mercoledì 22 novembre 2017

Bellezza nascosta


La domenica pomeriggio mi ha regalato una bellezza nascosta, che mi si è parata davanti all’improvviso: San Martino al Cimino, uno dei tanti tesori d’Italia.
Vi sono capitato per caso, girovagando attorno al lago di Vico.
Mai avrei immaginato un simile borgo in mezzo ai boschi dei monti Cimini. Un borgo? Papa Innocenzo X nel 1653 disse: “Non oppidum sed urbem, non urbem sed orbem”. Disegnato dal Borromini in forma ellittica il paese – la città, un mondo intero! – raccoglie nel suo seno l’abbazia cistercense e il palazzo della principessa Olimpia Pamphilj.
Pari alla bellezza di questi capolavori, l’amore dei volontari che fanno da guida.


Quante cose belle sapevano fare i nostri antichi, e quanta cura nel valorizzarle anche oggi, seppure rimangano d’una bellezza nascosta e quasi ignorata.
In una società sempre più volgare, arrabbiata e irosa fa bene immergersi in questa pace e lasciarci avvolgere da un’armonia che rispecchia almeno uno sprazzo di quella del Cielo.


martedì 21 novembre 2017

Le COMI 16 anni dopo...


21 novembre 2001
16 anni fa l’approvazione pontificia dell’Istituto secolare delle COMI.
Anche quest’anno l’abbiamo ricordato con un semplice momento di famiglia.
Una famiglia di missionarie.
Come annunciare il Vangelo di Gesù?

Maria rimane il modello supremo. Dopo l’evento straordinario dell’annuncio da parte dell’angelo, sarebbe stato più che naturale per lei fermarsi in raccolta contemplazione. Invece si alza e parte “in fretta” per andare incontro alla parente Elisabetta. Non è, per riprendere le parole del Papa, l’icona della Chiesa “in uscita”? Dimentica di sé mette da parte l’indicibile evento di cui è protagonista, per entrare nell’evento dell’altro.
Va da Elisabetta non per proclamare, ma per farsi prossima, per visitarla, per rendersi conto di cosa aveva bisogno, «desiderosa – come nota sant’Ambrogio – di compiere devotamente un servizio, con lo slancio che le veniva dall’intima gioia» (Commento al Vangelo di san Luca, 2, 19). Appena arrivata, per prima cosa la “saluta”, si interessa di lei, attuando quanto Dio ha appena compiuto con lei: il Verbo aveva lasciato i Cieli e le si è fatto vicino, condividendone la carne e il sangue. È quel “farsi uno” di cui parla l’apostolo Paolo narrando la propria esperienza: «Mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero… Mi sono fatto debole con i deboli…; mi sono fatto tutto a tutti…» (1 Cor 9, 19-22).
La sua presenza attenta e amorosa, diventa via per l’annuncio: venuta per servire giunge a poter parlare: «Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente…» (Lc 1, 46-49). Un annuncio esplicito, ma fatto come dono, non come imposizione, come condivisione della propria esperienza.
Maria poteva agire così perché aveva in sé Gesù, e la sua visita coincideva col portare Gesù.

Non è anche per noi questa la via della missione? Farsi prossimi, penetrare nelle situazioni, diventare amici, condividere gioie e preoccupazioni, consapevoli che la nostra vicinanza è quella di Gesù vivente in noi e nella nostra comunità. E quando è possibile, e come possibile, parlare, sempre e solo come dono, come condivisione. Non è questa la secolarità?
A volte forse non si potrà parlare, non sarà opportuno. Maria è maestra anche in questo. Ai pastori e ai Magi mostrò Gesù, ma questa volta fu un annuncio silenzioso, senza pronunciare una parola. Ma c’è parola più eloquente, annuncio più esplicito di quello che fa vedere il Verbo, la Parola?
Come Maria, sempre si può dire Gesù con la vita, dare Gesù con la discrezione e la forza dell’amore.


lunedì 20 novembre 2017

Enzo Teodori: sentirsi Famiglia oblata


Sono stato a Cassino per il funerale di Enzo Teodori, 53 anni, uno dei nostri amici più vicini, membro del laicato oblato. Sposato con Anna Rita, lascia due ragazzi, Alessandro e Francesca, di 19 e 15 anni. Siamo stati insieme quando ero superiore dello scolasticato a Vermicino. Ha dedicato alcuni anni di volontariato in Africa.
Ha raccontato in video la sua commovente esperienza:
http://www.diocesisora.it/pdigitale/chi-amati-a-rispondere-enzo-teodori/

La mia vita comincia a 18 anni, quando scopro la realtà di Dio Amore. È stata una scoperta così forte e sforante che ho deciso di riorientare tutte le mie scelte, disponibile a tutto quanto avrebbe voluto da me.
Dopo lungo discernimento, quando o capito che avrei dovuto sposarmi, dopo appena due settimane ho incontrarlo Annarita. Ci siamo sposati con la consapevolezza che anche il matrimonio è una vocazione, un modo speciale di vivere il rapporto speciale con Gesù. In questi 18 anni ho sperimentato che la radice del rapporto con mia moglie e i miei figli c’è un rapporto personale con Gesù che si alimenta con la parola, la preghiera, la carità reciproca, i sacramenti.
Un’esperienza molto particolare mi è capitata proprio l’anno scorso quando ha appreso di avere un cancro ad uno stadio piuttosto avanzato.
Il primo sentimento, nell’apprendere questa notizia, è stata di angoscia soprattutto per il rischio di lasciare mia moglie, i miei figli, senza un marito, senza un papà. Mi sono subito immerso in una preghiera essenziale, semplice, fondata sulla richiesta di aiuto e di affidamento e ho avuto come modello la preghiera di Gesù nell’orto del Getsemani. È nata in me grazie a questa preghiera una pace e una serenità che mi ha permesso di affrontare con fiducia le cure e la lunga convalescenza. Fortunatamente adesso tutto si è risolto.
Posso dire che l’aver vissuto, grazie alla preghiera, questa malattia con pace e serenità mi ha permesso di infondere questi sentimenti anche alle persone più care che mi erano vicino. Quindi è stata anche una esperienza missionaria. Il mio rapporto con Dio ha avuto un forte salto di qualità. Posso dire che la mentalità nuova, la conversione in fondo sono un processo di semplificazione la cui meta è di tornare come i bambini che hanno un atteggiamento di fiducia verso il loro Padre celeste. E posso dire che anche la malattia è una strada privilegiato per chi si sente chiamato a scoprire l’amore di Dio.

Ho appena pubblicato sull’ultimo numero della rivista "Oblatio" un suo articolo sulla sua esperienza come laico oblato. Non ho fatto in tempo a farglielo arrivare… Ne riporto una breve parte. Dopo aver parlato della sua vocazione battesimale, laicale e matrimoniale, narra della vocazione di Oblato di Maria Immacolata:

La mia terza specificazione della vocazione universale è la vocazione di Oblato di Maria Immacolata.
Cosa aggiunge il carisma di Sant’Eugenio de Mazenod alla mia vocazione universale, laicale e matrimoniale? La figliolanza e la fratellanza mi conducono alla “carità, carità, carità e allo zelo per le anime”. Il battesimo comporta un’intima unione con il Salvatore Crocifisso. Questa unione mi porta ad annunciare la buona notizia ai più abbandonati, ai fratelli più svantaggiati. Il battesimo mi rende membro della comunità sacramentale. Come cristiano ho Maria come modello. La vocazione laicale mi rende partecipe attivo della comunità civile. La vocazione matrimoniale mi conduce ad edificare la famiglia, la comunità di Dio più intima.
Cosa aggiunge, dunque, il carisma oblato? (…) La novità della vocazione carismatica, in generale, è “il mettersi insieme” per esaltare uno degli elementi costitutivi della vocazione universale. I contemplativi si mettono insieme per esaltare la preghiera, gli istituti missionari per divulgare la buona notizia, ecc. Sant’Eugenio asseconda la spinta interiore, la chiamata, a cercare dei compagni. Lo stare insieme genera una storia. La storia delle aggregazioni ecclesiali non è il semplice succedersi di avvenimenti. È la narrazione della cooperazione di uomini e donne con lo Spirito Santo. (…)
Ogni famiglia ha la stessa vocazione, ma ogni famiglia è diversa dalla altre, perché i genitori sono diversi. La storia della Famiglia Oblata ha i suoi elementi costitutivi comuni ad altre famiglie missionarie, (l’evangelizzazione, l’opzione per i più abbandonati, la fedeltà alla Chiesa, lo spirito di famiglia, la radice nel Crocifisso, Maria come modello), ma allo stesso tempo è unica nel panorama della Chiesa, perché unici sono i suoi appartenenti. Unici sono Eugenio, Tempier, Jetté, Zago, Lougen, i martiri del Laos e i martiri spagnoli, e uniche le loro storie di cooperazione con lo Spirito Santo e unica la storia oblata nella Chiesa.


Vale la pena di sottolineare che una storia carismatica dipende dall’interconnessione tra personalità degli attori, vocazioni e azione dello Spirito Santo. (…) La storia demazenodiana è collettiva, dal momento che sant’Eugenio ha dato vita ad una fondazione. Cosa avevano in comune il passionale Eugenio e il misurato Tempier? Cosa hanno oggi in comune l’Oblato congolese e l’Oblato olandese? E l’Oblato religioso e l’Oblato laico? Allora, come oggi, hanno in comune la storia comune di cooperazione con lo Spirito Santo per l’evangelizzazione dei più abbandonati, dei poveri dai molteplici volti. Il mettersi insieme, in risposta ad una chiamata dello Spirito, di uomini e donne, religiosi e laici, europei e africani, ricchi e poveri, passionali e flemmatici, genera una storia unica. Alle volte si parla di stile di vita da Oblati. (…)

Il mio senso di appartenenza, il sentire la Famiglia Oblata “mia”, non cambia nel constatare che gli elementi costitutivi del carisma appartengono anche ad altre famiglie missionarie come, ad esempio, i Redentoristi. La famiglia “Teodori” è la mia famiglia perché ci sono io, mia moglie Anna Rita, i miei figli, Alessandro e Francesca. Ci riconosciamo dalle altre famiglie per le nostre persone e per la storia che abbiamo vissuto e viviamo insieme. A me non cambia nulla sapere che il mio vicino ha una moglie e due figli come me e che la sua famiglia si basa sugli stessi elementi della mia.
Cosa apporta concretamente, dunque, il carisma? Occorre guardare alle concrete relazioni tra le sue varie componenti. (…)

Io sono felice e grato di appartenere alla famiglia demazenodiana e di far parte della sua storia unicaIl bicentenario è stata una grande occasione per rivedere l’album di famiglia. I primi passi di Eugenio sacerdote, la prima comunità, la prima regola, le prime missioni, l’apertura delle missioni ad gentes, e poi lo sviluppo della Congregazione, l’allargarsi della Famiglia ai laici, la fondazione di diversi istituti, tutto ciò è un ritrovare le radici della propria storia. È rivedere, riscoprire e rinnovare il nostro essere figli e fratelli da “Oblati demazenodiani”, da Oblati di Maria Immacolata.


domenica 19 novembre 2017

Iniziano gli incontri di Trinità dei Monti



Una quarantina di membri dei più diversi gruppi: membri delle comunità di vita consacrata, Movimenti ecclesiali, Nuove comunità, laici legati alle Famiglie carismatiche, si sono incontrati a Trinità dei Monti, sopra piazza di Spagna, per l’intero sabato pomeriggio. L’obiettivo? una reciproca conoscenza, crescere nella fraternità e comunione, in modo che la loro nostra presenza nella città di Roma sia sempre più una ricchezza per la Chiesa locale.


È il primo di quatto incontri programmati durante l’anno.
La linea di riflessione ruota attorno a Maria.

Ci accoglie la comunità dell’Emmauele alla quale, da un anno, è affidata la custodia e la cura del grande complesso architettonico, comprendente chiesa e convento, così come l’antica scuola.


sabato 18 novembre 2017

Il rischio e la fiducia


«Un uomo, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì…» (Mt 25,14-30)

Quanta fiducia nei nostri confronti! Al punto da consegnare i suoi beni nelle nostre mani. Gesù sale al cielo e lascia a noi il compimento della sua missione. Si arrischia, pur conoscendo la nostra piccolezza, le infedeltà, i tradimenti.
Tutto in noi è opera sua. Eppure non siamo oggetti inerti del suo amore. Ci vuole soggetti attivi, corresponsabili nel suo disegno di amore.
Senza di lui non possiamo fare nulla, ma anche lui senza di noi non può fare nulla!
Ha un tale rispetto di noi che ci ha resi liberi, così da poter accogliere il suo dono e rispondere al suo amore con un’adesione convinta ed operosa.

Gesù si è tutto donato rivolgendoci la sua parola, depositandola in noi come un seme. Ora attende che esso cresca, diventi albero, porti frutto e che a nostra volta seminiamo in altri il suo vangelo.
Gesù si è tutto donato nel pane e nel vino, suo corpo e sangue, e vuole che il dono si perpetui: “Fate questo in memoria di me”. Ora attende che chi mangia di lui viva di lui e viva per lui.
Ci ha donato il comandamento nuovo dell’amore reciproco. Ora attende che ci amiamo tra di noi fino a fare della terra un cielo.

Ha rischiato, eccome, mettendo nelle nostre mani la sua stessa vita. Ora chiede a noi di rischiare mettendo a frutto i talenti che ci ha donato.
Perché tenere nascosti sotto terra i suoi doni invece di investirli e di farli fruttare?
A volte, davanti a quanto ci è chiesto, ci sentiamo troppo piccoli, inadeguati, incapaci di rispondere. Non crediamo che il dono ricevuto ha in sé la vita, la capacità di germogliare e di portare frutto, attivando in noi risorse nascoste.
Non ci fidiamo di Dio, forse perché ci si para davanti l’immagine di un Dio duro ed esigente. Riteniamo allora, come il servo pigro e infedele, che la cosa migliore sia rimanere ligi al proprio dovere, facendo il minimo indispensabile, senza prendere nessuna iniziativa rischiosa, per paura di sbagliare, di essere giudicati. Rimanere senza far nulla per paura di sbagliare è uno sbaglio ancora più grande.
Il rischio che Dio mi chiede è proporzionato alla fiducia che egli mi dà.

Grazie per i doni che poni nelle nostre mani.
Grazie per esserti donato,
per averci chiamato a collaborare con te,
per la fiducia che in noi riponi.
Aiutaci a rispondere con generosità
a tanto amore
rendendoci operosi e vigilanti,
creativi e pieni di fantasia,
intraprendenti e audaci
perché cresca in noi la tua vita
e si diffonda il tuo Regno.


venerdì 17 novembre 2017

Le Famiglie carismatiche nella galassia ecclesiale


Uno dei partecipanti mi ha mandato
questa foto scrivendo:
The Holy Spirit is Big !!!
Ad ottobre, parlando ai Fatebenefratelli sul rapporto tra le diversi componenti delle Famiglie carismatiche avevo parlato di una rivoluzione: dal sistema tolemaico a quello avevo copernicano: http://fabiociardi.blogspot.it/2017/10/famiglia-carismatica-una-rivoluzione.html
Oggi, parlando dello stesso tema all’Associazione Membro Curie Generalizie (continuerò anche domani), ho proseguito nella metafora cosmica:

Il sole non è fisso, ma a sua volta in movimento, parte di una rotazione ben più vasta che è quella galattica. Ci sembra così grande il nostro sole eppure è un puntino nell’immensa Via Lattea.
Così è di ogni Famiglia carismatica, non ha senso se non immersa nella galassia ecclesiale, nella grande comunione tra carismi e vocazioni, dove tutti ruotiamo attorno al grande disegno divino della costruzione del regno di Dio.
Non viviamo per noi stessi, non possiamo ripiegarci su noi stessi, stare lì a guardarci, altrimenti diverremmo una setta, e vagheremmo nello spazio come una meteora. Viviamo per la Chiesa, per l’umanità, per la fratellanza universale, per l’unità chiesta da Gesù al Padre. Solo così ha senso la Famiglia carismatica, solo dimenticandosi per vivere "fuori di sé", essa è realmente se stessa.

Un certo Bergoglio, allora vescovo ausiliare ai Buenos Aires, al Sinodo dei vescovi del 1994 avvertì: «ci si preoccupa eccessivamente del proprio carisma prescindendo dal suo reale inserimento nel santo popolo di Dio, confrontandosi con le necessità concrete della storia... e anziché essere “un dono dello Spirito alla Chiesa”, la vita religiosa, così configurata, finisce per essere un pezzo da museo o un “possedimento” chiuso in se stesso e non messo al servizio della Chiesa».
Da qui l’appello rivolto ai consacrati nell’enciclica Evangelii gaudium, ad «integrarsi armonicamente nella vita del Popolo santo di Dio per il bene di tutti» (n. 130).


giovedì 16 novembre 2017

Frugiate e castagnaccio


Se fossi la Raggi emetterei un’ordinanza che mette al bando le caldarroste durante l’estate. Non è possibile, d’agosto, aggirarsi attorno a piazza di Spagna e sentire l’odore delle frugiate (questo il vero nome delle caldarroste). Le apposite bancarelle disposte qua e là all’angolo della strada sono un autentico attentato all’alternarsi delle stagioni, un terribile effetto di una male intesa globalizzazione. (Tra l’altro, dove diavolo trovano i marroni d’estate?)
Le frugiate si mangiano d’autunno e d’inverno, come Dio comanda. (Le ho mangiate all’inizio di questo novembre a san Pietro Avellana, al tempo giusto, nel luogo giusto).
Il problema è piuttosto il castagnaccio, quello a Roma non si trova neppure al momento adatto. E come si fa ad affrontare un inverno senza il castagnaccio?
Per fortuna c’è Alessandra che conosce tutti i nascondigli della città. Ed ecco che mi sono visto arrivare un involtino e anche quest’anno ho avuto l’assaggio giusto. Anche per gli innocenti peccatucci di gola ci vogliono le amicizie giuste…


mercoledì 15 novembre 2017

Padre Liuzzo "servo di Dio"


Alla chiesa di san Nicola ai Prefetti ieri, 14 novembre, abbiamo celebrato l’anniversario della partenza per il cielo di padre Gaetano Liuzzo.
Il Vangelo del giorno, del “servo inutile” sembrava scelto su misura per lui che non ha risparmiato la sua vita, logorandola completamente e lentamente, convinto che il servizio non è un potere ma un allenamento a vivere la croce della fatica, della solitudine, dell’incomprensione, del peso dei fratelli e sorelle con le loro debolezze come con le loro esigenze. Era convinto che è indispensabile essere e restare piccoli per servire realmente, e soprattutto per non “spadroneggiare” su nessuna delle persone affidate…
Nessuna rivendicazione, desiderio di ricompensa, né pretese o attese di trattamenti speciali.
Enrica Di Cianno, che gli è stata vicina per tanti anni, ricorda che ripeteva molto spesso: “Servi inutili siamo e restiamo”.
Quando c’era qualcosa che gli bruciava dentro, come un fallimento visibile solo ai suoi occhi o una troppo amara delusione, dal suo soliloquio con Dio si lasciava sfuggire un bisbiglio appena percettibile: «Oh!... Boh boh boh!... Servi inutili siamo!».
Ma, in Dio, l’apparente inutilità del servo trova il suo posto alla mensa della beatitudine eterna: “Vieni servo buono e fedele, ricevi…”.

Aveva come modello Gesù che “spogliò se stesso assumendola condizione di servo” (Fil 2,6-8). Nella Circolare 50 invitava i membri dell’Istituto che aveva fondato, le COMI, a fare altrettanto, «mettendoti volentieri all’ultimo posto, tacendo sulle tue buone qualità vere o presunte, compiendo volentieri i servizi più modesti (lavare, rassettare…), anzi preferendoli come un bel privilegio.
Quando ti si affidano questi servizi poco graditi alla natura, sappi accoglierli con gioia e mostrartene lieta. Il grande motivo teologico di tale gioia è che così facendo realizzi concretamente quanto ti dirà il Signore alla resa dei conti: “tutto quello che hai fatto ad uno dei miei fratelli più piccoli lo hai fatto a Me” (Mt 25,40): è per Lui e per suo amore che hai lavato, adornato la casa, come una piccola servetta».

Ed aveva davanti il modello di Maria, come scrive il 25 marzo 1960: «Care figliole, la festa odierna ha certamente richiamato al pensiero di tutte voi il motto della Madre Celeste che avete ricevuto come divisa: “Ecce Ancilla Domini”, ecco l'ancella del Signore. Ancella nel senso latino non è la domestica o la cameriera o la serva ma la schiava; e nel senso cristiano è la schiava d'amore, la fedelissima figlia. Riassaporate intentamente, alla luce di Maria, questa splendida divisa intesa come ideale o programma di vita…».

La conclusione di Enrica:
«Il Padre durante la sua vita sulla terra è stato innanzitutto e soprattutto un “servo di Dio” inopinabilmente; ed è stato anche un autentico servo per la Congregazione OMI, per la Chiesa missionaria, per le sue figlie-Comi. 
Ci sarebbe forse qualcosa di male, se, facendo anche tutta la nostra parte, il Signore volendolo, venisse un giorno dichiarato dalla Chiesa “Servo di Dio”?».

martedì 14 novembre 2017

Quei foglietti modesti densi di verità


























«Ogni giorno con Chiara Lubich. “Parole di Vita” quei foglietti modesti densi di verità”», così Fabrizio Cavallina ha intitolato il suo articolo sul quotidiano di informazione “Faro di Roma”. Nel suo pezzo leggiamo, tra l’altro:

«Chiara Lubich amava commentare il Vangelo su foglietti modesti, scritti con un linguaggio alla portata di tutti. “Parole di Vita”, così è stato chiamato il genere letterario da lei stessa inventato attraverso questi pezzetti di carta. Più che una semplice interpretazione dei Testi Sacri, gli scritti lasciati dalla Fondatrice del Movimento dei Focolari sono uno sprazzo di luce, un impulso a mettere in pratica e vivere la Parola di Dio. “Il fuoco di una lente che concentra su di sé i raggi del Vangelo”, così amava definirsi Chiara Lubich…
Pensieri caratterizzati da una semplicità disarmante, ma che non deve trarre in inganno, come afferma Fabio Ciardi, curatore dell’edizione: “Chiara ha democratizzato il Vangelo in un momento in cui era chiuso dentro le Chiese; lo ha reso fruibile a tutti. Le Parole di Vita sono entrate nelle scuole, nelle carceri, perfino in Parlamento. Ogni Parola invita a vivere l’Amore di Dio. Ogni Parola rimanda all’unità degli uomini, l’ultima cosa che ha chiesto Gesù Cristo al Padre”».

“Ogni giorno”. Sicuramente il giornalista ha intitolato così il suo articolo perché ha ascoltato quanto ho detto in conferenza stampa sulla mia esperienza di “ogni giorno”:

Non sono un gran cuoco, mi piace comunque cucinare. Mentre prepari il pranzo impari a conoscere gli alimenti, i condimenti, la loro lavorazione, i tempi e i modi della cottura… Al momento di servirlo in tavola, sai tutto di quel cibo. Quando però ti siedi e inizi a mangiare è tutta un’altra cosa, gusti finalmente quello che hai preparato ed ha sempre un sapore diverso da come te l’eri immaginato cucinandolo.
Così è stato per il libro di Chiara Lubich, Parole di Vita. L’ho preparato con cura, conoscendone piano piano tutti gli ingredienti. Una volta consegnato all’editore ho pensato che fosse giunta l’ora di iniziare a leggerlo senza più la preoccupazione del lavoro. Il 22 agosto ho così ripreso in mano il libro pensando: sono circa 350 Parole di Vita, se ne leggo una al giorno mi accompagneranno per un anno intero. Ho iniziato la lettura e ho fatto quello che scriveva Chiara in uno dei suoi primi commenti del 1948 quando, parlando della Parola di Vita vissuta nel mese precedente, affermava: «La gustammo, la vivemmo il più possibile…». La prima azione nell’accogliere la frase evangelica proposta per il mese non è dunque leggerla con attenzione, studiarla, meditarla, pregarla, neppure viverla, è: “gustarla”. Dal 22 agosto mi sto gustando le Parole di Vita, una ad una, e sprigionano un sapore inimmaginato.
Ho capito che per vivere la Parola di Vita occorre premettere un atto di contemplazione, gustarne la bellezza, prendere coscienza che è Dio stesso che si rivolge a noi con amorevole condiscendenza, desideroso di avviare un dialogo di salvezza. Solo allora, quando la si è accolta come autentica Parola di Dio che ci parla, si può sperare di viverla e ci si lascia vivere da essa.

L'Avvenire dedica una pagina intera all'evento. Nell'articolo di Marco Roncalli tra il resto si legge:
«La Parola di Vita era il collante della nuova comunità nascente, che andava rapidamente diffondendosi in Italia» oltre a rivelarsi «un metodo efficace di evangelizzazione, come Chiara affermerà più tardi ricordando quei primi tempi», osserva padre Ciardi nel suo saggio introduttivo (quasi un libro nel libro), suggerendo poi le sue chiavi di lettura o i modi con cui sostare su queste pagine.

lunedì 13 novembre 2017

Presentazione del libro Parole di Vita


È la prima volta che entro nella sede della Federazione nazionale della stampa, anche se vi sono iscritto. La Sala Tobagi, al secondo piano, è ampia e luminosa. Telecamere, microfoni, giornalisti, amici… La presentazione del progetto di pubblicazione delle Opere di Chiara Lubich attira l’interesse di tanti. Tra i presenti riconosco giornalisti di lungo corso, come  Lucetta Scaraffia e Luigi Accattoli, che poi interverranno con le loro domande.
La presentazione della figura di Chiara, soprattutto della sua attualità è affidata a Piero Coda. Donato Falmi delinea il progetto delle pubblicazioni delle Opera. A me il compito di parlare del primo libro: lo faccio più da lettore che da curatore.
Seguono molte interviste di radio e televisioni. Sul web trovo quella della Radio Vaticana:

Leggo un articolo di Salvatore Cernuzio apparso su La Stampa:

Per Chiara Lubich il Vangelo era il “pane” di cui nutrirsi quotidianamente, nonché il filtro per guardare la realtà che la circondava. Anche solo un versetto, una parola-chiave, una frase era un aiuto per orientare la giornata verso quell’amore di Dio che Chiara cercò di far conoscere a migliaia di persone attraverso la testimonianza di vita e l’opera grande di cui fu fondatrice, il Movimento dei Focolari… 
Il nuovo progetto editoriale è un “corpus” di testi che presenta in maniera sistematica il patrimonio di pensiero di questa donna che con le sue intuizioni anticipò il Concilio Vaticano II e di cui, a dieci anni dalla scomparsa, è in corso la causa di beatificazione…
«Non si può parlare di Opera omnia perché il patrimonio letterario di Chiara è enorme e richiede ancora tempo per essere elaborato, in più ci sono parti sensibili da conservare per ora», ha spiegato Donato Falmi, direttore della Collana, durante la presentazione di oggi presso la sede della Fnsi del primo volume in uscita dal titolo “Parole di Vita” curato da Fabio Ciardi, ordinario di teologia spirituale presso il “Claretianum”, che raccoglie circa 350 commenti al Vangelo. 
L’opera, seppur non completa, è senza dubbio la pubblicazione più organica rispetto alle tante già esistenti. In essa, ha detto Falmi, il «già edito» si affianca agli «originali» di molti testi e al «completamento» di altri. L’obiettivo è quello di rendere «chiaro e comprensibile» il vissuto della Lubich, le sue intuizioni, i suoi “sprazzi di luce”, gli impulsi che trasformava in azioni e che metteva nero su bianco su fogli modesti, con un linguaggio immediato, incisivo, diretto, a volte anticipando temi che, dopo dieci anni, sono di stringente attualità…  

La Lubich osservava il mondo e ad ogni segmento della vita associava un insegnamento di Gesù nel Vangelo. «Amare il prossimo… Prossimo è ogni essere umano, uomo o donna, amico o nemico, al quale si deve rispetto, considerazione, stima. L’amore del prossimo è universale e personale al tempo stesso. Abbraccia tutta l’umanità e si concreta in colui-che-ti-sta-vicino», scriveva nel 1999. 

domenica 12 novembre 2017

La sesta vergine



Per il blog di ieri – il commento al Vangelo della domenica sulle vergini prudenti e quelle stolte – volevo cercare una delle mie foto con delle lucerne. Ma ho migliaia di foto e molte non ordinate, quindi ho pensato che avrei fatto prima a fare uno schizzo con alcune fiammelle, ed è quello che ho pubblicato sul blog.

Poi mi sono accorto di aver disegnato sei lanterne mentre quelle che secondo il Vangelo erano rimaste accese erano cinque. Forse le cose sono andate diversamente. Una delle vergini stolte era sì decisa ad andare a comprare l’olio dai venditori, ma all’ultimo minuto si è ricreduta: “Ma dove vado? – si è detta – Perdo solo tempo”. Così si è diretta subito verso lo sposo, l’ha salutato con gioia, gli ha fatto gli auguri e gli ha detto: “A proposito, ho appena finito l’olio, vengo lo stesso alla festa, vero?”. Lui le ha sorriso e le ha detto: “Vieni, vieni, c’è festa per tutti. Poi te l’accendo io la lucerna”.
Ed ecco la sesta fiammella accesa accanto alle altre…

Anche il buon ladrone, all’ultimo momento aveva la lucerna accesa. Gli bastò riconoscerlo: “Sono condannato giustamente perché sono un delinquente”. Gli bastò confessare la verità è la lampada gli fu eccesa: “Vieni alla festa, con me, in Paradiso. Subito, oggi stesso”. Basta dirlo, con semplicità. 


sabato 11 novembre 2017

Con lui alle nozze


«Il regno dei cieli sarà simile a dieci vergini che presero le loro lampade e uscirono incontro allo sposo…» (Mt 25,1-13).

“Arrivò lo sposo”. Prima o poi arriva. Quando? Non lo sappiamo, ma sarà sempre all’improvviso, quando meno ce lo aspettiamo. Per alcuni è un incubo. Serpeggia ovunque la paura della morte perché essa non ha nome, è un enigma, ti strappa da tutto ciò che ti è caro, dalla vita stessa, il più prezioso dei beni. Eppure la morte, da quando Gesù è morto, ha il suo volto. Non viene più - perché non c’è più - quello scheletro vestito di nero, con in mano la falce, che così spesso vediamo rappresentato a significare la morte. È Gesù che viene, lo Sposo atteso con impazienza, per l’incontro che ci introdurrà nella casa della festa.

“Le vergini che erano pronte…”. Lo hanno aspettato con la lampada accesa. L’olio è la fede che istruisce e fa vedere la vita e la morte con gli occhi stessi di Gesù.
La vita come attesa di lui, preparazione all’incontro, con cura, azione per azione, seguendo la sua volontà, così che quando arriva tutto sia in ordine, a posto.
La morte come incontro con lui, gioioso, liberatorio. Finalmente saremo strappati dalle vanità da cui non riusciamo a staccarci, finalmente metterà ordine nel disordine delle priorità che ci guidano giorno per giorno.
“Quando il Figlio dell’uomo tornerà, troverà ancora fede sulla terra?”, si chiese una volta Gesù. Ha paura che ci dimentichiamo di lui, che perdiamo la pazienza, la speranza, volgendo altrove la nostra attenzione e che altri interessi, meschino, prendano il sopravvento. Lo temo non per sé ma per noi, a cui vuol bene: si preoccupa che non ci perdiamo nella morte eterna.

L’olio che alimenta le lampade è l’amore. Senza amore l’attesa si affievolisce e si spegne. Alla Chiesa di Efeso il Signore rimproverò di aver perduto l’amore dei primi tempi. L’amore è vigilante, premuroso, attento… Questo? Lo faccio per lui. Quest’altro? Lo faccio per lui. Per lui che stai per venire, che è già lì dietro la porta, che mi fa battere il cuore con la sua vicinanza.

“Entrarono con lui alle nozze”. Con lui! Quale dolce compagnia. Entrano alla festa di nozze, la festa più bella a cui si possa partecipare qui in terra, l’immagine più bella della festa senza fine del cielo. Ma la festa vera, la più intima e profonda, è quell’essere “con lui”. È quanto ha promesso al buon ladrone sulla croce: “Oggi sarai con me in paradiso”. “Con me”! È questo il paradiso: stare con lui.
Perché non possiamo viverlo fin da adesso?


venerdì 10 novembre 2017

Eugenio de Mazenod (non) poeta


Ai primi dell’Ottocento Eugenio de Mazenod, ventenne, ha tentato di tutto pur di farsi strada nella vita: esercito, diplomazia, pubblica amministrazione, proprietà terriera, matrimonio… Non gliene è andata bene una. E' storia nota.
Meno nota la velleità letteraria, o meglio il segreto desiderio di cementarsi con la poesia per farsi strada nella società bene dei salotti. Legge i Classici italiani e cita l’Ariosto. Scrive una dotta conferenza sullo studio e prova a comporre versi… Mi pare ne siano rimasti solo un paio, che trovo in una lettera al padre:

«Mi sarà impossibile comporre versi in lingua francese. Pazienza, non ci sarebbe comunque da lamentarsi, se mi cementassi in italiano.
Ma per riuscir in così bella impresa, come mai dovrò far? A qual astro, a qual dio potrò porgere voti?

Ah, s'un mortal pietoso
Diriger ben volesse
Gl'inaudaci miei passi, etc.

Mi sembra che queste righe suonino come poesia, ma dovrei conoscere le regole e, soprattutto, applicarle in modo appropriato. Quindi vi rinuncio, almeno per il momento. No, non nacqui poeta».

Povero Eugenio, non ne indovina una. Tutte le strade lo portano a un vicolo cieco. Quale sarà l’avvenire di questo giovane avvenente e promettente?
Lo sa il Signore che lo attente al varco e gli aprirà una strada impensata…
Non è diventato un poeta, ma un santo sì!


giovedì 9 novembre 2017

Appuntamento alla Federazione Nazionale della Stampa


La “Parola di vita” è una creazione di Chiara Lubich. Più che un commento al Vangelo, ne è una lettura carismatica, un’intuizione, un deciso impulso a metterlo in pratica, a viverlo. Presenta un carattere immediato, incisivo, diretto.
Destinata fin dal principio a un vasto pubblico, è sempre apparsa su foglietti modesti, scritti con un linguaggio alla portata delle persone più umili. Nell’ampia produzione letteraria della Lubich costituisce un genere particolare. Pur nella sua semplicità, l’iniziativa ha offerto un notevole contributo alla riscoperta della Parola di Dio nella Chiesa del Novecento, trasmettendo un “metodo” per vivere la Scrittura e condividerne i frutti.
L’edizione curata da: Fabio Ciardi ne raccoglie la quasi totalità, circa 350 Parole di vita, coprendo un arco di anni che va dagli inizi dell’esperienza evangelica della fondatrice del Movimento dei Focolari (il primo commento è del 1943) fino alla sua morte.
Editrice Città Nuova
Presentazione della nuova Collana: Opere di Chiara Lubich 
lunedì 13 novembre 2017. Ore 12.
Roma, presso la sala Walter Tobagi (2° piano) della Federazione Nazionale della Stampa (Corso Vittorio Emanuele II, 349).
Saranno presenti:
–        Piero Coda, anche membro del comitato scientifico:”Chiara e la contemporaneità”
–        Donato Falmi, direttore della collana
–        Padre Fabio Ciardi, curatore del primo libro in uscita “Parole di Vita”
Moderatore:  Paolo Rodari di Repubblica


mercoledì 8 novembre 2017

Charles de Foucauld. Il magistero di una biografia


Il centenario della morte di Charles de Foucauld è ormai passato da tempo, ma non l’attualità del suo messaggio. Ho così potuto finalmente leggere l’articolo di Mariella Carpinello, Charles de Foucauld. Il magistero di una biografia, pubblicato sull’ultimo numero di “Claretianum”, p. 11-61.
Ho ripreso in mano e fogliato un vecchio album di foto, pubblicato nel 1957, sulla sua vita e sui luoghi da lui vissuti, eloquenti come i suoi scritti.


La vita del “Fratello universale”, come amava chiamarsi, nelle varie tappe che lo portano sempre più lontano nel deserto e sempre più vicino agli ultimi, è davvero il messaggio, un’interpretazione della vita nascosta di Gesù a Nazaret.
Ne è convinto lui stesso quando scrive:
Non c’è altra strada che l’esempio, è tanto più efficace in quanto non suscita alcuna diffidenza, dato che non trova spazio l’apparenza dell’inganno o della seduzione. Che i fratelli e le sorelle si sforzino di essere un Vangelo vivente per tutti quelli che stanno loro attorno.
Un invito che nasce dalla sua esperienza e che costituisce il suo ritratto.


martedì 7 novembre 2017

Come fuoco dalla bocca del Padre



Nel duomo di Pordenone mi era messo per tempo nel banco in prima fila per pregare con calma, tra una messa e l’altra. Una signora mi invita gentilmente ad andare più indietro perché quei posti sono riservati ai bambini del catechismo.
Mi ritrovo così davanti a un pilastro sul quale è fissato il frammento di un affresco staccato da chissà quale parte del duomo. È una Pentecoste di Gian Francesco da Tolmezzo, pittore del Rinascimento.
Ci sono soltanto sei dei dodici apostoli, anche la Madonna è tagliata fuori. Sono volti belli, freschi, ritratti di gente del posto.
Mi attira un particolare, le lingue di fuoco, raffigurate da sottili strisce rosse che scendono dall’alto. Lo sguardo si porta allora verso l’alto, un secondo frammento di affresco dov’è raffigurato il Padre.


“Apparvero loro lingue come di fuoco che si dividevano e si posarono su ciascuno di loro”, narrano gli Atti degli Apostoli. Già, ma da dove provenivano?
Gian Francesco da Tolmezzo ci offre una risposta originale: dalla bocca del Padre. Il Credo ce l’aveva già insegnato che lo Spirito “procede dal Padre”, ma proprio così, dalla sua bocca?
Il Figlio è la “Parola” del Padre, ma da quella bocca oltre alla Parola esce anche il “Fuoco”.
Il bacio caldo del Padre…


lunedì 6 novembre 2017

Colori diversi per un medesimo autunno



La domenica mi ha portato al confine tra Abruzzo e Molise, su quelle montagne forte e dolci dove l’autunno, su una tavolozza dei più diversi verdi, sta impiegando colori gialli e rossicci, ocra e marrone, fino a una ruggine intensa, per dipingere paesaggi distesi e riposanti.
La natura ha le sue mille stagioni e questa, oggi, mi sembra più belle delle altre.


La domenica mi ha portato al confine tra Abruzzo e Molise, in una casa di anziani, foglie che stanno dando gli ultimi bagliori di luce intensa prima di lasciare l’albero e cadere. Una solitudine rassegnata e serena. “Ho otto figli, e m’hanno lasciata sola…”.
Un altro autunno all’apparenza meno bello di quello diffuso all’intorno, nel quale si specchia.
Come quello annuncio segreto di vita nuova.


domenica 5 novembre 2017

Domenico Mangano: Frammenti di reciprocità


Sembra impossibile che nella nostra società di oggi ci siano persone straordinarie come Domenico Mangano, di cui ho appena letto la biografia. Chi si sarebbe mai immaginato una persona così? Immerso completamente nella vita di famiglia, dell’amministrazione pubblica, della politica, a servizio di tutti, con un amore e una dedizione totale, e contemporaneamente immerso in Dio in un rapporto intensissimo
Mi è piaciuto soprattutto la tensione costante a costruire rapporti con tutti nella condivisone, il dialogo, l’ascolto…
«Gesù nasce – spiegò una volta – fra due persone che si amano, disposte cioè a morire l’una per l’altra e che se lo dichiarano, anche a distanza. Ma Gesù nasce anche nelle tante realtà in cui ognuno di noi, da solo, si trova a vivere giornalmente. Se amiamo chi ci sta di fronte, senza nulla chiedere in cambio, e ci sforziamo di farlo, ovunque, non è difficile che questo “amore gratuito” alla fine generi un ritorno: per esempio un sorriso, un atteggiamento non ostile che può diventare partecipazione, condivisione di gesti di solidarietà. In altre parole, il nostro amore gratuito può generare frammenti di reciprocità. Quando nasce quel frammento, quando un familiare, un collega, un amico, anche se non conoscono Gesù, condividono un’idea, un’iniziativa in favore di qualcuno, magari solo ci sorridono... anche loro, in un certo senso, escono da loro stessi, come noi siamo usciti da noi stessi per amare; ebbene, in quel reciproco uscire da noi stessi nasce Gesù: nasce in quel frammento, in quel sorriso. Certamente è qualcosa di piccolo, ma è pur sempre un “frammento divino”. Questo è il seme della cellula d’ambiente, questa è l’avventura straordinaria che siamo chiamati a vivere nella nostra quotidianità. È affascinante: Gesù vuole rinascere ogni giorno, dove siamo, nei tanti e diversi luoghi in cui si svolge la nostra vita, e ci chiede, oltre al nostro contributo, di farci aiutare da persone cui, forse, mai avremmo pensato».


sabato 4 novembre 2017

Alla scuola dell'unico Maestro


«Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. E non chiamate “padre” nessuno di voi sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello celeste. E non fatevi chiamare “guide”, perché uno solo è la vostra Guida, il Cristo. Chi tra voi è più grande, sarà vostro servo; chi invece si esalterà, sarà umiliato e chi si umilierà sarà esaltato» (Mt 23,1-12).

Non finiremo mai di stare alla scuola di Gesù, abbiamo ancora tanto da imparare. Passano gli anni e rimaniamo discepoli. Che gioia averlo come maestro, tanto diverso da quelli che dicono e non fanno. Egli parla con la vita introducendoci nella comunione con lui, ci rivela la verità e ce ne rende partecipi. Più impariamo da lui, più cresce il desiderio di conoscerlo ancora.
Che non ci sfiori la sufficienza al punto da crederci ormai maestri e neppure l’arroganza degli arrivati nei confronti degli altri. Con loro siamo semplici fratelli, condiscepoli. Frequentiamo uniti la scuola del Maestro, aiutandoci e incoraggiandoci all’assiduità e alla costanza dell’apprendimento.
Se qualcosa possiamo fare per i nostri compagni è ricondurli a scuola quando la trascurano, indirizzarli all’unico Maestro quando sono tentati di affidarsi ad altri maestri, richiamarli all’attenzione quando si distraggono. Nella speranza che anche loro facciano altrettanto con noi.

Che gioia sapere che abbiamo un Padre nel cielo. Siamo tutti fratelli perché uno è il padre, il Padre di Gesù, il Padre che egli ha dato a noi. Non siamo orfani e neppure semplicemente trascurati. Abbiamo non soltanto un Padre, ma un Padre che si prende cura di noi e ci custodisce. Se anche rimprovera e corregge lo fa perché ci vuol bene, per il nostro bene.
Chi potrebbe ardire di prendere il suo posto nei confronti degli altri, rendendoci con ciò paternalisti? Piuttosto che farci “padri”, uniamoci in preghiera con i nostri fratelli per dire insieme: “Padre nostro che sei nei cieli…” e a lui convergere, uniti.

Che bello essere guidato dal Signore nel cammino della vita. Quante difficoltà, quanti ostacoli si ergono davanti ogni giorno. A volte ci paiono insormontabili, tanto da farci scoraggiare. Quanti sbandamenti ci fanno deviare. Ma egli si fa compagno di viaggio e nello stesso tempo ci preceda e ci riporta sulla via. Lui sa la strada, conosce i terreni minati pericolosi, da evitare, le scorciatoie che rendono spedito il cammino, i passaggi difficili e bui che pure bisogna affrontare.
Che mai ci assalga la tentazione di avventurarci da soli, con la presunzione di avere esperienza a sufficienza per battere la strada che piace a noi, che ci sembra la più diritta e più sicura, o addirittura per dire agli altri dove andare.
Aiutiamoci piuttosto gli uni gli altri ad ascoltare la sua voce, a discernerla tra i tanti falsi richiami, per seguire lui, la Via e la Guida.