venerdì 31 marzo 2017

Via Crucis con i martiri del Laos / 3


V Stazione: Gesù aiutato dal Cireneo

«Mentre lo conducevano via, presero un certo Simone di Cirene che veniva dalla campagna, e gli misero addosso la croce da portare dietro a Gesù» (Lc 23, 26).

Jean Wauthier cadde in un’imboscata la sera del 16 dicembre 1967. Il giorno dopo, uno dei catechisti scrisse ai suoi genitori: «Padre Jean è morto perché ci amava e non ha voluto abbandonarci».
«Ho sempre aspirato alla vita missionaria, fin dall’infanzia… sono pronto ad accettare qualsiasi apostolato, nel posto dove possa più facilmente santificare gli altri e arrivare… “usque ad apicem perfectionis”».

«La croce oblata, ricevuta nel giorno della professione perpetua, ci ricorderà costantemente l’amore del Salvatore, che ci invia come suoi cooperatori» (C 63).


VI Stazione: La Veronica asciuga il volto di Gesù

«...i soldati... lo rivestirono di porpora e, dopo aver intrecciato una corona di spine, gliela misero sul capo...» (Mc 15, 16-19).

Louis Leroy fu prelevato dalla sua casa il 18 aprile 1961 da un distaccamento di guerriglieri. Chiese di poter indossare la sua veste, mise la croce, prese il breviario sotto il braccio e disse addio.
«Sono felicissimo della mia vita missionaria, dura ma splendida... Malati e feriti prendono un sacco di tempo e richiedono viaggi lunghi e faticosi. Un cristiano si è bruciato il viso, le mani e le ginocchia. Sono andato a trovarlo tre volte, ci vogliono tre ore e mazzo di cammino, in montagna… Pregate per me, così che Dio possa compiere attraverso di me tutto il bene che vuole realizzare ».

«Per essere suoi cooperatori, si impegnano a conoscerlo più intimamente, a immedesimarsi con lui, a lasciarlo vivere in loro... Si sforzano di riprodurlo nella loro vita...» (C 2).


giovedì 30 marzo 2017

Taccuino - Tutti missionari

  

Oggi non è più come una volta, come all’inizio del secolo [1900] quando le missioni erano qualcosa che riguardava solo alcuni cristiani. C’erano i missionari che erano delegati a compiere questa attività nelle “terre lontane”. Un’attività che restava ai margini della vita ecclesiale, poco inserita nella Chiesa locale.
Oggi la Chiesa, tutta la comunità locale, tutti i cristiani, hanno ormai preso maggiore coscienza che la missione è un fatto che la riguarda in prima persona. Tutta la Chiesa, come sentiamo sempre ripetere, è missionaria.
Perché è nata questa nuova coscienza missionaria? e cosa vuol dire che ogni cristiano è missionario, che tutta la Chiesa è missionaria?
Ci siamo accorti che i cosiddetti paesi di missione non sono più soltanto l’Africa o l’Asia, ma anche la nostra Europa, questa nostra Italia, le nostre città, le nostre borgate.
Tanta gente che ci è vicina, che conosciamo, ha abbandonato Dio, non vuole più saperne della Chiesa, non conosce più Gesù, non sa più cos’è il Vangelo.
Non importa andare molto lontano per trovare gente pagana o gente ancora peggiore dei pagani, perché questa nostra società, volendo fare a meno di Dio, diventa disumana: perdendo Dio perde anche il senso dell’uomo:
- allora ecco il triste spettacolo dei giovani sbandati, drogati, senza lavoro
- le famiglie che si sfasciano con sempre maggiore facilità
- la violenza che diventa un fatto sempre più normale
… non importa continuare l’elenco, basta vedere il telegiornale che è diventato come un bollettino di guerra.

Se ci guardiamo attorno io penso che proviamo gli stessi sentimenti provati da Gesù quando era circondato dalla folla: Ebbe compassione di loro – dice il Vangelo – perché gli sembravano un gregge sbandato senza pastore.
Cosa ha fatto Gesù davanti a queste folle? Le ha amate e ha capito che c’era un modo solo per salvarle: quello di dare la vita per loro.
Il Padre lo ha mandato nel mondo proprio per rinnovare dal di dentro il mondo. “Il Padre ha tanto amato il mondo…”.
Tutta l’umanità è come quella cieca di cui ci parla il Vangelo: Gesù è la LUCE. È venuto in mezzo a noi, si è fatto uomo per stare con noi… Si è fatto uno con noi, in tutto simile a noi.
Non ha avuto paura di entrare in contatto con tutti, buoni e cattivi. Il Padre l’aveva mandato per ogni uomo. Ogni uomo è candidato ad incontrarsi con Cristo, ad essere salvato da lui. Si è talmente messo a nostro servizio per comunicarci la sua luce, che lui si è fatto tenebra per noi.
La missione di Gesù è quindi questa: il Padre lo ha mandato a salvare ogni uomo. Gesù ha compiuto la sua missione mettendosi a servizio di tutti, si è fatto servo, schiavo, fino a dare la vita per noi, perché noi fossimo liberi, avessimo la luce…
 
Noi cristiani, cioè altri Cristo, dobbiamo continuare la missione di Gesù.
Lui è la luce, ma a noi ha detto la stessa cosa: voi siete la luce del mondo.
Poi ha detto: Come il Padre ha mandato me, cos’ io mando voi.
Allora vuol dire che noi dobbiamo ripercorrere le stesse strade che ha percorso Gesù. E potremmo dire: Gesù ama tanto il mondo da mandare ciascuno di noi perché attraverso di noi il mondo abbia la vita.
Noi = incarnazione, date la vita, farsi uno…
Non avere paura del mondo, del mondo che vediamo attorno a noi, ma sentirci mandati in questo mondo, per amarlo, per salvarlo. Amare ogni persona che incontriamo e vedere in essa un candidato a diventare Cristo, un altro Cristo: dobbiamo far nascere Cristo nelle anime che incontriamo, dobbiamo nutrirle, farle crescere…

Questo ci farà chiudere l’orizzonte non solo nell’ambito della nostra borgata? No! Assolutamente, perché se guardiamo il mondo con gli occhi di Cristo col cuore di Cristo, spazieremo per l’universo intero. Gesù non si è spostato dalla Palestina, ma ha dato la vita per tutti gli uomini e ai suoi discepoli ha comandato: andate in tutto il mondo.
Così tanti di noi non andranno mai fuori di Roma, fuori dell’Italia, tanti di noi saranno chiamati a fare i missionari in mezzo ai pagani della nostra città, con un cuore cattolico e universale. E ci sono alcuni a cui Gesù continua a dire, come ai suoi discepoli: andate in tutto il mondo.
E questi vanno come Gesù. Come Gesù uscì dalla sua patria, il Paradiso, e si è fatto cittadino di un’altra terra, questo nostro pianeta, così ci sono uomini, donne, giovani, che escono dalla propria terra e vanno a farsi africani con gli africani, asiatici con gli asiatici, a farsi tutto a tutti, come diceva Paolo,  per conquistare qualcuno a Cristo
Oggi prendiamo coscienza in modo rinnovato della nostra comune vocazione missionaria: di essere mandati cioè da Cristo in mezzo alla nostra gente per essere luce del mondo, sale della terra, lievito nella pasta, per dare la vita, nell’amore, ad ogni persone che incontriamo e così comunicare la vita che è in noi, Cristo stesso, a questo nostro mondo che va verso la morte.

Nello stesso tempo oggi prendiamo coscienza che ci sono alcuni di noi cristiani a cui Cristo dice di andare altrove, fuori della propria patria, della propria terra, fino ai confini del mondo, ad annunciare a chi ancora non la conosce, la buna novella, a dire cioè che c’è un Dio che ci ama, che ci libera, che ci salva.
Preghiamo allora per chi già ha lasciato la sua patria per andare là dove Cristo lo ha mandato, e preghiamo perché ci siano sempre tanti giovani pronti, disponibili a lasciare tutto per Cristo e per i fratelli, se Dio glielo chiede.

(Note per l’omelia a san Marcellino, sulla Casilina, Vigilia della Giornata Missionaria Mondiale, 23 ottobre 1982)


mercoledì 29 marzo 2017

Via Crucis con i martiri del Laos / 2


III Stazione: Gesù cade per la prima volta

«La mia anima è triste fino alla morte» (Mc 14, 34).


Testimonianza di padre Joseph Pillain, missionario nel Laos: «Erano tutti missionari ammirevoli, pronti a qualsiasi sacrificio. Vivevano molto poveramente, con una dedizione senza limiti. In quei tempi difficili tutti noi, chi più chi meno, desideravamo il martirio, dare la vita per Cristo. Non avevano paura di esporre le nostre vite e di avventurarci in zone considerate pericolose... La quadra dei missionari del Laos era profondamente unita e molto vicino al Vescovo. Avevano tutti il desiderio di andare verso i più poveri, di visitare i villaggi, di curare i malati, e soprattutto di annunciare il Vangelo».


«... portiamo davanti a lui il peso quotidiano della nostra sollecitudine per le persone alle quali siamo mandati» (C 32).


IV Stazione: Gesù incontra sua Madre

«Presso la croce di Gesù stava sua madre... Donna, ecco il tuo figlio!... Ecco la tua madre» (Gv 19, 25-27).


Mario Borzaga: «Ho paura d’essere solo, di cadere malato, di morire solo, ho paura di curare gli altri, perché penso che potrebbero morire per causa mia. Nel giorno freddo, pieno di vento, ricevi, o Maria, le nostre pene, la nostra miseria, noi schiavi della nostra debolezza… Dopo tutto siamo nelle mani di Dio e Lui può fare di noi tutto quello che vuole; forse Egli ha bisogno anche dei paurosi, dei timidi, dei pigri, per allargare il Suo Regno? Credo di sì, perché unicamente Lui mi ha chiamato a questa avventura di essere santo tra il popolo meo. Tutto mi fa paura qui, tutto: ma credo che posso essere felice lo stesso. Devo pertanto continuare ad amare i meo».


«Nella Vergine, attenta ad accogliere il Cristo per donarlo al mondo di cui è la speranza, gli Oblati riconoscono il modello... della propria fede» (C 10).

martedì 28 marzo 2017

Via Crucis con i martiri del Laos / 1



I Stazione - Gesù condannato a morte




«Crocifiggilo! Crocifiggilo!» gridava la folla.

 
Tra il 1954 e il 1970 nel Laos 17 uomini vengono condannati a morte: un giovane sacerdote e 5 laici laotiani, 5 missionari delle Missioni Estere di Parigi e 6 Oblati di Maria Immacolata.

Joseph Tièn, protomartire, fa la sua scelta con decisione: «Obbedisco alla Parola di Dio, sulla quale ho giurato di essere fedele. Sono pronto a dare la vita per i miei fratelli laotiani».


Gli Oblati devono essere «pronti a sacrificare tutti i beni, i talenti, il risposo, la persona e la vita stessa per amore di Gesù Cristo, per il servizio della Chiesa e per la santificazione del prossimo» (Prefazione)





II Stazione: Gesù caricato della croce


«Ma per questo sono giunto a quest’ora» (Gv 12, 27).


Mario Borzaga alla fine di aprile del 1960 partì con il catechista per un tour in alcuni villaggi. Da quel viaggio non fece più ritorno.
«Mi risuona stamane appassionatamente la voce di Gesù: “prendi la croce”. L’accettazione del Sacerdozio per me non è che l’accettazione del calice del sangue, del calice amaro che fa fremere la natura come un leone ferito ma che salva le anime… Io voglio prepararmi al Sacerdozio del Getsemani, al Sacerdozio di Maria estenuata da ogni dolore, al Sacerdozio dei Martiri: sono sacerdote del sangue e della carne coronata di spine».

Gli Oblati «accetteranno con fede, per amore del Signore crocifisso, le sofferenze personali, le prove delle fatiche apostoliche e le dure esigenze della vita di comunità» (C 34)

lunedì 27 marzo 2017

Giornate del FAI: un passato con futuro



Ieri le Giornate del FAI mi hanno aperto le porte di due luoghi della mia città che mai avevo visto prima: le antiche stanze dell’Ospedale e le celle del monastero delle Domenicane.
Le prime conservano i più antichi affreschi della città, risalenti al 1200, le seconde, del 1300, altri ricordi storici e affreschi. Luoghi che custodiscono opere d’arte d’inestimabile bellezza e che raccontano storie della pietà cittadina verso pellegrini, ammalati, vecchi, assieme a vite di contemplazione e d’intercessione.



Quante persone, come me, in lunghe file per immergersi nella bellezza che i nostri padri hanno saputo creare e conservare.
Ma forse la cosa più bella è stata vedere tanti giovani guide, studenti volontari, che conducevano i visitatori da un luogo all’altro, raccontando, spiegando… Una speranza: il passato ha un futuro!


domenica 26 marzo 2017

Annunciazione, una finestra nel cielo


Su in alto, nella lunetta dell’ultima cappella a destra della chiesa di Trinità dei Monti, un originale affresco dell’Annunciazione. È quello che ho pubblicato sul blog di venerdì scorso. A parte l’angelo adagiato e lunghissimo, in modo da coprire lo spazio della lunetta, mi ha colpito un’inedita finestra che si apre in cielo e dalla quale il Padre lancia verso la Vergine il Verbo fatto bambino. La mia piccola macchina fotografica ha fatto fatica a riprendere un soggetto così lontano, la scena si intravede comunque ed è simpatica e tenerissima, non ne ho mai vista una del genere.

Ieri a Cesena si è aperta ancora una volta una finestra in cielo. Questa volta però sono stato io a lanciare in cielo un bambino, battezzandolo.
Il 25 marzo è considerata la data dell’incarnazione: il Figlio di Dio si fa uomo. In Toscana, come in altre regioni, fino alla sua annessione da parte dei Piemontesi, l’anno iniziava proprio il 25 marzo, così come il computo degli anni inizia con la sua nascita.
Anche per Leonardo ogni anno il 25 marzo segnerà l’anniversario dell’inizio della sua vita nuova.
Al termine della Messa, nel duomo della città, l’ho adagiato sull’altare della cappella della Madonna del popolo, per offrirlo a lei.

Nel giorno dell’Annunciazione ho pensato anche alla seconda annunciazione della vergine, quella avvenuta ai piedi della Croce.
L’Annunciazione a Nazareth le rivelò la presenza di Gesù in lei: Madre di Dio.
L’Annunciazione ai piedi della croce - “Donna, ecco tuo figlio” -, che non veniva più da un angelo ma dallo stesso Figlio di Dio, le rivelò la presenza di Gesù fuori di sé, negli altri.
Da quel giorno Maria riconobbe Gesù in ogni persona che incontrava.

Anche con il nostro sì alla nostra prima annunziazione il Verbo di Dio s’è fatto carne in noi.
Con il secondo sì, a seguito della seconda annunciazione, ci scopriamo madre della Chiesa, e viviamo per chi ci è accanto.


sabato 25 marzo 2017

La luce del mondo


In quel tempo, Gesù passando vide un uomo cieco dalla nascita e i suoi discepoli lo interrogarono… «Va’ a lavarti nella piscina di Siloe»… «È un profeta!»… «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui. (…) (Gv 9,1-41)

Nonostante le beatitudini, quando siamo davanti a una difficoltà, a una prova, a una disgrazia, viene spontaneo chiedere a Dio: “Perché mi tratti così, cosa ho fatto di male?”.
Non siamo diversi dai discepoli di Gesù che, davanti a un cieco, gli domandarono di chi fosse la colpa. La cecità è e rimane oggettivamente una situazione negativa, ma Gesù anche dal negativo sa ricavare il positivo: “È cieco perché in lui siano manifestate le opere di Dio”.
Quali opere? Il miracolo della vista? Sì, ma come segno di un miracolo ben più grande: vederLo e riconoscerLo. Le altre persone che erano attorno al cieco nato avevano già il dono della vista, ma rimasero ciechi alla visione vera.

Il cieco nato brama la luce, ma da solo non può uscire dal suo buio. A differenza di quanto accade in altri analoghi episodi del vangelo egli non corre incontro a Gesù, non si mette a gridare “Fa’ che io veda”, non chiede un miracolo. E' Gesù che gli va incontro, lo vedi (il cieco… non lo vede!), e prende l’iniziativa: si fa la sua luce.
Per il cieco è l’inizio di un cammino simile a quello del giorno che, dal tenue chiarore dell’albeggiare, giunge allo splendore folgorante del meriggio, segno del graduale cammino di riconoscimento di Gesù. Chi è Gesù agli occhi del cieco che ora vede? Dapprima soltanto un uomo, un semplice uomo chiamato Gesù, poi un profeta, mandato da Dio, infine il Signore, davanti al quale cade in ginocchio: “Credo, Signore”.
E' questo il segno, l’opera di Dio, il miracolo: riconoscere Gesù, cadere in ginocchio, adorare. Lo stesso miracolo che Gesù con i due discepoli sulla strada di Emmaus: aprì loro gli occhi ed essi lo riconobbero.

Per il cieco nato è stato un cammino sofferto: prima la cecità vissuta come castigo di Dio, poi l’incomprensione, infine l’ostracismo.
In filigrana è disegnato il cammino dei discepoli, della Chiesa, di ogni cristiano. Sapremo riconoscere la Sua presenza quando ci piomba addosso l’avversità? Riconosceremo che questo è la via necessaria perché si manifesti l’opera di Dio?
Giobbe avrebbe mai visto il volto di Dio se non fosse passato attraverso le mille tribolazioni? “Fino ad ora ti conoscevo per sentito dire – confessò al termine della sua esperienza – ora i miei occhi ti vedono”.
Gesù è la luce: ci fa vedere come stanno veramente le cose, ci apre gli occhi sulle realtà vere.


venerdì 24 marzo 2017

Taccuino – Itinerario spirituale / 2


III – Come è avvenuto in Maria?

L’annunciazione.
Maria era da sempre immacolata: “Piena di grazia”, cioè piena dell’amore di Dio e scelta fin dall’inizio…
Eppure nell’annunciazione avviene qualcosa di nuovo, di particolare: Maria percepisce in modo nuovo l’azione di Dio, accoglie l’amore e in lei inizia la vita fisica di Gesù.
Cosa è avvenuto?
Annunciazione in greco si dice “euanghelismós” = evangelizzazione di Maria. Maria è stata evangelizzata dall’angelo in quanto a lei è stata portata la buona notizia di salvezza, ma soprattutto le è stato portato il Verbo stesso, l’Evangelo: in lei “Il Verbo si è fatto carne”.

IV – Lo stesso avviene in noi

L’amore di Dio si rivela a noi (attraverso le mediazioni le più varie = angelo).
Ci accorgiamo che Dio ci ama e prendiamo coscienza che siamo per lui.
Se gli diciamo di sì = scelta di Dio.
Cristo viene a vivere in noi in una dimensione nuova: è come se Gesù si incarnasse in noi e allora la gioia, la pace, la luce…
Siamo davvero all’inizio del cammino spirituale, che coincide con le parole di Gesù: “Convertitevi e credete al Vangelo”.
Conversione = appunto, scelta di Dio Amore; mettere lui al primo posto, conta solo lui.
Allora Cristo nasce o rinasce in noi in maniera cosciente. È una illuminazione di tutta la vita, un fascio di luce che permette di valutare meglio il senso del passato, e apre una via nuova e regale, la via della volontà di Dio, alla vita futura.
(13 novembre 1983)


giovedì 23 marzo 2017

Lo Spirito soffia ancora. Figure e movimenti carismatici


Il mio interesse per lo studio sul carisma dei fondatori è nato da un testo di don Alberione, “Commiato”, che Chiara Lubich lesse in una sua conversazione nel 1976. In quel suo testamento il fondatore della Famiglia paolina raccontava come si era lasciato guidare dallo Spirito, fino a diventare strumento di Dio per la nascita di un’opera nuova nella Chiesa. Fu l’ispirazione per la mia tesi di dottorato.
A guidare il mio lavoro avevo scelto Juan Manuel Lozano, un professore che mi aveva incantato. Ma andò a insegnare negli Stati Uniti e dovetti redigere la tesi praticamente da solo, anche se ho avuto l’amichevole aiuto di Santiago Gonzales Silva. Nel frattempo avevo iniziato l’insegnamento sullo stesso soggetto. Dal 1977 in poi ho sempre offerto un corso sul carisma dei fondatori. Il frutto della tesi, per la quale ho ricevuto il Premio Malipiero all’Antoniano di Bologna, è stata la pubblicazione, nel 1981, del libro I fondatori, uomini dello Spirito. Per una teologia del carisma di fondatore, successivamente tradotto in tedesco e spagnolo. È diventato un punto di riferimento per lo studio su tale soggetto.
Un seminario per i professori tenuto alla Pontificia Università Salesiana, dove allora insegnavo, mi ha dato l’occasione di elaborare un primo percorso per l’ermeneutica dei carismi. Ne è nato, nel 1996, In ascolto dello Spirito. Ermeneutica del carisma dei fondatori, tradotto in spagnolo, divenuto manuale per un corso che ho ripetuto per molti anni al Claretianum. È servito a tante persone per lo studio del carisma del proprio Istituto.
L’ultimo libro in merito, Carismi. Vangelo che si fa storia, pubblicato nel 2011, è frutto delle lezioni tenute in Svizzera e in Germania nei corsi estivi dell’ISC.
Il carisma dei fondatori è stato un tema costante del mio insegnamento, oltre che al Claretianum, nell’Università Salesiana, all’Auxilium, allo Studium della Congregazione per la vita consacrata, e oggetto di molte conferenze. Il primo articolo al riguardo, Vivere il carisma dei fondatori, apparve su “Testimoni” il 15 novembre 1978; l’ultimo, Il carisma del Fondatore, su “Annales Theologici” nel 2016.

Tra le altre cose in questi anni ho scritto una serie di brevi articoli sullo Spirito Santo e sulla sua azione in ordini, congregazioni, istituti secolari, movimenti, nuove comunità, quasi una storia dello Spirito nella Chiesa. Li ho raccolti in un piccolo libro, dalla solita modica tiratura di 5 copie…


mercoledì 22 marzo 2017

Taccuino – Itinerario spirituale / 1


La santità = unione piena con Dio, come meta dell’itinerario spirituale.
L’itinerario come adeguamento di noi stessi al nostro vero dover essere: l’uomo è tale perché in rapporto con Dio, il “tu” di Dio.
La santità come rapporto dialogico di amicizia con Lui: “Se qualcuno mi apre, verrò a lui e cenerò con lui”. Noi tempio di Dio, dello Spirito.

La prima tappa è la scelta di Dio.

I - Dio sceglie

- Sceglie da tutta l’eternità.
“Dio ci ha scelto prima della creazione del mondo… nella carità” (Ef 1, 4).
“Prima che ti formassi nel grembo materno, ti conoscevo” (Ger 1, 4).
“Il Signore dal seno materno mi ha chiamato, fin dal grembo di mia madre ha pronunziato il mio nome” (Is 49, 1).
“Colui che mi scelse fin dal seno di mia madre e mi chiamò con la sua grazia” (Gal 9, 15).

- Dio però pianifica la sua scelta eterna in un momento di amore particolare.
In un momento determinato si manifesta, illumina, parla, muove, trae a sé, si fa percepibile in un modo particolarmente intenso.

II – Nasce allora la scelta di Dio da parte nostra. Dio si mostra, si rivela a noi in modo nuovo, tale da suscitare la nostra risposta d’amore, che ci spinge a sceglierlo in modo nuovo.
(1, 13 novembre 1983)

martedì 21 marzo 2017

Sant'Eugenio a Trinità dei Monti


Affreschi delle sale del convento
Dopo lo scempio delle soldatesche napoleoniche, Trinità dei Monti fu restituita ai Minimi, per i quali era stata fondata chiesa e convento. Ne venne inviato uno solo dalla Francia, nel 1819, p. Bruno Monteinard. Il povero frate fece quello che poté, ma poi dovette ritirarsi, nel 1828, nel convento di Trastevere.
Quando nel 1826 sant’Eugenio fu a Roma per l’approvazione delle Regole, fu invitato dal padre Monteinard a presiedere le Quarantore, dal 4 al 6 aprile; una cerimonia, annota il fondatore degli Oblati nel suo diario, «che a Roma si fa con grande sfarzo». Il diario descrive tutti i particolari, annotando anche il grande afflusso di fedeli. Alla fine dei due giorni Padre Monteinard lo invitò a prendere la cioccolata.

Dopo che il Padre Minimo lasciò Trinità dei Monti, Leone XII espresso al re di Francia il desiderio che nel convento venissero ad abitare le Suore del Sacro Cuore, fondate da santa Maddalena Sofia Barat, per apire una scuola per le giovani romane. Da allora la scuola è fiorente, anche adesso che le suore sono partire per lasciare il posto prima alla Fraternità Monastica di Gerusalemme, ora a quella dell’Emmanuele.

Sant’Eugenio tornò a Trinità dei Monti anche nei successivi viaggi a Roma quando già erano presenti le suore, come il 19 agosto e il 9 ottobre 1833. Vi celebrò la messa anche durante un altro viaggio a Roma, il 14 luglio 1845, ed abitualmente, insieme al fedele compagno Tempier, durante il soggiorno del 1851, quando era in città per far approvare i cambiamenti alla Regola. Nelle cronache del convento si legge: «La nostra reverenda Madre generale ritrovò in lui [Mazenod] un amico devoto della nostra Società».

Mater Admirabilis
nel monastero di Trinità dei Monti
Santa Sofia Barat,
in un affreschi di Trinità dei Monti
Maddalena Sofia Barat, come sant’Eugenio, è una testimone della vitalità della Chiesa all’indomani della Rivoluzione Francese. A contatto con i Padri della Fede, che stavano ricostituendo la Compagnia di Gesù, fondò le Dame del Sacro Cuore per l’educazione e l’istruzione femminile, denominazione che, per motivi politici, fu ufficiale solo dal 1815. Le sue scuole si moltiplicarono in pochi anni in molti Paesi dell’Europa e del America del Nord. Nel dicembre del 1826 la Società ebbe l’approvazione pontificia di Leone XII, nello stesso periodo di quella degli Oblati. Alla sua morte la congregazione contava tremilacinquecento suore, in sedici paesi.

Sant’Eugenio ha avuto diversi contatti con Maddalena Sofia Barat, così come con un’altra cinquantina di santi e beati contemporanei. I santi nascono sempre a grappolo e si attraggono misteriosamente tra di loro!
Il primo contatto di sant’Eugenio con le Dame del Sacro Cuore avvenne nel 1811. Nel loro convento ad Amiens celebrò la sua prima messa, la notte di Natale. Nel 1823 incoraggiò sua sorella a mandare le due figlie, Natalia e Carolina, in collegio dalle suore, a Grenoble. Nel 1824 le bambine passarono nel collegio di Parigi. Nel maggio 1825 sant’Eugenio è a Parigi e ogni giorno celebra la messa nel collegio, dove Carolina è gravemente ammalata e dove morirà a 13 anni, assistita dallo zio. Nel 1835 le fa venire nella sua diocesi di Marsiglia e va spesso nella loro comunità e nel loro collegio: le cronache della casa annotano le visite del vescovo e sono ricche di episodi. Incontra più volte le suore in Svizzera e soprattutto, come abbiamo visto, a Roma, nella chiesa di Trinità dei Monti.

Un articolo della rivista “Missions OMI” del 1933 narra che «nel convento del Sacro Cuore, a Montigny-lès-Metz, si trova, in questo momento, una pronipote del venerato Fondatore, suor Maria de Demandoix-Dedons. 82enne, la buona suora ha tuttavia conservato la vivacità dell’animo provenzale, assieme a una buona memoria su mille particolari che riguardano il suo vecchio zio, il nostro venerato Fondatore».

Per una breve visita al convento:
http://video.repubblica.it/natura/roma-giornate-fai-di-primavera-alla-scoperta-di-trinita-dei-monti/270396/270849



lunedì 20 marzo 2017

Giuseppe e Maria, così diversi, così uniti

Il San Giuseppe che vive con me
nella mia stanza


L'odierna festa di san Giuseppe mi ha fatto pensare alla sua diversità rispetto a Maria.
Lei, quando appare l’angelo, inizia una schermaglia che termina con l’affermazione: “Allora Maria disse”: Maria parla. La sentiremo parlare anche altre volte, lungo il Vangelo.
Lui invece, dopo l’annuncio dell’angelo, non dice niente e anche dopo, lungo il Vangelo, non parla mai. Per lui l’episodio si conclude con un verbo diverso: “Giuseppe fece come gli aveva ordinato l’angelo”. Giuseppe non parla, fa. È un lavoratore, un carpentiere, abituato a lavorare con le mani, a fare. Mi piace questa concretezza di Giuseppe. Anche Maria compie la volontà di Dio, ma ha bisogno di dirlo. Giuseppe la fa e basta. La sue sono tutte azioni: “prese con sé la sua sposa”, “prese con sé il bambino e sua madre e si rifugiò in Egitto”, “prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d’Israele”, “andò ad abitare in una città…”.

La festa di san Giuseppe mi ha fatto pensare anche alla sua sintonia con Maria, nel senso che, pur diversi, vivono tutto all’unisono. 
E qui passiamo dal Vangelo di Matteo a quello di Luca, secondo il quale “il padre e la madre di Gesù si stupirono”, insieme, quando sentono il racconto dei pastori e le parole di Simeone, così come quando vedono il figlio che parla tra i dottori del tempio; insieme l’hanno cercato, sono stati angosciati, non lo capiscono. Vivono tutto all’unisono, condividendo gesti e sentimenti, da autentici marito e moglie.
Che bella coppia, così diversa e così unita.


domenica 19 marzo 2017

Trinità dei Monti: troppo bello!



Tra i 1000 siti che saranno aperti al pubblico nelle prossime giornate del Fai del 25-26 marzo, spicca il convento e la chiesa di Trinità dei Monti a Roma.
Chi non ha visto, almeno in cartolina, la scalinata che parte dalla barcaccia del Bernini, in Piazza di Spagna, e sale fin su all’obelisco e ai bianchi campanili di Trinità dei Monti. Ma pochi hanno visitato il convento, difficilmente accessibile, come difficilmente accessibile è la maggior parte della chiesa chiusa a metà da una grande cancellata che divideva la zona riservata alle Suore del Sacro Suore. Anche per me era un sogno proibito.
Ho invece avuto la gioia di poter visitare i luoghi prima ancora che vengano aperti al pubblico. La storia sarebbe lunga, comunque sono stato invitato dalla nuova Comunità dell’Emmanuele a cui, da settembre, è stato affidato l’intero complesso, in accordo con la Santa Sede e il Governo francese a cui appartiene l’intera costruzione.



Aggiungi didascalia
Così, non soltanto ho potuto visitare quest’opera monumentale, ma anche conoscere la comunità dell’Emmanuele, che mi ha accolto con tutti gli onori, con aperitivi, pranzo, visita guidata… una cosa da gran signori! Quattr’ore vissute in contemplazione di un nuovo carisma nella Chiesa e dei capolavori dell’arte cristiana. Persone squisite, uomini e donne, laici, sposati, sacerdoti, animati da una grande passione evangelica e lanciati nell’evangelizzazione.






Le sale affrescate, il grande refettorio con le pitture del Pozzo, il chiostro… perché tutte queste ricchezze sono nascoste? E poi su per i corridoi del convento con gli originalissimi affreschi: l’astrolabio, i paesaggi anamorfici che visti di scorcio rappresentano san Giovanni evangelista a Pathmos e san Francesco di Paola in Calabria, mentre da vicino sono ricchi di paesaggi. Si sente ancora aleggiare la presenza di san Vincenzo de Paoli e dei suoi frati Minimi, per i quali i re di Francia costruirono chiesa e convento. Si notano purtroppo anche i segni di altri francesi, i soldati di Napoleone, vandali saccheggiatori e devastatori.


Anche la chiesa risente delle distruzioni dell’invasione napoleonica. Eppure gli affreschi cinquecenteschi, dopo i recenti restauri, brillano dell’antica luce, di colori accesi, di forme leggere e aggraziate. Le scene evangeliche e quella della tradizione cristiana lasciano incantati.

Quando andrò in pensione farò la guida turistica della chiesa per accompagnare le migliaia di visitatori che ogni giorno capitano lì per caso, e aiutarli ad ammirare questo straordinario mondo dell’arte, ancora oggi capace di raccontare il Vangelo e di commuovere.


sabato 18 marzo 2017

Un Padre in ricerca



Giunge una donna samaritana ad attingere acqua. Le dice Gesù: «Dammi da bere… i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano… In quel momento giunsero i suoi discepoli e si meravigliarono che stesse a discorrere con una donna. Nessuno tuttavia gli disse: “Che desideri?”, oppure “Che cosa cerchi da questa donna?” (Gv 4, 5-42)

I discepoli non osarono chiedergli: “Che cosa cerchi da questa donna?”. Se glielo avessero domandato forse avrebbe risposto che anche lui, come il Padre, cerca dei veri adoratori, che adorino in Spirito e Verità. Il testo italiano dice che il Padre “vuole”, e che Gesù “cerca”, ma il greco usa lo stesso verbo: ambedue “cercano”.
Come mai ambedue, pur essendo Dio, sono in ricerca? È comprensibile che noi siamo insoddisfatti, non c’è niente che ci appaghi fino in fondo. Ne è un esempio la donna con la quale Gesù parla: cinque mariti e non bastano, è dissetata ed ogni giorno deve venire ad attingere al pozzo perché ha sempre sete… “Il nostro cuore è fatto per te ed è inquieto finché non riposa in te”, diceva il grande Agostino. Niente che non sia Dio può colmarlo. Anche quando ci sembra di aver trovato la felicità, essa può sempre sfuggirci di mano. Ma che Gesù, pur essendo, Dio abbia sete (lo ripeterà anche all’ultimo istante, sulla croce), che anche lui, che è Dio, sia in ricerca…
Dio alla ricerca dell’uomo! La sua ricerca di noi precede la nostra ricerca di lui, la suscita, la motiva, la alimenta.

Dio ci cerca, come è narrato nelle parabole narrate nel Vangelo di Luca: come un pastore e una donna di casa cercano la pecora e la moneta perdute, come un mercante è insoddisfatto finché non trova la perla preziosa…
Adesso Gesù è assetato di questa donna, nella quale siamo tutti noi. L’accoglie con simpatia pur sapendola peccatrice. La insegue con infinita pazienza, anche quando le sfugge di mano come un’anguilla: fraintende, ironizza, devia il discorso… ed egli non demorde. Sembra che sia lei a condurre il discorso. Gesù glielo fa credere, invece è lui, con quella sapiente tenacia dell’accondiscendenza, che la guida, senza che ella se ne avveda.
Dove la porta? Ad adorare il Padre! Adorare = orientare verso Dio la bocca per parlare – pregare –, per baciare, espressione esteriore che dice l’orientamento del cuore, di tutta la persona, per una totale adesione.
Gesù di vuole portare al Padre, nel Padre. Sa che soltanto in lui troveremo l’acqua vera, origine della vita, appagamento di ogni nostra sete.


venerdì 17 marzo 2017

Taccuino / Un pane integrale


Siamo fatti per il Soprannaturale.
Questa nostra pianta è fatta per portare frutti in Cielo.
Siamo stati fatti per Iddio.
Questa è la nostra vocazione.
Ogni fibra del nostro essere deve bruciarsi, e passare nel divino.
Sento che la nostra trasformazione deve essere integrale. Non è l’anima che è chiamata a divinizzarsi, non la mente, non il cuore, non la volontà, ma tutt’intera la nostra persona.
Gesù ha incontrato e attirato a sé le persone nell’interezza del loro essere.
Il rapporto che Gesù aveva con Pietro, Andrea, Giovanni, Giacomo, la Maddalena era un rapporto che li prendeva dentro completamente: parlava al loro cuore, alla loro mente, muoveva la loro volontà, toccava la loro sensibilità psicologica, aveva un contato fisico con loro: mangiava con loro, lavava loro i piedi, si lasciava bagnare i piedi dalle lacrime, si lasciava baciare, abbracciare.
Tutta la nostra persona con le sue componenti soprannaturali, fisiche, psicologiche… tutto è uscito dalle sue mani e tutto intero deve tornare a lui, purificato, sublimato: io credo la resurrezione della carne.

È per questo che il Verbo si è fatto carne, per assumere e introdurre la nostra carne nella divinità. Nella Trinità c’è la nostra carne, la nostra corporeità: il Cristo Risorto!
Per questo Gesù è voluto rimanere in mezzo a noi come carne e sangue.
Non rimane solo nella sua Parola, perché non si pensi che nutre solo la mente. Rimane nel corpo e nel sangue per dirci che nutre di sé tutto l’arco della nostra vita, tutte le componenti della nostra persona.

Cristo ci prende interamente, a cominciare dal corpo e interamente ci converte, cioè dirige gradatamente verso di sé tutto di noi, l’affetto, l’intelligenza, la volontà, le doti, le capacità. Inonda questa nostra debolezza con la potenza della vita.
Pane di vita. Naturalmente integrale.
Siamo ben consci della nostra debolezza… ma ecco il pane di vita…

(10 maggio 1984)


giovedì 16 marzo 2017

La missione di papa Francesco e di Raffaele Grasso



Il nostro carissimo Raffaele Grasso è alle prese con la preparazione della missione che si terrà a novembre a Varcaturo, Parrocchia di S. Luca, 40.000 abitanti, frazione di Giugliano con grossissimi problemi.
Per spiegare cos’è la missione parrocchiale ha montato un breve video con passaggi dalla Evangelii Gaudium e con le immagini di Papa Francesco.
Davvero un piccolo compendio sull’evangelizzazione. Vale la pena leggere le frasi scelte… e anche vedere il video:



Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa (27)
… l’obiettivo di questi processi partecipativi non sarà principalmente l’organizzazione ecclesiale, bensì il sogno missionario di arrivare a tutti (31)
La Chiesa “in uscita” è la comunità di discepoli missionari che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano (24)
Oggi, quando le reti e gli strumenti della comunicazione umana hanno raggiunto sviluppi inauditi, sentiamo la sfida di scoprire e trasmettere la “mistica” di vivere insieme, di mescolarci, di incontrarci, di prenderci in braccio, di appoggiarci (87)
Proprio in questa epoca, e anche là dove sono un «piccolo gregge» (Lc 12,32), i discepoli del Signore sono chiamati a vivere come comunità che sia sale della terra e luce del mondo (cfr Mt 5,13-16) (70)
Non lasciamoci rubare la comunità! (92)
Non lasciamoci rubare il Vangelo! (97)
Non lasciamoci rubare l’ideale dell’amore fraterno! (101)
Non lasciamoci rubare la forza missionaria! (109)


mercoledì 15 marzo 2017

Ricordando Chiara


Nel maggio 2007, una felice circostanza mi portò al Policlinico Gemelli di Roma dove Chiara era ricoverata per dei controlli. Mi intrattenni nella sala d’aspetto conversando con la sua segretaria, fino a quando, inaspettatamente, vennero a chiamarmi: avrei potuto darle un breve saluto. Entro nella stanza. La trovo seduta su una poltrona. Mi saluta con un filo di voce e un tocco di umore: “Ecco Padre Fabio che va in giro per il mondo!”. Ero tornato da poco da Cuba e lei lo sapeva, mi seguiva sempre. Le porto il saluto di un religioso brasiliano che ho appena sentito a telefono e lei mi precede indovinandone il nome: presentissima come sempre!
Il volto smagrito ingigantisce gli occhi belli, mai così grandi. La pettinatura è dimessa. Al naso la sonda che la alimenta. La parola non è nitida… Ma c’è qualcos’altro che me la fa apparire diversa dalle altre volte. Forse lo sguardo. È come se tradisse insicurezza, smarrimento. Mentre mi parla, di tratto in tratto cerca con gli occhi le due compagne che la vegliano, quasi per trovare un sostegno nella conversazione con me, pur così breve.


Dov’è, mi chiedo, la Chiara energica e sicura che ho conosciuto da sempre? Ha sempre incoraggiato tutti, sostenuto tutti, guidato la sua Opera, così vasta e complessa, con sicurezza e braccio forte. E adesso? Dov’è la Chiara che manda in delirio migliaia di giovani negli stati, nei palazzi dello sport? La Chiara che parla davanti al Papa in piazza san Pietro a Roma, che gli conduce in udienza centinaia di vescovi? La Chiara che incontra politici e capi di stato, che riceve cittadinanze onorarie, che gira il mondo di continente in continente, che dialoga con leader religiosi, che abbraccia le folle?
La persona ormai anziana che ho davanti a me è debilitata da una lunga malattia, in uno stato di fragilità che non avrei immaginato. Eppure, stranamente, esco da quella stanza d’ospedale con una gioia indicibile, catturato da quegli occhi che dicono soltanto amore; altro non hanno mai saputo dire. E subito mi tornano in cuore alcune righe di una sua lettera, scritta tanti anni prima, nel 1944, ad una persona ammalata: «Gesù ha convertito il mondo colla parola, coll’esempio, colla predicazione; ma l’ha trasformato colla prova dell’Amore: la Croce. (…) Credi, (…) vale di più un minuto della tua vita in quel lettino bianco, se con gioia tu accetti il Dono di Dio che è sempre: dolore, che tutta l’attività d’un predicatore che parla e parla e poco ama Iddio».

L’avevo letta questa pagina, tante volte, meditata, spiegata nelle mie lezioni. Ora la vedo attuata da Gesù in Chiara, da Chiara fatta Gesù, da Gesù fatto Chiara. E mi domando: quando questa donna carismatica ha dato davvero vita nella Chiesa alla grande e nuova opera dei Focolari? Quando appariva “vincente” e, piena di energie, dava orientamenti sicuri al suo movimento, lo indirizzava saldo nel suo sviluppo nei cinque continenti? O non adesso che non può più dirigere e organizzare, che non può scrivere e donare i suoi temi, rispondere alle domande…? Comprendo in maniera nuova la più bella tra le parabole evangeliche: in questo momento Chiara è il chicco di grano che sta cadendo in terra e muore per portare molto frutto. È così che avviene la generazione della vita.

Ancora più drammatica, e insieme più bella e profonda, la mia ultima visita, pochi giorni prima della sua morte.
Sono ancora al Policlinico Gemelli. La trovo nella penombra della stanza, quasi irriconoscibile per gli ematomi, sfigurata, con flebo e sonde… Parla con un filo di voce, ma stento a comprendere le parole. Devono farmi tradurre da chi le sta accanto e l’assiste. Le chiedo la benedizione per un mio nuovo viaggio a Cuba e in Messico. Mi prega di salutare tutti e mi assicura “tutta la mia unità”. Ha le braccia abbandonate sui bordi del letto. Mi abbasso per baciargli la mano, ma lei mi previene e con sforzo cerca di alzarla per non farmi chinare: ultimo gesto di attenzione e d’amore. Mi lascia partire con un “A-rivederci!”, un appuntamento per il Cielo.

Ieri l'abbiamo ricordata, Chiara Lubich, nel nono anniversario della sua partenza, al Centro Mariapoli di Castelgandolfo, assieme a tante famiglie... un momento di festa, come sempre!



lunedì 13 marzo 2017

L’inizio e il compimento / 2


«Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?» (Lc 2, 49).
Il verbo devo è caratteristico dei Sinottici, dove Gesù lo impiega soprattutto per indicare la sua passione e risurrezione: «"Il Figlio dell'uomo - disse - deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno"» (Lc 9, 22).
Non mi pare si tratti di un dovere morale frutto di una imposizione che va rispettata, un peso che occorre portare volenti o nolenti. Implica piuttosto la gioia nel prendere coscienza di aver ricevuto una missione che suscita il desiderio della sua attuazione: “Il Padre ha fiducia in me, mi mette a parte dei suoi progetti, mi chiama a collaborare alla sua opera…”. Di qui lo slancio iniziale: "Ecco, io vengo per fare, o Dio, la tua volontà".

Viene però il momento nel quale Gesù avverte che il passaggio obbligato per il compimento della sua missione passa attraverso la morte. Ed ecco il triplice annuncio della passione: «Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e degli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno» (Mt 16, 21; 17, 22-23; 20, 18-19).
Nei Vangeli di Matteo e di Marco Gesù ripete fino all’ultimo giorno la sua disponibilità alla volontà del Padre, anche quando gli domanda di bere il calice, di dare la vita: «Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!» (Mt 26, 39.42; Mc 14, 36.39). Lo chiama ancora “Padre mio”, come la prima volta che egli pronunciò parola. Ma ora non c’è più lo slancio gioioso di allora; c’è piuttosto la fatica di essere fedele alla missione affidatagli.
Ancora per la Lettera agli Ebrei l’adempimento della volontà del Padre implica «forti grida e lacrime», richiede il «pieno abbandono a lui», un’obbedienza imparata dal patire, che lo fa diventare «sacerdote», ossia «causa di salvezza eterna per tutti coloro che gli obbediscono» (Eb 5, 7-10).
Il Vangelo di Giovanni parla a sua volta del turbamento di Gesù: «Ora l'anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest'ora? Ma per questo sono giunto a quest'ora!» (Gv 12, 27).

Tra l’inizio e il compimento appare la fedeltà eroica: avanti fono in fondo, costi quello che costi. Perché la missione porti frutto occorre che il chicco di grano cada in terra e muoia (cf. Gv 12, 24).
Accanto alle ultime parole piene di serenità riportate da Luca - «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» e da Giovanni - «È compiuto», vi sono anche quelle drammatiche di Marco e Matteo: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?», il grido finale inarticolato. Anche quest’ultime parole indicano il compimento e anch’esse, a modo loro, sono un autentico atto d’affidamento al Padre, per quanto appaia nascosto.
La missione di Gesù appare qui in tutta la sua straordinaria grandezza: ha riconciliato cielo e terra. Apre a noi la via e ci comunica la fortezza e la capacità di essere fedeli come lui nel compimento della missione che il Padre ha affidato anche a noi.