martedì 31 gennaio 2017

La Parola di vita cammina e porta frutto


Piccole eco sul compimento della mia missione nel commentare la Parola di vita:

Grazie per i tuoi commenti alla PAROLA DI VITA
Gioisco per la missione compiuta
Passare il testimone col “dono del cuore nuovo” è proprio bello da parte tua e di tutti noi che lo riceviamo. Pino L.

È stato un piacere seguirti con la Parola di Vita anche se, a volte, però faticavo a seguirti. Ma è importante ciò che resta e il frutto che produce la meditazione.
È vero, l'Opera di Maria è in work in progress e... speriamo bene: lo Spirito Santo però non delude mai e noi ci fidiamo.
Speriamo che la nuova commentatrice possa suscitare, in chi la medita, una vita oblativamente "attiva". Massimiliano. 

In particolare c’è una riflessione anche sulla Parola di vita di gennaio:
Ho avuto più volte occasione di dirti il mio grazie per i tuoi commenti alla Parola di Vita, ma questa volta direi che esso è un po' speciale per quel ... «lo faceva "impazzire"» ( = il pensiero che Gesù avesse dato la vita per lui, Paolo...).
Non potevi trovare termine più adatto, e penso che, pur non navigando a certe altezze (Cor Pauli Cor Christi dice il Crisostomo...), il successivo invito alla "medesima veemenza" non sarà rimasto senza frutto.
Chissà quante belle esperienze della Parola si fanno. Speriamo che una buona raccolta possa apparire presto. È tanto che ciò non avviene.
Alessandro

Infine una parola sul libro di apa Pafnunzio in francese:
Après une première lecture d’une personne aphasique, c'est-à-dire moi, je suis ébahie! Vous me bouleversez, vraiment… Pour le héros, Apa Pafnunzio, tout comme vous, un père, un homme de bien et pour moi, de la glèbe, qui se sont distancés de l’alliance du Tout-Puissant, les pages blanches de l’évangile restent à écrire avec la miséricorde de notre Sauveur.
Bravissimo! Anne


lunedì 30 gennaio 2017

Parola di Vita - febbraio 2017



Il cuore fa pensare agli affetti, ai sentimenti, alle passioni. Per l’autore biblico però è molto di più: assieme allo spirito è il centro della vita e della persona, il luogo delle decisioni, dell’interiorità, della vita spirituale. Il cuore di carne è docile alla parola di Dio, si lascia guidare da essa e formula “pensieri di pace” verso i fratelli. Il cuore di pietra è chiuso in se stesso, incapace di ascolto e di misericordia.
Abbiamo bisogno di un cuore nuovo e di uno spirito nuovo? Basta guardarci attorno. Le violenze, le corruzioni, le guerre nascono da cuori di pietra che si sono chiusi al progetto di Dio sulla sua creazione. Anche se ci guardiamo dentro con sincerità, non ci sentiamo mossi tante volte da desideri egoistici? È proprio l’amore a guidare le nostre decisioni, è il bene dell’altro?
Osservando questa nostra povera umanità Dio si muove a compassione. Egli che ci conosce meglio di noi stessi, sa che abbiamo bisogno di un cuore nuovo. Lo promette al profeta Ezechiele, pensando non soltanto a singole persone, ma a tutto il suo popolo. Il sogno di Dio è ricreare una grande famiglia di popoli, come l’ha pensata dalle origini, informata dalla legge dell’amore reciproco. La nostra storia ha più volte mostrato che da un lato, da soli, siamo incapaci di adempiere il suo progetto, dall’altro Dio non si è mai stancato di rimettersi in gioco, fino a prometterci di darci egli stesso un cuore e uno spirito nuovi.
Adempie in pienezza la sua promessa quando manda il suo Figlio sulla terra e infonde il suo Spirito nel giorno di Pentecoste. Ne nasce una comunità – quella dei primi cristiani di Gerusalemme – icona di un’umanità caratterizzata da “un cuore solo e un’anima sola” (Cf. Atti 4, 32).
Anch’io che scrivo questo breve commento, anche tu che lo leggi o lo ascolti, siamo chiamati a far parte di questa nuova umanità. Più ancora, siamo chiamati a costruirla attorno a noi, a renderla presente nel nostro ambiente di vita e di lavoro. Pensa quale missione grande ci viene affidata e quanta fiducia Dio ripone in noi. Invece di deprimerci davanti a una società che tante volte ci appare corrotta, invece di rassegnarci davanti a mali più grandi di noi e chiuderci nell’indifferenza, dilatiamo il cuore «sulla misura del Cuore di Gesù. Quanto lavoro! Ma è l’unico necessario. Fatto questo, tutto è fatto». Era un invito di Chiara Lubich, che continuava: «Si tratta di amare ognuno che ci viene accanto come Dio lo ama. E dato che siamo nel tempo, amiamo il prossimo uno alla volta, senza tener nel cuore rimasugli d’affetto per il fratello incontrato un minuto prima».
Non confidiamo nelle nostre forze e capacità, inadeguate, ma nel dono che Dio ci fa: “Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo”.
Se rimaniamo docili all’invito ad amare ognuno, se ci lasciamo guidare dalla voce dello Spirito in noi, diventiamo cellule di una umanità nuova, artigiani di un mondo nuovo, nella grande varietà di popoli e culture.



domenica 29 gennaio 2017

Terminano i miei commenti alla Parola di vita


Col “dono del cuore nuovo” (Parola di vita di febbraio 2017) terminano i miei commenti alla “Parola di vita”, iniziati a gennaio 2015.
26 commenti, che hanno scandito il cammino di tanti, in questi due anni.
Ringrazio coloro mi hanno seguito, incoraggiato, mostrato apprezzamento, e anche quanti mi hanno aiutato con le loro critiche.
Abbiamo la grazia di vivere un momento importante, unico nella storia dell’Opera di Maria: il passaggio dalla fondatrice, Chiara Lubich, al “dopo Chiara Lubich”. Sembra che Chiara sia morta da tanto tempo: sono passati appena otto anni! Dopo otto anni dalla morte di Gesù gli apostoli erano ancora tutti a Gerusalemme che si domandavano cosa fare…
Credo che, assieme all’innovazione e alla creatività, dovremmo imparare la virtù della pazienza, dell’attesa… Le cose hanno bisogno del loro tempo per maturare. Anche nel saper gestire i commenti alla Parola di vita.
Vale la pena provare, patire, attendere, sbagliare, ricominciare… per dar vita a una realtà che durerà nei secoli. Per le cose di Dio non possiamo usare i criteri di efficienza e immediatezza che si esigono altrove.
Sono grato della fiducia che mi è stata accordata per far fare un passo in avanti a questa nuova esperienza che tutti ci coinvolge.


sabato 28 gennaio 2017

Beatitudini, specchio del nostro vivere



Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. (Mt 5, 1-12a)

Ascolto le beatitudini e in esse vi vedo riflesso Gesù. Sono la sua biografia. Rivelano chi egli è.
Povero di spirito e puro di cuore è luminosa trasparenza di Dio. Si è fatto talmente vuoto e niente da far passare tutto e solo Dio.
Ha pianto su Gerusalemme facendosi carico della nostra durezza di cuore, e ha pianto sull’amico morto condividendo ogni nostro soffrire. Ha patito persecuzione e ingiustizia come gli ultimi della terra. Ha fatto suo ogni nostro male, così che sempre potessimo scoprirvi la sua beatitudine.
Mite e misericordioso ha rinunciato ad ogni forma di violenza e di vendetta, dimenticando il male che gli abbiamo fatto e rendendo bene per male. Mi aspetta sempre, con pazienza, anche quando mi fermo o mi perdo e sempre mi perdona.
Ha provato fame e sete di giustizia, di rapporti veri, smascherando ipocrisie e falsità, e ha costruito relazioni d’armonia e di pace.


Ascolto le beatitudini e scopro come Gesù mi vede, come mi vorrebbe.
Mi vuole povero di spirito e puro di cuore, per possedere soltanto lui, in pienezza, senza costruirmi idoli vani.
Mi insegna a scoprire la forza della beatitudine in ogni mia pena, in ogni patire. Ma prima ancora mi insegna a soffrire e piangere non su di me, in inutili ripiegamenti, ma con chi soffre e chi piange, partecipando e condividendo.
Mi mostra come l’amore copre lo sgarbo dell’altro, si sforza di perdonarlo e sempre spera in lui.
Mi ricorda che non posso starmene in pace finché c’è guerra e ingiustizia attorno a me. E non debbo darmi pace se non lavoro per la giustizia e non costruisco la pace.

Ascolto le beatitudini e vi vedo riflesso il volto della Chiesa come Gesù l’ha voluta.
Non cerca appoggio nel potere, né ripone fiducia nelle ricchezze, ma solo nel suo unico Signore. Soltanto se semplice, povera e pura potrà godere della beatitudine e mostrare a tutti le ricchezze e la bellezza del Cielo.
Nella condivisione delle angosce dei poveri e delle persecuzioni degli ultimi trova la certezza dell’adempimento della sua missione: portare il regno dei cieli. Non nel plauso, nel consenso, nell’adulazione, ma nella derisione, nell’emarginazione, nella contestazione, nel rifiuto la somiglianza piena con Gesù e quindi la verità del suo essere suo Corpo.
Mite e misericordiosa rifiuta ogni arroganza, accoglie tutti, cammina con tutti, serve tutti, madre e sorella.
Difende i poveri, i deboli, chi patisce ingiustizia e lotta per la pace, con tutte le sue forze, finché non sia instaurato il regno di amore e di pace.


venerdì 27 gennaio 2017

Sant’Eugenio continua a mietere vittime!


Ricevo un bel messaggio:
Volevo ringraziarti enormemente per il tuo libro bellissimo "Storia di una vocazione". Mi ha fatto un bene enorme, facendomi conoscere un fratello maggiore, il tuo fondatore, che ho sentito tanto vicino alla fondatrice del mio Movimento.
Innanzi tutto mi ha colpito quello che lui diceva dei missionari che: “... Devono lavorare seriamente a diventare santi; percorrere coraggiosamente le stesse strade di tanti operai del Vangelo”: santi con i santi! "... per poter pensare alla santità degli altri dobbiamo essere santi noi stessi... Vogliamo farci santi insieme... vivendo fra noi la più tenera carità”.
Davvero per me è stato un esame di coscienza, Dio si è servito di te, tramite San Eugenio de Mazenod per farmi accorgere come non amo ancora i membri del mio gruppo con l’intensità con cui lo faceva la nostra fondatrice...
Grazie se un giorno riuscirò con la grazia di Dio e di Gesù in mezzo ad arrivare lassù Gli dirò che una grossa spinta me l'avete data anche voi. Anna

Contemporaneo arriva un messaggino su whathapp:
Ho finito di leggere il suo ultimo libro che mi è piaciuto tantissimo… Gloria


giovedì 26 gennaio 2017

100 anni di M’illumino d’immenso


Oggi, 100 anni fa, Giuseppe Ungaretti scrisse la più celebre e più bella poesia del Novecento:

Mattina
M’illumino
d’immenso

È la poesia che, nelle mie lezioni all’università, ho preso a esempio per illustrare i canoni ermeneutici per l’interpretazione di un testo.
Mi piace collocarla nel suo contesto, sul fronte del Carso durante la Prima Guerra Mondiale. Rivedo i soldati ammassati nelle trincee, affamati, impauriti, intirizziti nel freddo dell’inverno, con negli occhi i “soldati-fratelli”, che stanno “come d’autunno sugli alberi le foglie”; i compagni falciati dalle mitragliatrici, dilaniati dalle granate, squartati dalle baionette, nella follia pura della guerra.
Ed ecco il sopraggiunge della mattina, con il balenare della luce in cielo e sul mare lontano, all’orizzonte: liberazione, rivelazione, rinascita, vita nuova.
Il piccolo soldato – ogni essere sulla terra –, perduto nel fango, si ritrova immerso nell’infinito, il frammento opaco s’illumina di luce.
Leopardi sperimentava: “e il naufragar m’è dolce in questo mare”; s’immergeva nell’infinito, fino a perdersi in esso.
Ungaretti, in esperienza antitetica, è invece penetrato e avvolto dall’infinito che si immerge in lui: non una conquista, un dono.
È l’esperienza che tutti possiamo fare, ogni mattina.


mercoledì 25 gennaio 2017

Apa Pafnunzio parla francese







Il primo libro di apa Pafnunzio apparve in arabo, poi in italiano, in spagnolo e ora, in formato ridotto, in francese.
Questa volta l’iniziativa della traduzione di 15 brani dell’apa è dovuta al nunzio in Canada, Luigi Bonazzi.
Ho preparato un’edizione – limited edition – degna dell’apa: 5 copie!
Avrà successo e presto sarà esaurita…


martedì 24 gennaio 2017

Si conclude il 200° anniversario degli Oblati


Enrico Tempier, il primo compagno
Sant'Eugenio de Mazenod
Il 25 gennaio si conclude il 200° anniversario degli Oblati
Per la chiusura degli 800 anni dalle origini dei Domenicani, il 21 gennaio scorso, papa Francesco è andato a celebrare la messa nella basilica di san Giovanni in Laterano.
La chiusura dell’anniversario della nascita degli Oblati (200 anni) è stata meno solenne ma non meno sentita ed ha avvolto di grande gioia l’intera comunità.
Il 16 dicembre 1819 sant’Eugenio, a quasi tre anni dagli inizi, raccontò al nuovo vescovo di Aix, Mgr de Bausset, insediato da appena un mese, le origini della propria Opera.


Le stanze della fondazione
Nel corso dell’anno 1815, M. l’abbé de Janson e M. l’abbé Rauzan, s’erano consultati per rispondere al progetto del S. Padre che desiderava la predicazione di missioni in Francia. Costoro supponendo la mia disponibilità si rivolsero a me per invitarmi a unirmi ad essi in questa santa opera. Le loro insistenze furono tali e i motivi addotti così ragionevoli, che mi pareva impossibile non aderire alla proposta.
Non era però senza un gran dispiacere ch’io mi sentivo come forzato a lasciare la diocesi, perché fin dal primo istante che entrai nello stato clericale, m’ero consacrato intenzionalmente al suo servizio. […]
Mi trovavo in questo stato di perplessità quando il Signore mi ispirò il progetto di costituire ad Aix una società di missionari destinati ad evangelizzare preferibilmente i poveri delle campagne fino agli ultimi borghi della Provenza. Feci presenti le mie intenzioni ai vicari generali i quali l’approvarono; e immediatamente misi il progetto in esecuzione, gettando le fondamenta di quella piccola società che da cinque anni lavora ininterrottamente alla conversione delle anime con un successo che è dovuto unicamente a Dio e che può essere considerato un miracolo.
Allora fui in grado di rispondere ai signori Janson e Rauzan che non mi era possibile aderire al loro invito perché le necessità della diocesi reclamavano i miei servigi. Infatti cominciai subito con alcuni collaboratori zelanti quel ministero medesimo a cui essi volevano partecipare, in favore delle povere anime abbandonate da cui eravamo circondati. […]


lunedì 23 gennaio 2017

Aiutare a diventare santi: compimento della missione



Con l’occasione dell’inaugurazione della Cattedra di studi Oblati ho proposto un nuovo campo di ricerca e di studio. Il mio suggerimento ha preso avvio da una delle frasi più celebri di sant’Eugenio, tratta dalla Prefazione alle Costituzioni e Regole: Dobbiamo «rendere gli uomini prima ragionevoli, poi cristiani e infine aiutarli a diventare santi». È un testo ispiratore per la nostra missione, il programma che il Fondatore ha affidato ai suoi missionari.

La Chiesa ha riconosciuto la santità di 24 membri dell’Istituto. Ne ringraziamo Dio!
Nella Congregazione c’è un’istituzione preposta allo studio della vita degli Oblati che hanno raggiunto la santità. La Regola 149c afferma: «Il Postulatore generale, in sintonia con il Superiore generale, lavora per far conoscere meglio gli Oblati che hanno illustrato la storia dell'Istituto con una testimonianza eccezionale di santità; … che possono essere modelli non solo per la Congregazione, ma anche per tutta la Chiesa».
È un vasto campo di ricerca e di studio nel quale tanti Oblati si sono esercitati: abbiamo centinaia di biografia dei nostri missionari e tanto ancora si può fare in futuro.

La Regola non prevede tuttavia che il Postulatore investighi sulla santità dei popoli a cui i missionari hanno annunciato la parola del Vangelo. Su questo si è fatto pochissimo, quasi niente. Sappiamo quali sono i frutti della nostra missione? Conosciamo le istituzioni ecclesiastiche ed ecclesiali alle quali gli Oblati hanno dato vita, le opere sociali. Gli studi storici si focalizzano soprattutto su questo: fondazioni di missioni, parrocchie, santuari, diocesi, giornali, radio, scuole, università… In una parola, le opere degli Oblati. Ma quali sono i frutti di queste opere? Oltre a diventare ragionevoli e cristiane, abbiamo aiutato le persone affidate al nostro ministero a diventare sante?

Sono stati riconosciuti beati un uomo, Candido Castán San José, che lavorava con gli Oblati in Spagna, ucciso con loro durante la guerra civile, e un catechista, Paolo Thoj Xyooj, che lavorava con Mario Borzaga in Laos. Abbiamo una bella biografia di Louis Edmond, che ha lavorato con padre Lelièvre e gli Oblati a Québec. Che altro ancora sappiamo dei singoli laici, delle comunità cristiane che abbiamo fatto nascere e che abbiamo accompagnato nel cammino di vita evangelica?
Qual è stato il cammino delle nostre comunità cristiane, fatto di prove e di gioie, di luci e ombre, di difficoltà e di slanci…?
La santità degli Oblati dovrebbe riflettersi nella santità della loro gente.
Potremo riformulare la Regola 149c chiedendo che ci lavori anche per far conoscere meglio i nostri laici che hanno illustrato la storia dell'Istituto con una testimonianza eccezionale di santità e che possono essere modelli per tanti…
Per conoscere a fondo la nostra identità dovremmo conoscere i frutti di santità del nostro lavoro missionario.
Non potrebbe essere questo un nuovo vastissimo inesplorato campo di ricerca e di studio?


domenica 22 gennaio 2017

Inaugurazione della Cattedra di studi oblati: realizzazione di un sogno


21 gennaio 2016: realizzazione di un sogno accarezzato per sei anni!
Sei anni fa, prima di tornare a Roma dopo i tre mesi passati in Texas, al Preside dell’Oblate School of Theology di San Antonio proposi l’istituzione di una Cattedra di studi oblati. In quei tre mesi avevo cercato di entrare nella vision e nella mission dell’istituto universitario degli Oblati e mi sembrava che l’istituzione di una tale cattedra, ancora assente nel mondo accademico oblato, andasse realizzata proprio a San Antonio.
Al termine delle nostre conversazioni il preside, Ron Rolheiser, si mostrò pienamente convinto, promettendomi che, una volta trovati soldi necessari, avrebbe provveduto all’istituzione della cattedra.

Nel frattempo è giunta la persona adatta a guidarla, Frank Santucci, del Sud Africa, che ha ottenuto il dottorato in teologia della vita consacrata proprio al Claretianum di Roma!
Sono arrivati anche i soldi, grazie ai coniugi Kusenberger.
Con calma sono stati elaborati i progetti di insegnamento e di ricerca legati alla cattedra, un vero itinerario accademico comprendente anche dottorato di ricerca.
La Cattedra sarà legata all’Ufficio generale degli studi oblati di Roma e al Centro internazionale di spiritualità di Aix.
L’inaugurazione si è tenuta alla casa generalizia, per sottolineare che la Cattedra è a servizio di tutta la congregazione.
A maggio, assieme al responsabile della Cattedra, mi incontrerò a San Antonio in Texas con i rettori delle università e istituti accademici oblati delle diverse parti del mondo per concordare un piano di collaborazione, in modo che la Cattedra sia a servizio di tutti e goda del contributo di tutti, utilizzando naturalmente gli strumenti di comunicazione che la tecnica ci offre.
Un progetto entusiasmante!
Per me la realizzazione di un sogno.


sabato 21 gennaio 2017

Convertirsi

Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: «Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino».
Mentre camminava lungo il mare di Galilea, vide due fratelli…  e disse loro: «Venite dietro a me, vi farò pescatori di uomini». Ed essi subito lasciarono le reti e lo seguirono. (Mt 4, 12-23)

Inizia la missione di Gesù: passare in mezzo a noi annunciando il vangelo del regno di Dio, chiedendo la conversione, sanando ogni malattia. Lungo tutto il Vangelo lo vedremo sempre tra la sua gente a dire e agire, a parlare d’amore e manifestarlo con i fatti.
Cosa significa convertirci e accogliere il regno di Dio che viene? Cosa ci chiede Gesù in concreto?
Ce lo spiega con una parabola, come è solito, per farsi comprendere più facilmente. Quello che oggi ci dona è una parabola vivente, che si attua sotto i nostri occhi.
“Convertitevi”. Simone e Andrea stanno guardando la rete, presi dal loro lavoro. Giacomo e Giovanni stanno guardando la barca e il padre, presi dal loro mondo, dalle loro famiglia. Per essi convertirsi vuol dire smettere di guardare nella direzione dei precedenti interessi e affetti, belli e buoni, e volgersi verso Gesù che li chiami. Alzano lo sguardo perché la sua voce li distoglie dal loro mondo ordinario e li attira a lui.
“Il regno di Dio è vicino”. Anzi è proprio lì, accanto a loro. Basta che lo seguano e sono già nel regno di Dio. È Gesù il regno di Dio presente tra noi ed esso si dilata a mano a mano che lo si segue: quattro, dodici, settantadue, migliaia… ed egli fa nuove tutte le cose e inizia a costruire in terra il regno dei cieli.

Convertirsi. Rompere decisamente con i legami che ci tengono prigionieri del male. È evidente. Ma reti, barca e padre, lavoro e famiglia, non sono cose cattive. Eppure anche da questo i primi quattro tuoi discepoli hanno distolto lo sguardo. Dunque convertirsi vuol dire distogliere lo sguardo anche dalle cose belle che ci circondano e che amiamo, da ciò in cui siamo immersi e che prendono il cuore, dagli interessi che galvanizzano attenzione ed energie e per i quali lavoriamo con passione. Perché, se sono cose belle e buone?
Perché è arrivato Gesù, infinitamente più bello e più buono. Conviene guardare a lui, seguirlo, entrare nel suo mondo e con ciò, automaticamente, distogliere lo sguardo dal nostro mondo e smettere di seguire il nostro cammino.
Apre per noi altri cammini, ci sottrae dal nostro piccolo ambiente, ci coinvolge nella sua divina avventura, ci dilata gli orizzonti, ci fa vivere per il regno: “pescatori di uomini”.
Poi torneremo alle nostre reti, alla barca, alla casa, alle cose e agli affetti della nostra vita quotidiana. Anche i quattro discepoli ripresero a remare sul lago, ma ormai Gesù era con loro e vivevano per lui. Simone e Andrea tornarono a casa, ma egli andò ad abitare con loro.
Una volta “convertiti”, torniamo al nostro mondo, ma tutto o diverso: non vi torniamo da soli, siamo con Gesù e tutto con gli suoi occhi ed è tutto nuovo.


venerdì 20 gennaio 2017

Parola di vita = parola da vivere


Anche questa sera, a via dei Prefetti, incontro sulla Parola di vita. Un incontro semplice, senza pretese. 7 persone, quando basta!
Le esperienze condivise ci hanno confermato quanto la Parola, se vissuta, trasforma.
Tra l’altro era con noi la maestra dei bambini le cui esperienze sono state pubblicate all’inizio del commento della Parola di vita di questo mese. Ci ha raccontato come spiega loro la Parola vita e come li aiuta a viverla e a condividerne le esperienze.

Da parte mia, oltre a raccontare del mio viaggio in Asia (con la proiezione di tante foto) ho ricordato che parola di vita significa, prima di tutto, parola che dà la vita, che fa vivere. Oggi però ho sottolineato l’altro significato: Parola di vita = parola da vivere.
Essa domanda la piena adesione, il totale abbandono a quanto Dio in essa manifesta. Innumerevoli volte, sia dall’Antico come dal Nuovo Testamento, ci viene ripetuto l’invito: «Ascolta la parola del Signore».
Il comando: «Ascolta» (in ebraico: shema’), introduce i tratti fondamentali della fede di Israele, così come i consigli della letteratura sapienziale.
Essa apre la preghiera quotidiana di ogni ebreo credente: «Ascolta Israele...» (Dt 6, 44).
È ripetuta dai profeti: «Ascoltate la mia voce! Allora io sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo; e camminate sempre sulla strada che vi prescriverò, perché siate felici» (Ger 7, 23).
(Vivere la Parola rende dunque felici! Solo per questo varrebbe la pena viverla!)
È suggerita dai saggi d’Israele: «Beato l’uomo che mi ascolta, vegliando ogni giorno alle mie porte, per custodire attentamente la soglia» (Prv 8, 34); «Ascolta, figlio mio, e sii saggio e indirizza il cuore per la via retta» (Prv 23, 19).
«Ascoltare» è una delle parole che maggiormente ricorrono nell’Antico Testamento: ben 1153 volte.

«Ascoltatelo» è anche l’invito che il Padre rivolge ai discepoli nei confronti del Figlio suo, Parola pronunciata da tutta l’eternità (cf. Mt 17, 5). 
Gesù stesso sa che le sue pecore ascoltano la sua voce e lo seguono (cf. Gv 10, 16.27).

Ed è noto che in ebraico e in greco si usa lo stesso termine per ascoltare e obbedire. Per cui, nel linguaggio biblico, ascoltare significa aderire interamente, obbedire, adeguarsi a quanto Dio ci dice, con la fiducia di un bambino che si abbandona alle braccia della mamma e si lascia portare da lei.
È un ascolto fatto più col cuore che con le orecchie. La parola di Dio deve infatti essere tenuta «fissa nel cuore» (Dt 6, 6). Essa non è nel cielo, troppo in alto per essere raggiunta. Non è al di là del mare, troppo lontano. No: questa Parola «è molto vicina a te, è nella tua bocca e nel tuo cuore perché tu la metta in pratica» (Dt 30, 11-14).
La lettera di Giacomo ammonisce: «Accogliete con docilità la parola che è stata seminata in voi e che può salvare le vostre anime. Siate di quelli che mettono in pratica la parola e non soltanto ascoltatori, illudendo voi stessi» (Gc 1,21-25).

Non basta dunque ascoltare, leggere, studiare le Scritture. Non basta neppure meditarle o pregarle. Occorre tradurle in vita, in piena coerenza con l’insegnamento evangelico: il buon ascoltatore della Parola è colui che la mette in pratica (cf. Mt 7, 24).

giovedì 19 gennaio 2017

Le parole casa delle idee: santità

Ho preparato la conferenza che dovrò tenere sabato pomeriggio in occasione della inaugurazione della Cattedra di Studi Oblati.

Ho indicizzato il testo più importante della letteratura oblata, la Prefazione alle Costituzioni e Regole che sant’Eugenio scrisse, come ultima stesura, nel 1825, e che presto divenne la Magna charta degli Oblati.
La prima parola che ricorre con maggiore frequenza è Gesù Cristo (vi affluiscono anche altri termini come Cristo, Salvatore, Figlio di Dio). Appare evidente la centralità cristologica della spiritualità di sant’Eugenio. Seguono altri termini con buon frequenta: Chiesa, cristiani, popoli, persone, anime… Anche questi sono particolarmente significativi, perché danno l’idea di come sant’Eugenio volesse i suoi Oblati proiettano fuori, nella missione. Tutto parte da Cristo e tutto è a servizio della missione.
Fra i due termini ecco la parola santità (nella quale ho fatto convergere termini come santo, santi, santificazione). È al secondo posto come ricorrenza dopo la parola Gesù Cristo. Anche questo dato è meritevole di attenzione, perché indica la modalità e la finalità della missione: fatta da persone che tendono alla santità, che si santificano nella missione e che lavorare per diffondere la santità di Cristo. I lemmi santo, santificazione, santità, appaiono tipici della scrittura demazonediana.

Dopo aver costatato lo stato deplorevole della Chiesa del suo tempo, Eugenio si domandava cosa aveva fatto Gesù quando volle convertire il mondo. Quindi si chiedeva: “Cosa dobbiamo fare noi?” La risposta è duplice:.
Prima di tutto i missionari “Devono lavorare seriamente a diventare santi; percorrere coraggiosamente le stesse strade di tanti operai del Vangelo”: santi con i santi!
Quindi devono dedicarsi anima e corpo alla missione fino a “rendere gli uomini prima ragionevoli, poi cristiani e infine aiutarli a diventare santi”.
La motivazione che spingeva i giovani sacerdoti a entrare tra i Missionari di Provenza era “lavorare più efficacemente alla salvezza delle anime e alla propria santificazione”.
La santità è dunque un aspetto centrare nel progetto di sant’Eugenio. Per essere più esatti dovremmo ricordare che egli usa poco il termine astratto “santità”, preferisce quello più concreto di “santi” e quello più dinamico di “santificazione”.


Come ho già scritto questi giorni sul blog, una delle novità del Concilio Vaticano II è stato l’appello all’universale vocazione alla santità (LG 5). Eppure questo capitolo della Lumen gentium è abbastanza disatteso dalla riflessione teologica successiva e forse anche dalla prassi pastorale.
Forse anche tra noi Oblati l’ideale della santità è un po’ impallidito.
Almeno la parola “santità” non è tanto presente nella nostra letteratura come lo era nella Prefazione di sant’Eugenio.
L’idea della santità non è certamente limitata all’impiego dalla sua parola. Può benissimo essere articolata in molti altri modi, e di fatto è così nella nostra letteratura. Tuttavia le parole hanno la loro importanza, sono la casa delle idee e spesso la dimenticanza di una parola può indurre a dimenticare l’idea in essa racchiusa.
Forse vale pena tornare a parlare di santità…


mercoledì 18 gennaio 2017

Apa Pafnunzio in Amazzonia



Ed ecco un’altra risposta al blog sui raggi del sole di apa Pafnunzio.
Questa volta viene da Pino Leoni, dall’Amazzonia brasiliana.
Si domanda, anche lui come apa Pafnunzio:

Parla anche a me?!
Sì, parla anche a me!
Grazie, Fabio, per non tenerti niente solo per te, anzi, per darti tutto a tutti, anche a me!


Questo mi fa ricordare un altro detto di apa Pafnunzio:

Quando hai dato tutto
Hai ancora qualcosa da dare.


martedì 17 gennaio 2017

Dal deserto di apa Pafnunzio al Gran Canyon del Colorado


È molto raro che riceva un riscontro dei miei blog, ma quei pochi che arrivano sono particolarmente belli, come questo:

Molto, molto bella! E' una esperienza personale? Puoi continuare?
Mi fai ricordare la mia prima volta di fronte al Gran Canyon del Colorado; abito non lontano.
Di fronte ai 3.000 miliardi di anni del Gran Canyon mi venne spontaneo pensare o meglio detto contemplare: cos'e la mia vita?: un microsecondo , o anche meno, nel grande schermo dell'universo; eppure questo micro-secondo è parte "viva" di un continuum che "fa senso"... che va verso il "punto Omega", direbbe Teilhard de Chardin.
Ed anche te, io, lei, lui, la piccola farfalla che menzioni, fanno parte di questo delicato tessuto "vivo" che si estende nello spazio e nel tempo. Grazie.
Miguel Novak, Colorado, USA

Miguel mi chiede chi è questo apa Pafnunzio. Non sa che ho già pubblicato un libro con i suoi detti e che ne sto trovando altri con i quali spero di pubblicare un secondo libro.


lunedì 16 gennaio 2017

Quanti sono i raggi del sole?

Di tempo in tempo lasciava la cella e si inoltrava nel deserto per gustare più a fondo la solitudine con Dio.
Giungeva lontano lontano. Si fermava soltanto quando si sentiva perduto tra cielo e terra.

S’era seduto, nel silenzio.
Prese una manciata di sabbia, la portò in alto, la lasciò scivolare lentamente tra le dita, un filo sottile sottile, fino a quando la mano restò vuota. Nel palmo, tra le pieghe antiche, era rimasto un granello. Lo mirò, a lungo. Poi gli parlò:
“Sei soltanto una particella di polvere, una di miriadi e miriadi, meno di niente nell’universo infinito. Nessuno prima d’ora t’ha mai guardata. Un attimo e di nuovo scomparirai nella terra tra miriadi e miriadi d’infinitesime particelle di polvere e nessuno mai più ti guarderà”.
Scosse la mano. Il granello sparì.
Nella vasta distesa dell’orizzonte, sulle colline che si ergevano e scendevano disegnate dai venti, come avrebbe potuto distinguere, ad uno ad uno, i minuscoli, impalpabili frammenti di sabbia? Ne aveva conosciuto uno soltanto, l’aveva guardato, gli aveva parlato, l’aveva lasciato sfuggire. Non l’avrebbe mai più rincontrato. E gli altri? I milioni di milioni? E quelli di altri deserti?
E lui? Non era anche lui un pulviscolo, un alito di vento nel volgere dei secoli? Quanti uomini lo avevano preceduto tra i popoli della terra e quanti si sarebbero avvicendati nei tempi a venire. Chi s’accorgeva di lui, sperduto nella sua cella, in uno dei tanti deserti? Sarebbe passato come un soffio. C’era qualcuno che avrebbe speso il suo tempo a guardarlo? Un attimo sulla palma di una mano, poi anche lui, anonimo, sarebbe scivolato nella sabbia, un nulla.

Alzò lo sguardo verso il sole, socchiudendo gli occhi. Quanti erano i suoi raggi? Provò a contarli. S’accorse che erano numerosi come i granelli di sabbia. Ogni raggio raggiungeva un granello di sabbia, lo illuminava, lo scaldava. Che abbraccio largo lo sguardo del sole, pensò. S’estendeva anche al di là dei mari e lambiva le sabbie e le rocce di altri deserti, baciava i fiori e le erbe sulle rupi inaccessibili, accarezzava gli aghi dei pini, le foglie di foreste lontane. Non v’era niente che gli fosse indifferente.
Apa Pafnunzio ricordò gli idoli nelle nicchie delle case, con gli occhi grandi per guardare i devoti che si prostravano davanti e che non volevano rimanere inosservati. Chi sei, se nessuno ti guarda?
Si sentì abbagliato da un raggio di sole più potente di quello che sfolgorava nel cielo. Lo penetrava, lo illuminava, lo scaldava. Un raggio tutto per lui, per lui soltanto. Un altro sole lo avvolgeva, quello stesso che raggiungeva ogni grano di sabbia, anche quelli al fondo delle dune, anche le radici nascoste delle palme, le sorgenti profonde dei fiumi, gli antri segreti nelle viscere della terra, dove sguardo umano non giungeva.
Niente restava nascosto al suo Dio dagli occhi grandi, niente indifferente. Conosceva l’atomo nascosto in ogni frammento di roccia, il battito silenzioso del volo d’una farfalla, il crescere lento d’una foglia. A loro parlava come egli aveva parlato al granello di sabbia. Conosceva anche apa Pafnunzio, lo guardava, camminava e sedeva con lui. Anche a lui parlava.

domenica 15 gennaio 2017

Calici vuoti si fanno tabernacolo


La parrocchia non ce l’ho, ma ogni tanto mi capita di parlare a dei “parrocchiani”, come ieri. Ne avevo davanti quasi un migliaio. Ed è per me sempre una gioia indicibile.
Questa volta ho parlato di quel “patto d’unità” che ogni giorno, dopo la comunione, chiediamo a Gesù Eucaristia di compiere “sul nulla di noi”, in modo che di tanti faccia l’uno.
Ma cos’è questo “nulla di noi”, premessa necessaria per questa nuova pienezza?
Il “nulla”, nella tradizione cristiana, richiama abitualmente alcuni concetti:
- Il nulla esistenziale, creaturale, sperimentato già nell’Antico Testamento, che faceva dire: gli uomini «sono come un soffio [si potrebbe tradurre anche: un niente] che va e non ritorna» (Sal 78, 36); sono come fiore del campo, come erba che si secca e fiore che appassisce (cf. Is 40, 6-7). È l’esperienza costantemente rinnovata lungo il cammino dell’umanità, che faceva dire, ad esempio, all’autore dell’Imitazione di Cristo: «Ricordati Signore, che io non sono nulla, non valgo nulla e non ho nulla».
- Il nulla tragico del peccato, frutto dell’allontanamento dalla fonte dell’essere e della vita. Parlando di quanti sono piombati in questo nulla la seconda lettera di Pietro li paragone a «fonti senz’acqua», a «nuvole spinte dal vento: a loro è riserbata l’oscurità delle tenebre» (2, 17).
- Il nulla ascetico, inteso come progressivo distacco da ogni creatura, sensibile o spirituale. San Giovanni della Croce mette in un rapporto inversamente proporzionale l’annullamento di sé con l’unione con Dio: «Per giungere al possesso del tutto, / non voler possedere niente. // Per giungere ad essere tutto, / non voler essere niente. // (...) Per giungere al tutto, / devi totalmente rinnegarti in tutto».
Il “nulla di noi” del patto d’unità è un po’ diverso, è frutto di un amore reciproco che si fa dono totale. Se dai tutto rimane spazio solo per l’altro, solo per Dio: un vuoto che attira pienezza e restituisce sé a stessi, ma nel sé più vero e profondo: Gesù, la vera identità del sé.
Gesù, nel suo abbandono sulla croce, ne è il modello compiuto: ha dato tutto fino a scomparire, con in sé la pienezza dell’intera creazione.
Ce l’ha spiegato tante volta la nostra Chiara: “Per accogliere in sé il Tutto bisogna essere il nulla come Gesù Abbandonato. E sul nulla tutti possono scrivere... Bisogna mettersi di fronte a tutti in posizione d’imparare, ché si ha da imparare realmente. E solo il nulla raccoglie tutto in sé e stringe a sé ogni cosa in unità: bisogna esser nulla (Gesù Abbandonato) di fronte ad ogni fratello per stringere a sé in lui Gesù”.
Siamo davanti all’altro (Dio o il fratello) come un foglio bianco, sul quale l’altro può scrivere…
Nella reciprocità dell’amore – del dono – siamo come “calici vuoti”, subito riempiti da Gesù Eucaristia: da calice vuoti diventiamo un tabernacolo che contiene la presenza di Gesù, diventiamo Chiesa!
È così – vivendo “fuori di sé”, nel dono, nell’amore – si entra nel paradiso di Dio, come in quello del fratello.


sabato 14 gennaio 2017

Ecco l’agnello di Dio


In quel tempo, Giovanni, vedendo Gesù venire verso di lui, disse: “Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!” (Gv 1, 29-34)

Lo sentiamo ripetere ogni volta che andiamo a messa, prima della comunione: “Ecco l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”. La testimonianza del Battista continua a risuonare lungo i secoli, quotidianamente. Egli è sempre tra noi, col dito proteso verso Gesù, in un invito costante a seguirlo.
Quante evocazioni nella figura biblica dell’agnello: il servo sofferente, ingiustamente condannato al posto dei peccatori, di cui parla Isaia; la vittima pasquale il cui sangue allontana l’angelo sterminatore; il sacrificio offerto ogni giorno nel tempio di Gerusalemme. Tutti segni profetici che ora hanno in Cristo il compimento.
Egli si fa accanto a noi, si carica sulle spalle il nostro peccato, togliendolo da noi. Lo porta sulla croce e, nel momento in cui gli ebrei sacrificano l’agnello di Pasqua, anch’egli viene immolato. Con la sua morte annienta il nostro male, condividendolo e facendolo proprio; ci rende liberi, puri e immacolati al cospetto di Dio, che ci ridona come Padre.

Giovanni Battista non lo conosceva per quello che era veramente. Poi una luce intensa l’ha illuminato. A quanti sono attorno a lui, egli comunica la propria esperienza. La sua è un’autentica testimonianza. Nel Vangelo di Matteo, domenica scorsa, abbiamo udito il Padre che proclamava Gesù Figlio suo. Oggi, nel Vangelo di Giovanni, non è più il Padre che parla, ma il Battista.
Come lui ogni cristiano. Tocca a noi, alla Chiesa, testimoniarlo, additarlo presente nel mondo, nella nostra vita e innamorare di lui.
Anch’io quotidianamente, a quanti partecipano alla messa, rivolgo le stesse parole di Giovanni il Battista: “Ecco l’agnello di Dio che toglie i peccati del mondo”. Ma la mia è veramente una testimonianza come lo fu la sua? o semplicemente la ripetizione meccanica di quanto mi indica il messale?
Dovrei poter dire, e con me ogni cristiano: l’Agnello di Dio si è accostato a me, posso testimoniare che ha preso su di sé il mio peccato, sperimento una libertà nuova perché lui mi ha fatto libero. Dovremmo dirlo con le parole, ma soprattutto con la vita, mostrando il frutto di quanto egli ha operato in noi, la gioia di saperci da lui salvati, la freschezza che ci viene dal dono di poter ricominciare ogni giorno.


venerdì 13 gennaio 2017

Universale vocazione alla santità


Questi giorni qualcuno mi ha detto che il capitolo più disatteso della Lumen gentium è il quinto, quello sulla “Universale vocazione alla santità”. Si parla in mille modi della Chiesa, ma forse si dimentica la sua natura più profonda – partecipare e vivere la santità di Dio – e la sua finalità ultima – portare alla santità, ossia favorire l’incontro e la comunione tra Dio e noi, tra noi e Dio (solo grazie a questo, tra l’altro, è possibile l’incontro e la comunione degli uomini tra di loro).
Sarà per questo, fatto sta che questa mattina alla Messa mi ha colpito in modo particolare l’inizio della seconda preghiera eucaristica: “Padre veramente santo, fonte di ogni santità”.
Tutto nasce da lì, anche il Figlio, “il Santo di Dio”, anche lo Spirito “Santo”.
“Santo, Santo, Santo”: Dio, il tre volte santo.

A noi sembra già tanto essere buoni, eppure già nel libro del levitico si legge l’appello di Dio: "Siate santi, perché io, il Signore Dio vostro, sono santo" (Lv 19, 2).
Ho pensato anche al programma che sant’Eugenio de Mazenod ha affidato ai suoi missionari: “rendere gli uomini prima ragionevoli, poi cristiani e infine aiutarli a diventare santi”.
Quando commentiamo questo testo, che tanto ci piace e che è così ispiratore per la nostra missione, poniamo soprattutto l’accento sul primo obiettivo, ricordandoci quanto sia importare andare incontro alla persona in tutta la sua concretezza e lavorare sulla maturità umana. Parliamo certamente anche del secondo aspetto, strettamente legato all’evangelizzazione. Ma il terzo traguardo è per lo più sottaciuto, e invece è proprio il compimento della missione.
Sarà per questo che ogni giorno, nella mia preghiera, chiedo sempre la santificazione di quanti sono affidati alla nostra cura pastorale.
Sant’Eugenio ricorda anche che, per portare tutti alla santità, gli Oblati “Devono lavorare seriamente a diventare santi; percorrere coraggiosamente le stesse strade di tanti operai del Vangelo”. Santi coi santi.


giovedì 12 gennaio 2017

Non per proselitismo, ma per attrazione

«L’unità non si fa perché ci mettiamo d’accordo tra noi, ma perché camminiamo seguendo Gesù. E camminando, per opera di Colui che seguiamo, possiamo scoprirci uniti. È il camminare dietro Gesù che unisce. Convertirsi significa lasciare che il Signore viva e operi in noi… l’unità non la creiamo noi. Ci accorgiamo che è lo Spirito che spinge e ci porta avanti. Se tu sei docile allo Spirito, sarà Lui a dirti il passo che puoi fare, il resto lo fa Lui. Non si può andare dietro a Cristo se non ti porta, se non ti spinge lo Spirito con la sua forza. Per questo è lo Spirito l’artefice dell’unità tra i cristiani.
Ecco perché dico che l’unità si fa in cammino, perché l’unità è una grazia che si deve chiedere, e anche perché ripeto che ogni proselitismo tra cristiani è peccaminoso. La Chiesa non cresce mai per proselitismo ma «per attrazione», come ha scritto Benedetto XVI. Il proselitismo tra cristiani quindi è in se stesso un peccato grave. La Chiesa non è una squadra di calcio che cerca tifosi».

È da due mesi che ho sul comodino il numero dell’Avvenire con l’intervista a Papa Francesco. Finalmente ho trovato il tempo per leggerla. Mi è piaciuto tantissimo per la schiettezza, la semplicità, la profondità con cui affronta le tematiche. Mi hanno colpito in particolare queste parole sul dialogo ecumenico, forse perché venendo dall’India mi pare abbiano un’assonanza con il dialogo interreligioso. So bene che siamo su piani molto diversi, ma la dinamica di fondo è la stessa.
Le persone di altre religioni non sanno che stanno camminando verso Cristo, ma noi lo sappiamo e sappiamo che a spingerli verso di lui è lo stesso Spirito che opera in noi.
Anche nel rapporto con loro non saremo noi a creare l’unità.
Anche nei loro confronti nessun proselitismo ma “attrazione”. I peggiori terroristi, diceva un amico indù, sono i missionari che fanno stragi di fedi e culture. Aveva davanti pagine di storia dell’imperialismo britannico.

«Personalmente – scriveva padre Marcello Zago – non cerco mai di parlare di me stesso, della mia religione o di fare dei paragoni con la nostra fede e la nostra pratica: non prendo l'iniziativa a questo riguardo, ma resto aperto. Spesso, dopo un dialogo lungo e soprattutto profondo, è l'interlocuto­re buddhista che mi pone delle domande sulla mia fede, la mia vita, le mie motivazioni. In questo rispondo semplicemente, cercando di adat­tare la formulazione: non argomentazione ma piuttosto testimonianza di ciò che è il Cristo per me, qual è il senso della mia vita/ ciò che è la religione per me e ciò che dovrebbe essere per tutti. Non ho mai parlato tanto del Cristo da quando mi sono dato al dialogo. Questa esperienza è comune a tutti coloro che hanno intrapreso un vero dialogo esperienziale o dottrinale o collaborativo o esistenziale».
Sì, è anche la mia piccola esperienza.


mercoledì 11 gennaio 2017

Il professore più vecchio: che bello!


Ho appena iniziato il corso al Claretianum per il nuovo anno accademico. Sono ormai 40 anni che vi insegno. 
Nel 1975 fui coinvolto nel lavoro della preparazione della beatificazione di Eugenio de Mazenod. Tra l'altro dovetti curare una sua biografia popolare, alla quale collaborò Gino Lubich e Giovanni Casoli. Questo mi impedì di portare a termine la licenza in Ecclesiologia all’Università del Laterano. Fu provvidenziale perché il Provinciale mi invitò a studiare la teologia della vita religiosa. All’università mi aveva affasciato l’insegnamento del Prof. Lozano proprio sulla teologia della vita religiosa. Fu così che lo seguii per continuare gli studi al Claretia­num. L’istituto aveva preso il via da pochi anni, con un gruppo di professori particolarmente motivati e preparati: Proietti, Silva, Hornung, Rovira… Ottenni la licenza con la guida di un amato professore di storia, Mainka, sul tema della comunità oblata delle origini, che fu subito pubblicata sulla rivista dell’Istituto. Quando andai a colloquio con Lozano, per chiedergli se vedeva l’opportunità che continuassi per il dottorato, mi sentii rispondere che non soltanto quello era il desiderio dei professori, ma che ero invitato ad iniziare l’insegnamento.
Divenni così suo assistente e quando egli andò a insegnare negli Stati Uniti, mi fu affidata la sua cattedra. Fu grazie all'insegnamento che potei portare a termine la tesi di dottorato. Il libro mi valse il premio Malipiero e l'assunzione all’Università del Late­rano per l'insegnamento della teologia spirituale.
Torno sempre con gioia sulla cattedra, anche se ogni volta dico che è l’ultima perché ormai gli impegni sono troppi… Una volta mi compiacevo di essere il professore più giovane, oggi sono il più anziano per età e per insegnamento. Sono più contento ora di allora. Guardo indietro e rivedo centinaia e centinaia di studenti oggi ai posti di frontiera. Anche questa è una missione!