alcuni frammenti d’opera d’arte sparsi per terra: potrei rovinare l’opera d’arte oppure, inavvertitamente, con un calcio potrei scomporre e ricomporre l’opera d’arte. Evito anche la tentazione di raccogliere qualche rifiuto che giace per terra, nel dubbio che sia un’opera d’arte.
Questa volta sono diretto soltanto alle sale dell’Ottocento. Con me tante altre persona cercando le via d’accesso. Inutilmente, tutte sbarrate.
Vado all’ufficio informazione e finalmente mi informano che la Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea da tempo è chiusa per lavori di restauro. E il biglietto? Alzata di spalle.
Mi consolo in metropolitana: finalmente posso ammirare i capolavori della pittura dell’Ottocento in grandi riproduzioni affisse dall’Esselunga per annunciare l’apertura del supermercato a Roma.
Ma Roma è comunque generosa e, questa volta gratis, mi apre le porte di Villa Celimontana per il Festival della Letteratura, dedicato, quest’anno, alla letteratura di viaggio. Posso così godermi presentazioni di libri letture, sognare viaggi vicini e lontani e meditare sulla vita come un viaggio che, tra imprevisti, difficoltà, gioie e dolori, conduce ad una meta sicura.  


sabato 24 settembre 2016

Nessuno mi sia indifferente


Non è cattivo il ricco di cui parla Gesù nella parabola. Non fa niente di male. Conduce una vita tranquilla, pacifica, godendosi le ricchezze accumulate: veste bene, organizza banchetti... Non compie angherie contro il povero, non gli fa del male. Infatti gli è del tutto indifferente, lo ignora completamente. Per lui è come se non esistesse. La ricchezza l’ha accecato e lo rende incapace di accorgersi della miseria e della solitudine in cui vive Lazzaro. Il quieto benessere l’ha ridotto peggio di una bestia. Almeno i cani si accorgono del povero e gli leccano le piaghe.

Il ricco è fortunato, stimato, onorato nel suo ambiente: è qualcuno.
Il povero è socialmente qualificato, non conta niente: è nessuno.
Agli occhi di Gesù è tutto il contrario. Ha un diverso modo di valutare persone e situazioni.
Per lui il ricco non vale niente, non gli dà nemmeno un nome nel suo racconto: una nullità. Si credeva ed era ritenuto chissà chi e si ritrova all’inferno.

Il povero invece Gesù lo chiama per nome, Lazzaro, un nome che rimarrà nei secoli a ricordare il suo amore di predilezione per i piccoli, i poveri, gli ammalati, gli scartati. E soprattutto gli dà il paradiso.
Questi è consolato, quello è tormentato. La situazione si è rovesciata.
Gesù sovverte i comuni modi di considerare. Proclama beati i poveri e lancia guai ai ricchi. Rivaluta chi è squalificato e svaluta chi è stimato, innalza gli umili e rovescia i potenti, ricolma di beni gli affamati e manda i ricchi a mani vuote.

Com’è facile anche per noi tenere in considerazione le persone ragguardevoli, omaggiare i grandi, essere ossequienti verso chi è influente. Com’è facile scartare i poveri, evitare gli ignoranti, rimanere indifferenti davanti a chi soffre, ignorare chi ha bisognoso di aiuto e non sa neppure chiedere per timore, incapace di far valere i propri diritti.
Dobbiamo proprio capovolgere il nostro modo di pensare e di agire, imparare a conoscere, a essere vicino, e chiamare per nome, con affetto, i lazzari che incontriamo. Che nessuno mai ci sia indifferente.


venerdì 23 settembre 2016

Il sale della terra



Un mese fa ero in Terra Santa. Così la chiamano i cristiani per evitare implicazioni politiche e di parte, come quando si nomina Israele o la Palestina. Questo angolo di mondo, così piccolo (più piccolo della Sicilia) eppure così rilevante per le sue implicanze, non sembra più al centro della geopolitica mondiale. L’attenzione si è spostata sui Paesi attorno. Il conflitto arabo-israeliano, considerato la “madre di tutte le guerre”, è in letargo, dimenticato. Ha però generato, cattiva madre, figli e figlie che le somigliano: battaglie, attentati, genocidi, esodi di massa infiammano il Medio Oriente (o il centro del mondo, come preferiscono chiamalo gli arabi, che rifiutano la collocazione che assegnano loro gli occidentali: i “punti di vista” cambiano!).

Al primo impatto, all’interno di Israele non si avverte il conflitto. Il muro di oltre 700 chilometri, che taglia fuori i territori palestinesi, ha portato una drastica diminuzione degli attentati, l’intifada è un ricordo lontano e Gerusalemme è diventata una delle città più sicure al mondo. Tuttavia basta poco per cogliere i segnali di una tensione latente, che può esplodere da un momento all’altro: per proteggere una famiglia ebraica insediatasi in un quartiere arabo si innalzano due torrette presiedute dai militari; l’attraversamento del muro ai checkpoint è fonte di umiliazioni e di malessere; il confinamento in territori angusti, avvertiti come prigioni, genera un odio sordo; l’esproprio di case e terre per nuovi insediamenti ebraici alimenta la fiamma della rivolta.


Possiamo continuare a chiamarla Terra Santa? L’ho chiesto ai cristiani incontrati a Betlemme (prima del 1948 erano la totalità della popolazione, adesso sono soltanto il 28%, nonostante che il sindaco, per volere di Arafat, sia sempre un cristiano), a Nazareth (sono il 40 %). Certamente questa terra l’ha resa santa Gesù. Ma oggi, quando Gesù non cammina più per quelle strade? “Siete noi – ho detto loro con convinzione – a rendere santa questa terra con la vostra presenza, mantenendo vivo in mezzo a voi Gesù risorto. Sempre meno numerosi, piccolo gruppo, siete “sale della terra”; ne basta poco per dare sapore, per fare di questa terra martoriata una Terra Santa”.

Tornato a Roma mi sono domandato se questa mia città è ancora la “città santa”, e ho capito ancora meglio che ovunque i cristiani sono chiamati ad essere sale della terra, a far diventare santa la loro terra.

giovedì 22 settembre 2016

I paradossi di apa Pafnunzio




Chi si considera un “arrivato”
non ha più futuro.


La Speranza nasce soltanto quando si è spezzato
l’ultimo filo di speranza.


Criticità di alcune teologie della vita consacrata


Sono apparsi gli atti del simposio tenuto lo scorso anno al Claretianum su "Teologia e teologie della Vita Consacrata", dove, tra l'altro appare il mio contributo:  Criticità di alcune teologie della vita consacrata e ricerca di nuove teologie, in Teologia e teologie della Vita Consacrata, p. 163-188. 
Eccone l'inizio:

La grande svolta impressa dal Concilio Vaticano II alla teologia della vita religiosa è stata subito colta dai commentatori e recepita dalla feconda letteratura apparsa a ridosso del Concilio. Si è trattato di una produzione rivolta soprattutto all’interno degli Istituti di vita consacrata, che ne sono stati quasi esclusivamente i fruitori. Mentre la Costituzione dogmatica Lumen gentium collocava la trattazione di questa porzione del popolo di Dio nel cuore della proposta ecclesiologica, la riflessione teologica al riguardo è rimasta marginale nell’ampio e vivace panorama della teologia postconciliare nelle sue varie ramificazioni.
Eppure il Concilio aveva segnato un autentico cambiamento di prospettive. La vita religiosa fino ad allora era considerata espressione della virtù della religione (da cui il stesso nome, mantenuto dal Concilio), letta soprattutto nell’ottica della rinuncia e indirizzata all’osservanza regolare. I Concili precedenti ne parlavano soprattutto in ambito della disciplina ecclesiastica, dedicandole decreti di riforma. Ora le veniva riconosciuto un preciso statuto teologale ed ecclesiale, in quanto appartenente alla natura profonda della Chiesa come mistero e come comunione. Ricollocati in tal modo all’interno dell’unico popolo di Dio, religiose e religiosi non venivano più considerati né come un élite né come una componente marginale, ma coinvolti alla medesima sequela di Cristo, in un comune cammino di santità. Nell’ambito dell’universale chiamata alla santità (LG V) veniva loro riconosciuta la missione di segno e modello (LG VI).
Il decreto Perfectae caritatis aveva completato il profilo della Lumen gentium evidenziando l’elemento dinamico della vita consacrata, sia nella sequela di Cristo, sia nel cammino esistenziale storico. Veniva colta in maniera positiva la molteplicità delle forme come frutto dell’azione dello Spirito nella Chiesa; veniva richiesta una continua attenzione ai segni dei tempi come fattore inerente la storicità carismatica; veniva proposta una antropologia teologica positiva sui voti e sulla vita fraterna in comune.

Il Concilio aveva così offerto un contributo arricchente alla teologia della vita religiosa nel suo carattere teologico, cristologico, pneumatologico, ecclesiologico ed escatologico.

martedì 20 settembre 2016

Il Capitolo generale degli Oblati: la missione cambia



Il superiore generale, p. Louis Lougen, ha offerto al Capitolo il suo rapporto. Una visione globale sullo stato della Congregazione oggi. Partendo dal tema del Capitolo, la missione, ha iniziato con uno sguardo sui cambiamenti avvenuti in questo campo negli ultimi sei anni. Mi sembra una sintesi stimolante:

Il mondo è un campo di missione. La Polonia cattolica cerca un nuovo modo per raggiungere coloro che ormai non frequentano più la chiesa; gli Oblati hanno tenuto una Assemblea provincia sulla nuova evangelizzazione. In Canada, il cattolico Quebec francese si chiede se può ancora essere considerato cattolico ed è alla ricerca di nuovi modi per evangelizzare oggi. In Namibia, molti posti di missione si occupano di fedeli e di nuove regioni che si aprono ad una prima evangelizzazione a cui gli Oblati vogliono dedicarsi. In Pakistan, la Chiesa è una piccola minoranza e gli Oblati sono a fianco di cristiani poveri ed emarginati. In tutta Europa, la realtà dei rifugiati richiede una nostra risposta. In Guinea Bissau, gli Oblati hanno risposto alla richiesta dei vescovi che cercavano missionari per evangelizzare zone indigene, anche se abbiamo parrocchie fiorenti composti da persone molto povere. In India, con grandi e piccole parrocchie e molte scuole, la realtà varia: sono soprattutto le popolazioni tribali che chiedono il battesimo. Un pellegrino a Roma, andando a messa la domenica, è rimasto scioccato nel trovare solo un piccolo gruppo di persone anziane in chiesa.
Non possiamo più parlare dell’invio di Oblati in missione dall’Europa in Africa, Madagascar, Asia o in Oceania, o ancor dal Canada e Stati Uniti in America Latina e nei Caraibi. L’Europa, una volta cattolica, è diventata terra di missione, come il Canada, l'Australia e gli Stati Uniti, che hanno bisogno di missionari provenienti da Africa, Asia e America Latina.


Nelle comunità più giovane, come in quelle più vecchie, in quelle in crescita, come in quelle in calo, il superiore generale individua alcuni segni comuni, che denotano la capacità missionaria di rispondere alle nuove urgenti che vengono lanciate:

- Nuove forme di ministeri sono oggetto di discernimento nelle comunità Oblate: "Cosa ci chiede Dio? " è la domanda che si pongono.
- Le comunità oblate rispondono alle nuove situazioni di povertà, soprattutto in solidarietà con i popoli indigeni, immigrati, rifugiati, prigionieri, donne e bambini.
- Il Dipartimento di Giustizia, Pace e Integrità del Creato è parte integrante dell'evangelizzazione, sia nello stile di vita comunitaria nel ministero di evangelizzazione.
- Il ministero è esercitato in maniera inclusiva, coinvolgendo l’intera famiglia oblata, giovani e laici che lavorano insieme nella missione. In molte parti della Congregazione, vi è un importante rapporto tra laici e religiosi che si ispirano al carisma oblato e si impegnano con noi nella missione. Si tratta di una formula dinamica dove la il gruppo costituisce una comunità nella quale ogni membro ha lo stesso valore.


Il Rapporto segnala anche le nuove fondazioni avvenute in questi ultimi sei anni: Réunion, Russia, Malawi.
Nello stesso tempo il Superiore generale ricorda che non basta estendere il campo missionario: occorre soprattutto andare in profondità:

Siamo chiamati ad andare più in profondità nel cammino radicale di crescita evangelica. La nuova missione non è solo cambiare tipo di ministero. Lo Spirito ci chiama a qualcosa di più profondo, accende il desiderio di essere quelli che il Fondatore voleva che fossimo. "Non voglio stoppini fumanti tra di noi, ha scritto nel diario del 19 luglio 1846, che si arda, che si riscaldai, che si illumini, altrimenti si vada via".
Missionari che praticano il discernimento nella comunità apostolica aprendosi allo Spirito che ci rinnova e ci guida con freschezza evangelica, che ci dà visioni e sogni e che anima e trasforma il nostro lavoro apostolico. Questa è la grande sfida, piuttosto che l’espansione in numero e in paesi di missione. Il nostro carisma, le Costituzioni e le Regole e Capitoli Generali ci chiamano costantemente a compiere la nostra missione con una più profonda qualità di vita e di azione. Le parole di Sant'Eugenio ci sfidano: “... se potessimo formare sacerdoti zelanti, disinteressati, saldamente virtuosi, in una parola uomini apostolici, i quali, dopo essersi convinti della necessità di riformare se stessi, lavorassero con tutte le loro forse a convertire gli altri ... “(Prefazione).

lunedì 19 settembre 2016

Pubblicazione delle opere di Chiara Lubich

Mi sono seduto accanto a professoroni illustri. Un po’ paludati all’inizio, piano piano si sono sciolti e si è creato un clima di entusiasmo e di intensa partecipazione ad un progetto che ci ha appassionati tutti: la pubblicazione delle opere di Chiara Lubich. Dall'estate 1959, quando apparve Meditazioni, il suo primo libro, al 2008, data della sua morte, sono stati pubblicati molti suoi scritti (tradotti poi in varie lingue, non solo europee). E di ogni titolo italiano sono state fatte varie edizioni. Tanto dunque è stato pubblicato, ma rimane ancora un patrimonio immenso di altri scritti. Impossibile al momento progettare un’Opera Omnia, eppure quanto dobbiamo ancora attendere per avere i diari, le lettere, le conversazioni, le risposte alle domande, i racconti autobiografici…? Chiara è una protagonista di primo piano nella vita ecclesiale e civile del Novecento e la sua eredità è patrimonio di tutti, va conosciuta.
Il Centro Chiara Lubich ha pensato che non possiamo aspettare oltre e si è proposto la pubblicazione di una collana - “Opere di Chiara Lubich” -, che nel progetto attuale prevede 17 volumi. Per affrontare l'impegnativo piano di lavoro è stato istituito un Comitato direttivo, affiancato da un Comitato scientifico di esperti provenienti da varie discipline.
I due comitati che si sono riuniti oggi per discutere insieme il progetto.
Dunque si comincia. Il primo volume, che apparirà l’anno prossimo, raccoglierà i commenti alle Parole di vita, a cominciare dalla prima che ci è pervenuta, datata 1943: “Date e vi sarà dato; vi sarà versata in grembo una misura buona, piena, traboccante”. Celebri alcune parole di quel primo commento:
«Se tu chiedi, non hai.
Se tu dai, avrai.
Se vuoi chiedere alla pienezza di Dio, chiedi di dare: “dammi di amarTi, Signore, con amore immenso, come è immenso il Tuo Cuore”».
A curare questo primo volume della collana è stato chiamato un certo Fabio Ciardi: gli facciamo gli auguri!


domenica 18 settembre 2016

Il Capitolo generale degli Oblati luogo di Gesù in mezzo

  

Nell’omelia d’apertura del Capitolo, il Superiore generale, alla luce della Croce di cui si celebrava l’esaltazione, ho indicato gli atteggiamenti con i quali vivere questa assemblea così importante per gli Oblati. È stato un discorso ampio e ricco. A me ha colpito soprattutto la proclamazione di fede nella presenza di Gesù in mezzo a questa assemblea. Ecco alcuni passaggi:

Nel momento in cui apriamo questo Capitolo generale del nostro giubileo vi invito a chiedere a Dio il dono della fede. Noi crediamo che Gesù ci ha condotti qui come suoi missionari. Egli vuole infondere su questo corpo speciale di Oblati, chiamato capitolo generale, la novità e la forza dello Spirito,.
Questo non è il solito incontro, ancora un altro capitolo generale. Sappiamo che lo Spirito di Gesù è con noi e ci parlerà. Noi siamo chiamati a fare di questo Capitolo generale un evento che toccherà la Congregazione!
Non possiamo dubitare della presenza di Dio e del suo lavoro in mezzo a noi.
Invochiamo lo Spirito Santo e lo Spirito sarà con noi. Dobbiamo avere fede; dobbiamo ascoltare, vegliare, pregare, condividere e lavorare sodo per essere fedeli allo Spirito.

Alla luce del trionfo della Croce, credo che il Signore risorto è tra noi, davvero presente!
Alla luce del trionfo della Croce, credo che il Padre e il Signore risorto ci inviano lo Spirito Consolatore e nostro avvocato, ma anche colui che ci scuote. Lo spero!
Alla luce del trionfo della Croce, credo che Dio ci parlerà attraverso il nostro lavoro. Egli rivelerà il suo progetto missionario e come prenderne parte.
Vi invito tutti a credere che il Signore risorto è qui tra noi. Sappiamo che ci raggiunge attraverso la Parola e il Sacramento. Facciamo quindi spesso un atto di fede, in questi giorni, per vedere Gesù e per renderlo presente nella nostra assemblea. Vi invito ad avere l'occhio sveglio per riconoscere Gesù in mezzo a noi, che soffia lo Spirito su di noi nella sala capitolare e nei corridoi, mentre spezza il pane con noi a tavola e nei nostri piccoli gruppi.
Fratelli miei, entrano nel Capitolo generale del 2016 sotto il segno della Croce, con grande fede nel Signore risorto che vive in mezzo a noi, che ci dà lo Spirito, che vuole inviarci in missione.


sabato 17 settembre 2016

Creatività e intraprendenza



Il padrone lodò quell’amministratore disonesto, perché aveva
agito con scaltrezza.

Gesù elogia l’amministratore non per la disonestà, ma per l’intraprendenza.
Davanti a una situazione difficile – licenziato in tronco – non si scoraggia, escogita subito un piano efficace e con decisione si dà da fare per metterlo in atto.
Così anche noi davanti alle prove personali, ai problemi sociali, alle difficoltà che si oppongono all’annuncio del Vangelo.
No, non possiamo darci per vinti. Guarda con quanto accanimento e creatività i «figli delle tenebre» perseguono i loro fini. Perché per arricchirsi, aver successo, raggiungere il potere loro le inventano di tutte e noi per il Regno di Dio, in noi e tra noi, siamo così titubanti, in posizione di difesa, incapaci di creatività e audacia?
Gesù ci dà proprio un bello scrollone, e ci indica anche un ambito concreto per attuare con coraggio la scaltrezza evangelica: l’uso della ricchezza.
Come si accanisce Gesù contro il denaro disonesto! Ci ha insegnato a chiedere il pane, il vestito, ciò che ci è necessario per vivere. La ricchezza no. Lungo tutto il Vangelo ha costantemente diffidato della ricchezza. E con ragione. Spesso la si acquista con la frode e la violenza, la si usa per assecondare le passioni, è causa di divisioni, liti e guerre, vi si cerca sicurezza fino a ritenersi indipendenti da Dio.
“Mammona”, l’idolo del possesso, che si oppone all’unico vero Dio da amare con tutto il cuore, la mente, le forze. Non è soltanto questione di ricchezza, ma anche di quello che la ricchezza porta spesso con sé: orgoglio, arroganza, senso di superiorità, disprezzo verso gli altri, specie se poveri, insensibilità ai problemi sociali, chiusura nel proprio mondo.

Liberaci da ogni cupidigia
e avidità di possesso.
Donaci un cuore generoso,
che sappia condividere.
Rendici creativi
nell’amministrare doti e beni
che nel tuo amore ci hai elargito,
perché tutto serva a edificare il tuo regno
quaggiù
affinché tu possa accoglierci
lassù,
nelle dimore eterne.


venerdì 16 settembre 2016

Il Capitolo generale degli Oblati guarda il passato con gratitudine


Il Capitolo generale è il momento per una intensa comunione su come si vive oggi e per proiettarsi sul futuro. Esso però non poteva iniziare senza “guardare al passato con gratitudine”.
Il Capitolo è cominciato il 14 settembre,il 36°, a 200 anni dalla nascita dei Missionari Oblati.
All’inizio della celebrazione liturgica sono state ricordate le parole rivolte agli Oblati da Giovanni XXIII il 21 maggio 1961: "Il piccolo germoglio, piantato da Eugenio de Mazenod nel 1816, è diventato un albero vigoroso, che estende i suoi rami in entrambi gli emisferi ed ha saputo adattarsi al clima gelido del Polo Nord così come alle terre infuocate dell'equatore".
È poi seguito un veloce sguardo ad ogni continente, mentre alcuni dei loro rappresentanti portavano un simbolo della propria terra.

Europa: "Guardando al passato con gratitudine...” vediamo persone delle antiche Nazioni della Regione Europea, custodi di cattedrali, inventori della stampa e della tecnica. Nel mondo Oblato, l'Europa è sempre stata, e lo è ancora oggi, una realtà di primaria importanza: qui sono le nostre radici e la nostra Fondazione, il terreno che ha visto piantare il seme del nostro carisma, oggi diventato un albero vigoroso.
"Guardando al passato con gratitudine" rendiamo grazie a Dio per i missionari provenienti dall'Europa che sono andati in tutto il mondo a predicare il Vangelo ai poveri con missionario zelo, carità e coraggio. La vita e la missione degli Oblati dall'Europa è raccontata in tutto il mondo. Grazie per questa testimonianza di vita e per la vostra fedeltà a valori Oblati. Per 200 anni avete dato un'enorme impulso missionario a tutta la Congregazione. Grazie Europa per la tua generosità!


America del Nord: "Guardando al passato con gratitudine...” vediamo persone delle antiche Nazioni della Regione del Nord America-Canada, nazioni sognatrici, che celebrano le grandi nozze tra cielo e sangue; Nazioni moderne, nate da una grande speranza, creatrici di grandi città e dei nuovi mondi, una terra in cui la libertà è un valore fondamentale, dove l'uguaglianza è nell'aria che respirano.
"Guardando al passato con gratitudine" pensiamo a tutti quei pionieri che ci hanno preceduto, come i membri del "Calvario di Cristo" nella Valle del Rio Grande, a tutti gli Oblati che continuano sinceramente e seriamente a cercare nuovi modi per evangelizzare i poveri. Grazie Nord America per la tua passione per la vita!

Africa-Madagascar: "Guardando al passato con gratitudine...” vediamo persone delle Nazioni dei grandi fiumi, savane e deserti, un continente luminosa e la sua gente ricca in diversità come un arcobaleno, i popoli dell’Africa-Madagascar, terra che risuona al battito del tam-tam e della danza. Siamo grati e orgogliosi per quanto gli Oblati hanno compiuto e continua a compiere con la loro presenza missionaria gioiosa e semplice, con il loro impegno per i poveri. Grazie Africa-Madagascar per l’energia, la passione per la vita e lo zelo missionario che infondete nella nostra famiglia oblata: apprezziamo la vostra passione ed energia tra le varie sfide e gli ostacoli.


America latina: “Guardando al passato con gratitudine...” vediamo persone delle Nazioni di grandi fiumi e laghi, capaci di tanto affetto e amicizia. America Latina: sorrisi semplici e caldi, passionali ed entusiasti, pieni di speranza, con la fede e la gioia pur in mezzo alle difficoltà.
"Guardando al passato con gratitudine" siamo grati per l'impegno apostolico e la semplicità di vita dimostrato dai nostri fratelli Oblati in America Latina, che porta un arricchimento speciale a tutta la Congregazione. America Latina, grazie per la tua vicinanza ai poveri.

Asia-Oceania: "Guardando al passato con gratitudine...” vediamo persone delle Nazioni provenienti dalle terre del sole nascente, regione d’Asia-Oceana, terre note per il calore della sua gente, la ricca diversità delle loro tradizioni culturali e religiose, l’infinita saggezza. Popoli sorridenti che annunciano una danza di adorazione. Asia-Oceana, terra di progresso e di sviluppo, vasta in spazi e popolazione. Molte religioni del mondo sono nati in te.

"Guardando al passato con gratitudine" siamo grati per gli innumerevoli missionari che hanno risposto all’invito del Signore risorto a fare discepoli di ogni nazione. Sono giunti in questi paesi ispirati da zelo missionario e da un grande amore per la gente. Oggi, con le loro parole e con l'esempio, gli Oblati continuano ad essere strumenti di dialogo religioso, superando le divisioni religiose, nel servizio della giustizia e della pace. Asia-Oceana, grazie per la sua audacia, umiltà e fiducia!

giovedì 15 settembre 2016

Kennedy Katongo: una vita (breve) per la pace



A Marsiglia (secondo da sinistra)
“My neighbor”, mi sussurrava battendomi la manona sulle spalle. Il mio ufficio è proprio accanto al suo. A fine mattinata, all’una precisa, quando passava davanti alla mia porta gridava: “Basta lavorare. Andiamo a pranzo!”.
È ancora il mio vicino. Anzi, ancora più vicino, ora che è partito improvvisamente per il cielo.
Eravamo insieme da due anni appena. Era stato chiamato alla casa generalizia per prendere in mano l’Ufficio Giustizia, Pace e Integrità del creato. Aveva riempito la casa con la sua presente, non soltanto perché era un gigante, ma perché era un gigante buono!
In poco tempo si era attirata la stima di quanti in Roma lavorano in un ministero analogo, al punto che gli avevano chiesto di essere il presidente dell’associazione: aveva proprio la stoffa del leader.
Morire così, all’improvviso, a 36 anni, di notte, da solo, per un infarto, lontano dalla sua patria, sapendo di morire… Non si può!
È morto nel giorno della festa della Croce. Anche Gesù morì da solo, provando l’abbandono dei discepoli, delle folle, staccando da sé la madre, provando il senso di abbandono da parte del Padre. Anche Gesù è morto con un forte grido. È il solo pensiero che mi mette un po’ di pace.

Poi penso alla sua famiglia, ai genitori, ai due fratelli più piccoli. Sicuramente erano orgogliosi di avere un figlio sacerdote, che aveva studiato negli Stati Uniti, che aveva un posto di responsabilità a Roma. Ora improvvisamente non c’è più. Non sanno neppure dove immaginarlo… Il senso a tanto dolore può darlo solo Maria, che oggi celebriamo ai piedi della croce, anche lei che si vede stappare l’unico figlio…
Padre Kennedy è morto il giorno nel quale iniziava il Capitolo generale. Che questa offerta porti almeno frutto.
Sul numero della rivista “OblateWorld” (ottobre 2014), leggo un articolo che parla di lui e riporta il suo pensiero.

Padre Kennedy Katongo, O.M.I. ritiene che non dovrebbe mai essere "normale" per qualcuno di vivere in condizioni di povertà o di oppressione.
Come il nuovo direttore del Servizio Generale per Giustizia, Pace e Integrità del Creato, p. Kennedy asserisce che il suo obiettivo principale è quello di offrire alle persone povere l’opportunità di cambiare la loro vita per il meglio.
"Lavorare per la pace e la giustizia è un modo per essere vero testimone di Gesù Cristo. Dobbiamo intervenire sul sistema in modo che la giustizia possa prevalere e le persone possano avere una vita migliore."
Padre Kennedy è molto fiero di sapere il Oblati non rimangono indifferenti davanti all'ingiustizia. Intervengono, spesso con grande rischio per la loro sicurezza personale:
- In Brasile gli Oblati vivono in piena solidarietà con le popolazioni indigene che perdere la loro terra a causa delle multinazionali.
- In Sri Lanka lavorando per la pace e la riconciliazione tra i gruppi militari rivali.
- Negli Stati Uniti gli ​​Oblati, fanno sentire la loro voce in favore di una riforma dell'immigrazione.
Padre Kennedy è stato ordinato solo quattro anni, ma migliorare la vita dei poveri era per lui una priorità molto prima dell'ordinazione.
Nato in Zambia nel 1980, da giovane P. Kennedy aveva preso parte al programma “Youth Alive Zambia”. È stato coinvolto in progetti per prevenire la diffusione del virus AIDS, per ridurre gli abusi sui minori, la disoccupazione e la povertà nella sua comunità.
Cresciuto nella provincia occidentale dello Zambia, p. Kennedy spiega che la povertà è semplicemente accettato come un fatto normale da molte persone. La maggior parte delle famiglie vive con circa un dollaro al giorno, e la mancanza di opportunità di istruzione e di lavoro rende quasi impossibile rompere il ciclo della povertà. Le persone che vivono in condizioni di povertà per così tanto tempo iniziano a ritenere che sia normale vivere così. "Avere accesso ad acqua pulita, cure mediche e scuole non deve essere normale", ha ripetuto p. Kennedy. "Dovrebbe essere un diritto di tutti, anche dei più poveri tra i poveri".
Mentre era seminarista oblato P. Kennedy ha lavorato con la Commissione Cattolica per Giustizia e Pace su temi come il commercio e il debito in Zambia, traffico di esseri umani e accesso all’acqua pulita. Quando studiava negli Stati Uniti ha lavorato con l’Ufficio oblato di Giustizia, Pace e Integrità del Creato a Washington riguardo ai problemi del clima, all'immigrazione e alla condizione dei rifugiati.
Una volta diventato sacerdote P. Kennedy ha lavorato sia nel ministero parrocchiale che tra giovani, oltre che nel programma di Giustizia, Pace e Integrità del Creato, in qualità di direttore.
Padre Kennedy non è mai tirato indietro quando c’era da parlare contro l'ingiustizia e la corruzione del governo nel suo paese. Diceva che la corruzione era a uno "sport nazionale" in Zambia, e richiamò funzionari di governo che stavano rubando risorse statali per il loro tornaconto personale.
"Facciamo in modo di votare per i leader che garantiscano uno sviluppo autentico e non soltanto sulla carta", ha detto p Kennedy a un quotidiano nazionale prima di una elezione nel 2011. “Gli Zambiani devono astenersi dal votare per leader disonesti."
Alla ricerca della costruzione della pace e portando avanti iniziative significative di giustizia p. Kennedy sarà presente in luoghi di alto profilo dove si decidono le sorte dei poveri, come in Vaticano, nella Banca mondiale e alle Nazioni Unite. Ma p. Kennedy non punta ad una posizione elevata. Ha un obiettivo più modesto e concreto: "Come Oblato mi sono impegnato per dare ai poveri il meglio di quanto posso offrire. Potremo dire di aver raggiunto lo scopo solo quando potremo dire che avremo reso migliore la vita di qualcuno".


mercoledì 14 settembre 2016

L’affidamento di Maria ad apa Pafnunzio



Quando, al termine della santa Sinassi, Apa Pafnunzio tornava nella sua cella, era sempre avvolto da grande gioia. Cosa aveva fatto, si domandava, lui peccatore, per meritare una comunità di fratelli così santi? Soprattutto, cosa aveva fatto per meritare che il Signore stesso lo considerasse suo amico, al punto da condividere con lui Parola e Pane?
Quel giorno apa Agatone aveva letto di Maria che, ai piedi della croce, s’era sentita rivolgere dal Cristo Crocifisso quelle parole misteriose: “Donna ecco tuo figlio”. L’igumeno aveva spiegato che Gesù affidava l’apostolo Giovanni a sua madre. L’aveva detto anche a lui: “Ecco tuo madre”. Era dunque conveniente, concludeva apa Agatone, che ognuno di noi si affidasse a Maria, con piena fiducia, consegnandosi a lei interamente.
Sempre grato a ciò che gli veniva proposto, apa Pafnunzio aveva aderito con slancio all’invito e s’era offerto, come tante volte aveva già fatto. Avvertì il manto di Maria che lo avvolgeva.

Ora che era tornato nel silenzio della cella e aveva ripreso a contemplare la Theotokos scritta sulla tavola di legno, lasciò che dal cuore affiorasse nuovamente la parola del Cristo: “Donna, ecco tuo figlio”. Affidava il figlio alla madre, o piuttosto affidava la madre al figlio? Non vi era in quelle parole l’ultimo atto d’amore verso colei che le aveva dato la vita, così da non lasciarla sola, ora che egli stava per tornare al Padre? Chi si sarebbe preso cura di lei, vedova e senza più il sostegno dell’unico figlio? La affidava al discepolo prediletto, quello che gli era più vicino, che più gli somigliava. L’affidava a lui perché le fosse accanto e l’assistesse nella vecchiaia.

Si sentiva prediletto, apa Pafnunzio, proprio perché peccatore. Era davvero il discepolo prediletto. Dunque erano rivolte a lui le parole indirizzate a Giovanni: “Ecco tua madre”. Gesù affidava Maria a lui, ad apa Pafnunzio! Era questo il vero atto di affidamento. Egli avrebbe dovuto prenderla con sé, proteggerla, amarla.
Come, adesso che era salita al cielo?
Apa Pafnunzio ripensò alla santa Sinassi da poco celebrata, rivide ad uno ad uno i volti dei sei fratelli della laura: quella piccola comunità monastica gli parve Maria. Gesù gliel’aveva affidata. Gli sembrò di stendere il proprio mantello e di avvolgerla in un abbraccio di compassione e d’amore.