mercoledì 28 giugno 2017

Un nuovo cardinale "oblato": Louis-Marie Ling Mangkhanekhoun

Quando il 26 gennaio di quest’anno padre Khamse Vithavong, vescovo oblato di Vientiane, uscì dall’udienza avuta da Papa Francesco assieme alla minuscola Conferenza episcopale laotinana era commosso ed entusiasta: “La Chiesa del Laos è una Chiesa povera. Papa Francesco ci vuole bene. E ci ha detto: Anch’io sono un vescovo povero e vado dove ci sono i poveri. Questo ci ha confortato. L’incontro con il papa è stato molto semplice. Non ci ha fatto un discorso, ma si è interessato a noi e ci ha chiesto come stavamo vivendo la nostra situazione. Abbiamo ascoltato molto”.
“La nostra Chiesa – ha poi detto parlando del Laos – è agli inizi, molto povera e senza personale straniero. Noi stessi abbiamo chiesto ai sacerdoti stranieri di lasciare il Paese. Anzitutto perché in ogni caso i nuovi governanti lo avrebbero ordinato. E poi perché in questo modo si evitava una escalation della tensione e possibili scontri e violenze. Tutti i sacerdoti stranieri hanno lasciato il Paese, con molte lacrime, ma anche con molta saggezza. Vi erano italiani, francesi, canadesi, americani”.
“La nostra è una Chiesa giovane: avrà 150 anni di vita. Facendo gli ottimisti, in tutti e quattro i vicariati apostolici ci sono circa 50mila cattolici dispersi in un grande territorio e con diversi gruppi etnici, con lingue e culture differenti. In tutto il Paese abbiamo una ventina di sacerdoti”.
Anche il nostro carissimo Tito Banchong Thopanhong, ora vescovo di Luang Prabang, che ha passato diversi anni in prigione, era particolarmente contendo dell’udienza con Papa Francesco. “Possiamo dire che la Chiesa con papa Francesco ha un grande leader, così vicino alla nostra povertà. Per noi è un padre misericordioso”.


Le foto sono tratte dal libro: Noi missionari siamo fatti così...
Anche il Papa è stato molto contento dei vescovi del Laos, si è commosso. Ha raccontato ai suoi collaboratori di aver provato vergogna: «Loro erano il centro, io la periferia. Questi vescovi hanno sofferto continuando a testimoniare la loro fede con gioia, in piccole comunità. Alla fine dell’udienza mi sono sentito... vergognato». Sono state soprattutto le storie di Tito Banchong e Louis-Marie Ling a commuoverlo. Padre Tito è andato alla ricerca dei fedeli porta a porta «uno per uno». Per dodici anni è stato l’unico prete in un territorio più esteso dell’Italia meridionale. Non avevano più chiese, sacramenti, né immagini sacre. «Avevano conservato la memoria della fede solo nel cuore». In 17 anni di infaticabile lavoro pastorale, compiuto con mitezza e fiducia, ha rianimato la comunità, battezzato, visitato le famiglie, portato il vangelo nei piccoli villaggi sulle alture tra i hmong, khmou, akha. 


Dopo l’incontro con i vescovi del Laos Papa Francesco, nella messa a Santa Marta, ha detto: «La più grande forza della Chiesa oggi è nelle piccole Chiese, piccoline, con poca gente, perseguitati, con i loro vescovi in carcere. Questa è la nostra gloria oggi, questa è la nostra gloria e la nostra forza oggi». 
Questo spiega perché nella nuova dei nuovi cardinali il papa abbia pensato al Laos, e ha scelto Louis-Marie Ling Mangkhanekhoun
“Alcune persone – ha detto padre Ling – pensano che essere un cardinale sia un onore. Io, che sono una persona ordinaria… Sono nato sulle montagne, mio padre è morto quando avevo 10 mesi e ho vissuto con mia madre. Eravamo poveri. Per andare a scuola dovevo camminare per sei chilometri, una passeggiata di un’ora. Dopo aver finito le scuole a Paksan e Vientiane e ottenuto un certificato, feci visita al vescovo, che mi chiese cosa avrei voluto fare. ‘Perché non diventare sacerdote?’, mi chiese. Non ci avevo mai pensato, era una cosa troppo grande per me. Il vescovo mi diede poi la possibilità di provarci e mi mandò in Canada per approfondire gli studi”.
In Canada conosce l’Istituto secolare “Voluntas Dei”, fondato da un Oblato, p. Louis Parent ed entra a farne parte. Così Padre Ling è membro della grande Famiglia Oblata. Il suo motto episcopale: “Tutto quello che ho è Tuo” (Gv 17,10). L’ho scelto perché mi rendo conto che per tutta la mia vita sono stato istruito a fare secondo la volontà di Dio”.
Possiamo considerarlo il terzo cardinale oblato oggi attivi nella Chiesa: Filippine, Lesotho e ora Laos!
Questi giorni è qui in casa nostra, non ospite, ma membro della famiglia.


martedì 27 giugno 2017

Invito a Mistretta


L’invito è per il 30 giugno, a Mistretta (Un’occhiata su Google maps) per la presentazione di Lettere dalla missione. Un missionario in dialogo con la comunità di provenienza.

È un libro per il quale ho scritto la seguente Presentazione

Una volta c’erano i missionari. Partivano con bastimenti o a dorso di cammello e dopo decine e decine di giorni di viaggio, spesso avventuroso, arrivavano in terre lontane, tra popoli dai linguaggi e dai costumi diversissimi. Avevano lasciato i parenti in lacrime, forse non li avrebbero più rivisti. Un distacco doloroso da un mondo amato verso luoghi sconosciuti. Ma partivano con la gioia in cuore, forti del mandato ricevuto da un vescovo o da un superiore, dietro il quale sentivano risuonare il mandato stesso di Gesù: “Andate, annunciate il Vangelo ad ogni creatura...”. Una fede li spingeva: la certezza della verità del Vangelo che volevano condividere con chi ancora non conosceva Gesù. Una speranza li sosteneva: rigenerare i popoli e far nascere la comunità cristiana.
Poi è venuta la decolonizzazione. Nelle nazioni che raggiungevano l’indipendenza gli stranieri non erano più ben visti, e i missionari, benché si fossero fatti “tutto a tutti”, assumendo lingua e usanze, erano considerati come stranieri. Le giovani Chiese iniziavano ad avere i propri vescovi e i propri sacerdoti, lasciando ai vecchi missionari posti sempre più remoti e compiti di secondo piano, come a dire: non abbiamo più bisogno di voi.
È infine emersa una nuova teologia che ha fatto prendere coscienza ad ogni battezzato della propria vocazione missionaria: tutti i cristiani sono missionari, ogni chiesa locale è missionaria. Non c’è più bisogno dei "missionari”.

Eppure i missionari ci sono ancora! Viaggiano sui jet e bruciano le distanze in poche ore. Grazie ai nuovi media sono collegati in diretta con il resto del mondo. Dopo tre, cinque anni, tornano a visitare parenti e amici per raccontare il loro vissuto, per rinsaldare la comunione, per ritemprare le forze e per ripartire con rinnovato entusiasmo. In una società globalizzata, che porta in ogni casa le immagini più lontane e che ha imparato a viaggiare e a scovare i luoghi più reconditi del mondo, i missionari non hanno più l’esclusiva dell’esotico, non sono più come quelli romanzati di una volta.
Eppure i missionari ci sono ancora... Non sono una specie estinta. 1 missionari ci sono perché ancora continuano a risuonare le parole di Gesù: “Andate in tutto il mondo…”, e ci saranno sempre perché le parole di Gesù non passeranno mai.
È vero, tutti i cristiani sono missionari, ma alcuni cristiani ricevono da Gesù una chiamata speciale a dedicare tutta la vita al Vangelo.
Avvertono una necessità impellente come l’avvertiva Paolo di Tarso: “Guai a me se non annuncio il Vangelo”. I missionari diventano così segno di quello che è tutta la Chiesa, gridano a voce alta, con la loro vita, quello che è il dover essere di ogni cristiano. Oggi come una volta continuano a lasciare la propria patria per andare là dove sono chiamati a testimoniare l’amore di Dio per l’umanità.

Ma come sono i missionari di oggi; dove sono; da cosa sono motivati; come vivono?
Queste pagine sono la testimonianza di uno di loro, padre Pippo Giordano. Le lettere che per anni ha continuato a scrivere alla famiglia, e ora raccolte con amore dal cugino padre Michele Giordano, ci fanno vedere da vicino, dal di dentro, cosa vuol dire oggi essere missionario.
Ho conosciuto padre Pippo quando era ancora studente, e già allora era irrequieto, impaziente di lanciarsi subito nel campo apostolico. L’ho poi incontrato in Senegal, in Guinea Bissau, e ho costatato lo stesso slancio, sempre indomito, senza un attimo di riposo, attento alle minime necessità della sua gente, pieno di iniziative.
Leggendo queste lettere si sente la passione che lo anima nel lavoro per quello che ormai è il suo popolo: ci fa entrare entra con lui nelle case dei villaggi e delle città per incontrare donne e bambini, ci si siede lui accanto agli anziani sotto gli alberi, si condividono le sue gioie, i suoi sogni, le sue fatiche. È come se anche noi diventassimo missionari con lui.
Parla di sé, ma non è un missionario solitario. Ha accanto i fratelli della sua famiglia, gli Oblati di Maria Immacolata. All’inizio era tutti italiano, come lui, poi, piano piano, alcuni giovani si sono sentiti attratti e hanno chiesto di condividere la loro stessa vita. Oggi in quelle terre sono più i missionari locali che quelli italiani, pronti ad andare anche in altri Paesi, così come quando padre Pippo ha lasciato l’Italia. La missione continua e le strade vanno ormai in tutte le direzioni.
Grazie padre Pippo, per avere condiviso con noi la tua esperienza missionaria così semplice e pure estremamente difficile e impegnativa, che ha chiesto e continua a chiede il dono totale di sé. Speriamo che, lasciandosi entrando nel tuo mondo, tu possa accendere anche in noi il tuo stesso amore per l’annuncio del Vangelo, la condivisione dell’esperienza di fede, il desiderio di lavorare per la fraternità universale.


lunedì 26 giugno 2017

Benoît Garceau: Risvegliare il desiderio


Sull’ultimo numero della rivista “Feeria” trovo inaspettatamente un interessante articolo sul desiderio che espone i contenuti di un libro di Benoît Garceau scritto in francesi nel 1997, venti anni fa, e ancora d’impressionante attualità: La via del desiderio, pubblicato in italiano nel 2000. 
Quello che non dice l'articolo è che Benoît Garceau è un filosofo Oblato che ha insegnato per tanti anni all'Università di Ottawa.

Il libro termina con l’invito a educare al desiderio come un compito fondamentale per la vita spirituale, spiegandone il perché.

Il primo luogo, il desiderio è connesso sempre alla facoltà di prendere decisioni, al coraggio di scegliere, di decidersi per qualcosa. Quando si desidera, ci si decide per la persona o la cosa desiderata. Anche nella vita spirituale non basta la sola volontà per decidere, ma la decisione è sempre frutto del desiderare. Decidersi per Dio deve combaciare quindi con il desiderio profondo di Dio.
In secondo luogo, il desiderio richiede una grande capacità di rinuncia: rinuncia a tutto ciò che abbasserebbe il livello dei nostri obiettivi, dei nostri ideali. Tra il desiderare e l'ottenere c'è sempre un periodo di attesa. Bisogna quindi saper coltivare l'attesa, saperla valorizzare come un periodo in cui possiamo approfondire e chiarire quello che desideriamo. Il periodo dell'attesa, sempre più accorciato nella cultura del «tutto e subito», è invece fondamentale per conoscere e accrescere il nostro desiderio. «Dio mette da parte ciò che non vuole darti subito – ricordava sant'Agostino – affinché tu impari a desiderare grandemente cose grandi» (Discorsi, 61).
Infine, non è la volontà, ma il desiderio che attiva tutto il nostro sistema psichico: il desiderio proietta verso il nuovo, verso il futuro, rende creativi, capaci di immaginare la vita come potrebbe essere se riusciamo a realizzare un ideale, uno scopo, un progetto. Scelta e desiderio devono stare sempre uniti. Ciò che non attrae non può diventare mèta stabile di una vita.

Il desiderio, in fondo, porta calore, contenuto, immaginazione, gioco puerile, freschezza e ricchezza a tutta la nostra vita. La volontà offre la direzione concreta, dona al desiderio la sua maturità. Essa sorveglia il desiderio, gli permette di maturare senza correre rischi eccessivi. Ma, senza desiderio, la volontà perde la sua linfa vitale, la sua spontaneità.
Il valore e la qualità di un individuo non dipendono da ciò che egli è visibilmente, ma da ciò che desidera essere. Occorre reagire quindi alla «caduta del desiderio», questo fenomeno paradossale che minaccia le società libertarie, consumistiche, permissive e che è la conseguenza di come i desideri sono trattati nella maniera sbagliata: come bisogni che devono essere soddisfatti. Questo porta velocemente alla nevrosi da insoddisfazione, alla noia e all'apatia. Bisogna invece scoprire il desiderio fondamentale della vita umana, il desiderio di amare e di essere amati, di comunione con gli altri e con Dio.
Questo desiderio che abita nel profondo di ogni uomo lo può risvegliare soltanto lo Spirito di Dio. Perché, ricordiamolo, la vera spiritualità cristiana è vita nello Spirito santo, colui che risveglia in noi il desiderio di Dio. E lo Spirito da chi è stato donato ai cristiani se non da Gesù Cristo?


domenica 25 giugno 2017

Avvolto in musica di cielo

  
“Se in Cielo ascolteremo musica come questa, mi rinasce il desiderio del Paradiso”. Così ieri sera la signora seduta accanto a me, al termine di uno dei più bei concerti a cui ho partecipato. Bello non soltanto per le musiche, che hanno spaziato dal Gloria della Messa degli angeli a Pergolesi fino a rapsodie americane contemporanee; non soltanto per la presenza di oltre 200 coristi, oltre agli strumenti a fiato e a percussioni; non soltanto perché erano sei cori che cantavano all’unisono, cinque da diversi stati degli Stati Uniti e uno da Hong Kong; non soltanto per il luogo: la chiesa di santa Maria sopra Minerva...
Era bello per la disposizione dei cantanti: una metà nell’abside, un’altra metà in fondo chiese, con il maestro che dirigeva in mezzo alla chiesa, facendo dialogare i cori tra loro; poi il coro si riuniva in cima alla chiesa, per posizionarsi successivamente lungo le navate… Il risultato è stato un pieno coinvolgimento di tutti i presenti, avvolti nella musica, abbracciati dal coro.

Padre Ermanno Rossi, padrone di casa, mi ha fatto sedere accanto a sé in prima fila, facendomi trovare al centro del semicerchio corale, quasi ne facessi parte. La musica mi è entrata dentro e mi ha rapito. E pensare che in Paradiso udremo ben altra musica e vedremo ben altre danze e coreografia. Non soltanto ne sarà coinvolto come l’altra sera, ma sarò parte del coro, immedesimandomi con ogni voce, accogliendo e trasformandomi in ogni voce.  Sarà semplicemente Paradiso. Nel frattempo non fa male assaggiarne qualche anticipazione.


sabato 24 giugno 2017

Non abbiate paura


In quel tempo, Gesù disse ai suoi apostoli: «E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l’anima» (Mt 10, 26-33)

Con quanta forza lo asserisce e per tre volte lo ripete: “Non abbiate paura”.
Gesù non ha avuto paura di annunciare la verità e di far conoscere il volere del Padre in tutta la sua esigenza. Era scomoda la sua parola, al punto che hanno gridato di toglierlo dalla loro vista: “Via, via, crocifiggilo!”. Il profeta aveva preannunciato che sarebbe stato “di imbarazzo”, “insopportabile” anche solo a vederlo, perché “la tua vita è diversa da quella degli altri” (Sapienza 2,12-13). Gesù sapevi che sarebbe stato schernito, flagellato, crocifisso.
Mandando i suoi discepoli in missione – siamo tutti “mandati” – sapeva che sarebbe capitato a essi come a lui: “Se hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi”.
Così è stato, è, e continuerà ad essere per tanti cristiani. In maniera violenta, dalla lapidazione di Stefano alle stragi in massa in Sudan, in India, in Siria, in Nigeria... Il martirologio cristiano ogni anno si arricchisce di decine e decine di uomini e donne uccisi perché hanno testimoniato Gesù e quindi sono scomodi: la verità fa male.
Più spesso, nei nostri ambienti, si avverte una persecuzione diversa, più sottile e quotidiana: chi vive con sincerità il Vangelo è ridicolizzato, emarginato, additato come arretrato, fuori dal mondo…
Allora la paura rischia di paralizzarci. Meglio seguire la corrente, fare come fanno tutti… E il sale diventa insipido, la luce si smorza e si nasconde, la parola si soffoca e tace. La paura suggerisce un quieto vivere e così uccide l’anima.

Perché non dobbiamo avere paura?
Perché la verità si fa strada da sola, è più forte dell’opinione. La tua Parola rimarrà mentre tutto il resto passerà. È la fede nel Vangelo, in Gesù la Verità, a infondere il coraggio della testimonianza: stare dalla sua parte è stare dalla parte giusta.
Perché il Signore ha vinto la morte con la risurrezione. Anche per noi l’ultima parola non la dirà la morte e chi può uccidere il corpo. La dirai Colui che è la Resurrezione e la Vita e dona la vita vera.
Perché qualunque cosa ci accada siamo in buone mani, in quelle del Padre. Siamo al sicuro: lui vede e provvede.
Perché mentre si istituisce un procedimento contro di noi, il Signore ne istituisce uno in nostra difesa. “Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e diranno ogni sorta di male contro di voi… perché grande è la nostra ricompensa nei cieli”.

Donaci di guardare solo a te
così che niente ci spaventi.
Riempici il cuore d’amore
che scaccia ogni timore.
Rendici forti e coraggiosi
per essere sempre nella verità
e che la nostra vita splenda
come un astro nel cielo
a indicare a tutti la bellezza
e la bontà del tuo Vangelo.


venerdì 23 giugno 2017

In una casa rococò e nella sala del trono di Leone XIII


Grazie al mio solito lavoro di “guida” conduco la mia comunità in visita alle stanze di san Luigi Gonzaga e di san Giovanni Berchmans, sopra la chiesa di sant’Ignazio.

Ma prima di entrare è d’obbligo fermarsi a guardare quell’originalissima casa rococò costruita all’inizio del 1700 sulla piazza, proprio davanti alla chiesa: incredibile ma vero, è la casa che gli Oblati hanno abitato tra il 1881 e il 1887!
Nei primi giorni della Terza Repubblica, nel 1880, furono emanati decreti e leggi repressive contro i religiosi in Francia. Anche gli Oblati furono costretti a sciogliersi. Nell’anno successivo furono espulsi dallo Scolasticato del Sacro Cuore di Autun. Dopo un breve periodo a Inchicore, in Irlanda, un gruppo di scolastici venne mandato a Roma.
Già da alcuni anni c'era una presenza oblata a Roma: la casa di S. Brigida a piazza Farnese, poi trasferita in via Montanara 115, via Monserrato 149, via della Purificazione 54, via Monterone 79; questi luoghi avevano ospitato una procura e, di tanto in tanto, anche altri Oblati.
Nel 1880 venne acquistata la proprietà a piazza S. Ignazio giusto di fronte alla Chiesa di S. Ignazio, e fu proprio questo edificio ad accogliere, il 10 novembre 1881, il primo gruppo di 15 scolastici al loro arrivo a Roma.
Andavano all’Università Gregoriana, ospitata a quell’epoca presso il Collegio Germanico, vicino al Pantheon.

Il 28 maggio 1882, giorno di Pentecoste, su richiesta del superiore, padre Cassiano Augier, tutta la comunità fu invitata da Leone XIII alla sua messa nella cappella privata in Vaticano. Dopo la celebrazione ci fu l’udienza nella sala del trono. La conversazione fu amichevole e spaziò su vari soggetti. Tra gli altri verté sull’importanza dello studio della teologia, basato specialmente su san Tommaso come il papa aveva raccomandato nella sua recente enciclica Aeterni Patris (1879). Ecco la trascrizione della conversazione:

- Ora siete tranquilli, protetti, ma più tardi, nel santo ministero, vi imbatterete in alcuni pericoli: dovete difendere la Chiesa e la Chiesa perseguitata. Per non venir meno, ci vogliono virtù salde, salde, ha ripetuto con forza. Ci vuole anche una scienza salda. Sono felice di vedervi numerosi. Il numero genera emulazione e passione: circuli faciunt doctores. Sono felice anche di sapere che seguite i corsi all’Università Gregoriana... Lì ci sono professori egregi, i meglio preparati fra i Gesuiti, che io stesso ho fatto venire dalla Francia e dall’America, dove insegnavano. Li ho richiesti al generale della Compagnia per dare maggior forza agli studi di teologia e filosofia, e anche perché si insegni secondo la dottrina e il metodo di san Tommaso.
- Il nostro venerato Fondatore ci ha particolarmente raccomandato lo studio di sant’Alfonso Maria de’ Liguori e del Dottore Angelico; i nostri primi fratelli avevano come solo libro di dogma la Summa di san Tommaso.
- Eh! Ha esclamato il Santo Padre con evidente soddisfazione, il vostro Fondatore, i vostri anziani, vi consigliano lo studio di san Tommaso d’Aquino e il Papa ve lo ordina; di cos’altro c’è bisogno?
Per alcuni momenti ancora ha insistito sulla necessità di fare studi seri e di formarsi alla dottrina e al metodo del Dottore Angelico, riassumendo alla fine il suo discorso in queste parole più volte ripetute:
- Abbiate una virtù salda, una scienza salda. (“Missions OMI”, 20 [1882], p. 340-341)


giovedì 22 giugno 2017

Nati dal Cuore divino

Il monopolio della devozione al Cuore di Gesù, di cui celebriamo la solennità, appartiene certamente ai Gesuiti... Ma anche i "Gesuiti di campagna", gli Oblati, non sono da meno. Leggo questo bel testo di 70 anni fa di un Oblato... (ma il quadro accanto è di un Gesuita! Fratel Venzo)

Sicuramente il centro vitale dell’Oblato è la persona adorata, ardentemente contemplata, ammirata, amata di Gesù Cristo. Ad ogni pagina delle Regole ritorna, come in S. Paolo, questo nome, questo ideale, questo Formatore. È per lui e per il suo Regno che l’Oblato si dona; è su di lui che fissa il suo sguardo, nel cuore a cuore della meditazione quotidiana; è a forza di guardarlo, che spera di impregnarsi di atteggiamenti, pensieri e aspirazioni degni del suo apostolato. E mentre lo sguardo si sofferma preferibilmente sull’amabilità e l’amore del Maestro, la devozione è rivolta naturalmente al Cuore di Gesù; è una forma molto tradizionale della nostra pietà e si può dire che la Congregazione è “nata dal Cuore Divino”, così intenso, unanime e notevole fu all’epoca il culto e l’amore che il Padre [sant’Eugenio] e i primi discepoli Gli tributarono. (Y. Guéguen, Missionnaire Oblat de Marie Immaculée, Éditions des Études oblates, [Ottawa], 1947, p. 144)

mercoledì 21 giugno 2017

Segno di contraddizione: Giordani rivoluzionario


In occasione del processo di beatificazione di Igino Giordani ho accolto ed espletato con gioia il compito di censire quattro delle sue opere. È stata l’occasione per testimoniare l’alta stima che ho sempre nutrito nei suoi confronti da quando l’ho conosciuto di persona negli ultimi anni della sua vita. Aveva superato traversie di ogni genere ed era diventato - così appariva ai miei occhi - semplice e mite, puro di cuore, con sulle labbra quel perenne sorriso che lasciava intravedere il superamento di tante prove. Mi sembrava giunto all’approdo sereno dopo una traversata avventurosa e piena di pericoli.
Ricordo quando, nella nostra comunità degli Oblati a Frascati, aprendo la porta me lo trovavo davanti per una delle sue graditissime improvvisate. Oppure quando stava seduto su una panchina, nel giardino del Centro Mariapoli a Rocca di Papa, circondato da ragazzi, giovani, famiglie intere, in un dialogo semplice e intenso. Mi sono rimasti impressi soprattutto le brevi visite agli incontri dei religiosi al Centro Mariapoli. Spesso gli bastava farci sapere che aveva sempre vissuto in compagnia dei nostri fondatori e dei nostri santi, che aveva letto i loro scritti e aveva pubblicato biografie e profili su di loro.
Lo studio attento delle opere affidatemi mi ha condotto ad una nuova comprensione della sua persona, del suo pensiero, della sua eroica vita cristiana. Pur nella loro diversità due tratti mi sono sembrati ricorrenti nei suoi scritti: la visione onnicomprensiva, a tutto campo del messaggio cristiano; per lui parlare di cristianesimo significa parlare di teologia (soprattutto biblica e patristica), ma anche di storia, letteratura, arte, economia, politica, sociologia, psicologia…; la sentita rivalutazione del laicato cristiano: rivendica per il laico la stessa santità del monaco e del sacerdote, lo stesso impegno nella diffusione della fede e vede gli ambiti della vita sociale e familiare come autentici luoghi di santificazione. Tutta la sua vita ne è stata una eminente testimonianza. Forse nessun altro laico come Giordani ha dedicato tutta la vita alla causa del Vangelo con tanto impegno culturale.
In particolare ho studiato la sua opera Segno di contraddizione.

È ora apparso sulla rivista “Nuova Umanità” un mio articolo su questo capolavoro della letteratura cristiana. Invito alla lettura: Segno di contraddizione: Giordani rivoluzionario, "Nuova Umanità", 226 (2017/2), p. 107-122.

Rivoluzione cristiana avrebbe dovuto essere il titolo originario del libro, scartato dall’editore per la troppo evidente contrapposizione all’imperante rivoluzione fascista.
La scelta del nuovo titolo non appare meno provocatoria, indicando l’origine e l’essenza di quella rivoluzione, Cristo. “Vediamo – termina l’introduzione – se oggi Cristo resti ancora, come 1900 anni fa, il segno di contraddizione” (p. XXXV).
Non privo di significato al riguardo l’anno di edizione, 1933, anno santo della Redenzione, come annota a mano sulla prima copia stampata, precisando: “13 aprile 1933, mercoledì santo, Anno Santo”.
Il libro si propone di cercare “i termini di quella rivoluzione”. L’aggettivo con il quale è qualificata la modalità di tale ricerca ne rivela lo stile: “spregiudicatamente” (p. XXXV); un aggettivo che ritrae la grande libertà e l’apertura di mente di Giordani.


martedì 20 giugno 2017

Lesotho, una grande storia per un piccolo Paese

Padre Eugenio Lapointe ha ormai i suoi anni, eppure non si stanca di lavorare e di scrivere. Ci ha così offerto un prezioso volume che volentieri pubblico nella collana “Oblatio Studia”, che giunge così felicemente al settimo volume.
Padre Eugenio ha passato trentasei anni della sua vita in Lesotho, un piccolissimo Paese che le alte montagne ritagliano nel Sud Africa.

Il libro si presenta come una serie di flash: il re Moshoeshoe, fondatore della nazione Basotho, simbolo, modello, eroe che, in un certo senso, riassume in sé tutto il popolo; le origini del paese, la sua geografia, la sua gente e la cultura; la nascita e l'autonomia della Chiesa oggi guidata dai suoi stessi leader, fino all'indipendenza civile nel 1966. La conclusione del libro è un ritorno simbolico alla fortezza di Moshoeshoe, sulla montagna Thaba Bosiu, che ha permesso al popolo Basotho di resistere a tutti i nemici che volevano conquistarlo.


In questa grande epopea di una piccola nazione non manca la presenza degli Oblati, inviati già da sant’Eugenio de Mazenod; a partire da padre Giuseppe Gerard, sono stati i fondatori di quella Chiesa. 

lunedì 19 giugno 2017

Conversione: cambiamento di gusto

 
Oggi sono stato controrelatore (il “cattivo”, per intendersi) alla difesa della testi di Joy Amal. Il tema si articolava attorno alla conversione di sant’Eugenio nel Venerdì santo del 1807 (?). Tema che sembra vada per la maggiore se quest’anno, qua a Roma, quattro persone ne hanno fatto contemporaneamente oggetto di studio. Eppure, per quasi 150 anni, nessuno ne ha mai parlato, fino a quando Pielorz ha trovato nella biblioteca Méjanes di Aix  certe lettere di quel periodo…
La lettura delle tesi mi ha portato in biblioteca a cercare un libro proprio sul Venerdì santo del 1807, scritto da Arthur King. Come spesso capita, i libri rivelano delle sorprese e non solo per il contenuto letterario, ma anche per quello che a volte contengono materialmente. Tra le pagine del libro di King ho trovato, come segnalibro, il menù dell’Air France e una lettera di padre Marcello Zago all’autore – viaggiava infatti verso il Camerun con l’Air France –, nella quale, dopo le congratulazioni per il tema scelto, mostra la sua sorpresa nel costatare che viene negato che quel Venerdì santo sia stato il momento della conversione di sant’Eugenio, invitando al confronto con altri autori che il libro in esame mostra di non conoscere.

La tesi di licenza di Joy Amal, pur ignorando di fatto questo libro, ne è una ottima confutazione, perché spiega bene cosa si intende per conversione: “Un cammino di trasformazione guidato dalla grazia di Dio, un movimento di grazia che dà senso alla vita e fa trovare il senso dell’esistenza nell’incontro con Cristo; una illuminazione progressiva verso la somiglianza sempre più profonda con Cristo; un’esperienza di ritorno, ci rinnovamento, di rinascita…”, e via di seguito su questa linea.
Il relatore l’ha semplicemente definita “un cambiamento di gusto”: si inizia ad assaporare “quando è buono il Signore” e non si vuole assaporare altro.


domenica 18 giugno 2017

La Scuola Abbà in Polonia / 4


Della Polonia questa volta ho visto solo il fazzoletto di terra della Mariapoli, a 60 chilometri da Varsavia, assieme a ciò che offrono le due ore di viaggio all’aeroporto. In compenso ho avuto uno spaccato della sua gente, meravigliosa.



Dopo il simposio con i professori, altri due giorni di seminario, questa volta con 120 presenze. Questo secondo incontro ha nuovamente riunito persone da tutta la Polonia, con rappresentanza di Bielorussia. Di nuovo una immersione nella realtà del ’49, in maniera più sapienziale. La contemplazione esce dai conventi e avvolge persone semplici, introducendo in una esperienza profonda del divino.



Riparto contento. Forse abbiamo vissuto un po’ la parola di vita di questo mese: “Come il Padre ha mandato me, così io mando voi”. Siamo stati mandati qui dal Padre, per testimoniare e trasmettere il suo amore.

sabato 17 giugno 2017

Eucaristia: un pane da mangiare


Nella cappella dell'adorazione degli Oblati
San Antonio, Texas
Per ben sette volte il vangelo della festa del Corpus Domini usa il verbo “mangiare”.
Il pane è fatto per essere mangiato.
Gesù non ha detto “questo è il corpo, adoratelo”; ha detto: “mangiatelo”.
L’Eucaristia è fatta per essere mangiata, prima che per essere adorata.
Come si mangia il pane.
Quando si affronta un viaggio si mette nello zaino il pane.
Non si può affrontare il viaggio della vita senza il pane eucaristico: dà forza, è il viatico, il nutrimento per la via.

Si mangia il pane da soli per non morire di fame, ma è triste mangiare da soli.
Il mangiare è un fatto sociale. Mangiare insieme è espressione di convivialità. Il luogo per eccellenza dove la famiglia si ritrova è a tavola. Non c’è festa senza mettersi a tavola insieme.
Anche mangiare l’Eucaristia da soli è triste. Il comando è al plurale: “prendete e mangiate”.
L’Eucaristia è fatta per creare la famiglia.

Allora niente adorazione? Ma se lo stesso mangiare l’Eucaristia è un atto di adorazione! La parola adorazione ha in sé la parola “os”, bocca ed implica il bacio: adorare è baciare; oppure l’assunzione di cibi e bevande sacre: adorare è mangiare.
Ricevere l’Eucaristia è il primo atto di adorazione. Un bacio si prolunga ben oltre il momento in cui si riceve il sacramento… può continuare, in un’adorazione continua…


venerdì 16 giugno 2017

La Scuola Abbà in Polonia / 3

Ho aperto la seconda giornata di lavoro con la presentazione del testo oggetto del simposio. A metà lavoro mi sembrava importante rileggere insieme "Resurrezione di Roma", mettendo in luce le cinque tappe che emergono da questo testo.
Fa impressione vedere la Scuola Abbà in dialogo con il gruppo di professori di varie università polacche che già da tempo si incontrano e lavorano tra di loro. Ancora più sorprendente veder convergere, per due giorni interi, attorno ad un breve testo mistico professori di discipline così diverse, dalla fisica alla pedagogia, dalla sociologia alla chimica, dalla filosofia alle scienze della comunicazione. Siamo entrati insieme in una visione della società dall’Alto, per cogliere insieme il disegno di Dio sulla storia e sull’umanità e per individuare le strategie per il suo adempimento.
Il ritmo di lavoro è stato intensissimo, con 19 comunicazioni e dialoghi prolungati tra tutti. È stato un autentico incontro di culture diverse, dell’Est e dell’Ovest, in un ascolto attento, sincero, fruttuoso. È solo l’inizio di un dialogo di cui abbiamo già programmato alcune modalità di continuità. Per la Scuola Abbà si apre forse un’era nuova.


Il convegno si è tenuto alla Mariapoli Fiore, a una sessantina di chilometri da Varsavia. Dall’aeroporto abbiamo impiegato quasi due ore per giungere fin qui, perché il traffico della sera era molto intenso. Mercoledì era infatti la vigilia della festa del Corpus Domini, che in Polonia è festa civile, e quindi tanti uscivano dalla città per il ponte. Inoltre non ci sono strade tangenziali, quindi occorre attraversare i paesi, dandoci così modo di vedere un po' di vita comune. Soprattutto abbiamo attraversato distese di campi coltivati, frutteti, boschi di conifere, in un orizzonte piatto e verdissimo, sotto un cielo gremito di nuvole bianche lasciate lassù da un grande temporale. Il grano ancora verde. L'aria freschissima.

Dalla mia finestra...
Quando venni qui, quasi 20 anni fa, la cittadella era ai suoi inizi, con diversi edifici in costruzione. Trovo nel mio diario, in data 17 aprile 1998: “Cittadella Fiore. È in una zona agricola, disseminata di boschi e conifere e betulle. Un posto incantevole, messo in risalto da un timido sole primaverile. I terreni sono ampi, con notevoli possibilità di sviluppo. Le costruzioni sono ancora poche e la presenza delle persone si riduce ad una coppia di volontari, a quattro focolarine e cinque esterne. Eppure è incredibile come tutto ha già il sapore della cittadella. C’è quell’armonia, quella bellezza, che ti fa respirare l’aria della Mariapoli”.
Oggi è un piccolo gioiello adagiato sull'immensa pianura silenziosa, curato nei minimi particolari, luogo di incontri e di spiritualità. 


giovedì 15 giugno 2017

Un simposio per "Sperimentare la Resurrezione di Roma" / 2

Metà dell’umanità vive oggi nelle città, sempre più numerose, sempre più grandi, evoluzione di una storia iniziata più di 5.000 anni fa in Egitto lungo il fiume Nilo, in Mesopotamia tra il Tigri e l’Eufrate, in Cina lungo il Fiume Giallo, in India lungo il fiume Indo. Davanti all’attuale urbanizzazione sempre più massiccia e all’espandersi delle megacities, la città è oggetto d’interesse, di indagine, di dibattito tra sociologi ed economisti, urbanisti e architetti, politici e ambientalisti. In essa si gioca il presente e il futuro dell’umanità.
Anche la Scuola Abbà intende offrire un suo contributo in merito. Lo ha fatto quest’anno leggendo uno degli scritti più famosi di Chiara Lubich, frutto di una sua esperienza poi trasmessa in un articolo apparso sulla rivista «La Via» nel 1949. La città nella quale ella si imbatte, venendo da un capoluogo di provincia come Trento, è quella di Roma nel periodo magmatico della ricostruzione postbellica, una città che, anche per la sua storia millenaria e il suo significato, assurge a simbolo della “Città”, di ogni città. 
Il breve densissimo testo della Lubich si rivela un “manifesto” per una lettura del fenomeno urbano, senza escludere anche forme più piccole di aggregazione, e di una fattiva immersione in esso, così da assumerne le problematiche e le aspirazioni, accompagnando l’umanità alla sua piena realizzazione, fino ad una fraternità che si apre all’unità tra cielo e terra. Un testo in cui si concentra in qualche modo l’essenza del suo carisma e che Chiara stessa ha considerato un vero programma: una Magna Charta per un rinnovamento della società.
Un testo “controcorrente”, provocatorio, perché unisce quello che certi indirizzi di pensiero vorrebbero tenere rigorosamente distinto: il “sacro” e il “profano”, la religione e la vita sociale. In realtà, non abolisce le distinzioni, supera piuttosto quella che è diventata una separazione, tracciando linee di sviluppo di un umanesimo dalle radici profonde, con una visione integrale, ma non integralista, sulla realtà umana: la dimensione umana non viene annullata ma potenziata, la realtà sociale può ricevere dalle sorgenti del Vangelo luce, vita, ispirazione.
Per una sorprendente coincidenza, anche un gruppo di professori polacchi, di differenti università, ha avuto lo stesso pensiero e si è messo allo studio dello stesso testo. Ed eccoci insieme, a condividere intuizioni, idee, progetti, in un simposio promosso congiuntamente dall’Università di Silesia in Katowice, l'Università di Varsavia, l’Università Cattolica Lobelski Giovanni Paolo II, il Movimento dei Focolari: “SIMPOSIO INTERDISCIPLINARE INTERNAZIONALE – Sperimentare la Resurrezione di Roma – Prospettiva filosofico-sociale di fronte alla crisi contemporanea della cultura - Wilga-Trzcianka, Mariapoli Fiore, 15-16 giugno 2017. Vi sono professori anche di Poznan e di cracovia.
Gli ambiti di lettura e di lavoro sono molteplici: teologico-filosofica, etico-sociale, psicologico-pedagogica, di scienze naturali.


Da parte polacca i professori sono 18. Ci sono persone che conosciamo da anni, come il sociologo Adam Biella. C'è poi la cerchia degli uditori e i traduttori.
Per noi è un simposio davvero di grande interesse. È difatti un autentico confronto con una diversa cultura, che ha avuto a che fare con il comunismo reale, con pensatori del mondo slavo, con sensibilità particolare che sì riverberano su concetti come libertà, unità. Lo stesso testo sul quale stiamo lavorando acquista risonanze diversissime e reciprocamente arricchenti.
Sarà questo l'inizio di un nuovo percorso della Scuola Abbà? Piuttosto che accogliere tra i suoi membri persone delle più diverse culture, cosa che pure si dovrà continuare a fare, essa dovrà trovare i modi per dialogare con gruppi di altre culture, in simposi e convegni analoghi a questo, in altri luoghi. L’esperienza fatta in India a Natale con gli Indù, con i quali abbiamo letto insieme le stesse pagine del Paradiso ’49, è già d’insegnamento.
Profondo l'ascolto e l'interesse comune. Abitualmente professori di questo calibro partecipano ai convegni solo per dare la propria relazione e poi si dileguano. Questa volta invece tutti rimangono e fanno proprio la metodologia di lavoro della Scuola Abbà.
Il convegno è possibile perché oggi in Polonia si celebra la festa del Corpus Domini, festa anche civile, consentendo un lungo ponte di quattro giorni.
Domani ci attende un’altra giornata intensissima di studio e di dialogo.





mercoledì 14 giugno 2017

La “Scuola Abbà” va in Polonia / 1


 Abitualmente viaggio da solo. Così ad esempio, la settimana scorsa andando e tornando dal Texas. Per fortuna c’è la Scuola Abbà che di tanto in tanto mi fa viaggiare in compagnia, come l’estate scorsa in Terra Santa o a Natale in India.
Questa volta siamo sei della Scuola Abbà a dirigerci verso Varsavia. Con noi anche due membri cosiddetti “esterni”. Naturalmente non tutti partiamo da Fiumicino. Palko arriva da Budapest e Anouk da Nantes.

La Scuola Abbà, che grande invenzione!
La sua creazione risale alla fine del 1990, grazie all’iniziativa di Chiara Lubich. Allora era composta da pochissime persone. Per comprenderne la natura e gli obiettivi occorre risalire al 1949, quando per la fondatrice del Movimenti dei focolari iniziò un particolare momento di luce e di grazia, di intuizioni mistiche. “Avevamo l’impressione”, scrive lei stessa, “che il Signore aprisse agli occhi dell’anima il Regno di Dio, che era fra noi: la Trinità che abita in una cellula del Corpo mistico”. Fu un’esperienza che durò mesi interi, dando a coloro che vi partecipavano una nuova comprensione, “dal di dentro”, di molte verità della loro fede cristiana.
L’esperienza era iniziata a seguito di un “patto” speciale fra lei e Igino Giordani, nel quale avevano chiesto a Gesù nell’Eucaristia, presente in ognuno dei due, di “patteggiare” fra loro l’unità. Poco dopo questo patto, Chiara sperimentò qualcosa di completamente inaspettato. Conscia di essere immedesimata con Gesù, spinta dallo Spirito Santo pronunciò spontaneamente la parola: “Abbà-Padre” (cf. Gal 4,6). “In quel momento – come ella stessa racconta – mi sono trovata in seno al Padre”.
Da questa circostanza, che ha segnato l’inizio di quel particolare periodo di luce, la “Scuola Abbà” ha preso questo nome.

Attualmente siamo un collegio stabile di 24 studiosi, di varie discipline dalla matematica alla fisica, dalla sociologia alla politica, dal diritto all’economia, dall’arte alla teologia , provenienti da nove diversi Paesi; metà uomini, metà donne, metà sposati; tra noi oltre ai cattolici c’è un anglicano, un riformato, una ortodossa. Il compito è enucleare ed elaborare, in un lavoro interdisciplinare, la dottrina contenuta nel carisma dell’unità. Ci incontriamo ogni mese per tre giorni, nella nostra “aula” al Centro del Movimento dei Focolari a Rocca di Papa.
Ed oggi eccoci in Polonia, un piccolo gruppo in rappresentanza di tutti, per una nuova avventura…


martedì 13 giugno 2017

Nuovi detti di apa Pafnunzio


La racconta dei detti di apa Pafnunzio, apparsa nel 2014, ha avuto una diffusione molto limitata. Il libro è stato tradotto e pubblicato in spagnolo. Una scelta di detti, in pochi esemplari, è apparsa anche in arabo, francese, inglese. La conoscenza dell’apa è praticamente rimasta all’interno di un piccolo cerchio di amici. Egli è stato e resta una persona umile e nascosta, perlopiù ignota.
Tuttavia, dai pochi che l’hanno letto, mi sono giunte eco positive. I più affermano di essersi riconosciuti nell’esperienza dell’antico solidario del deserto, lontano nel tempo e nello spazio, con una vita tanto diversa dalla nostra di oggi, eppure vicino per quanto prova e vive: le stesse piccole gioie, gli stessi desideri, la costatazione della propria debolezza e dei fallimenti, la volontà di andare avanti nonostante tutto, l’abbandono fiducioso nella misericordia di Dio.

Proprio oggi mi è arrivato questa e-mail da una lettrice peruviana:
“Voglio dirle che ho goduto tantissimo la lettura del libro del Apa Pafnuncio, è molto ben scritto in spagnolo, bello da leggere e anche tocca molto il cuore con la semplice e profonda sapienza delle storie. In tante parti mi sono intenerita e commossa. Quando lo ho letto ho pensato subito a tante persone che potrebbe aiutare leggerlo…”.

Queste risposte mi sono state di incoraggiamento a ricercare altri detti di questo marginale padre del deserto, per consegnarli, ancora una volta, ai pochi fedeli lettori, nella speranza che anche questi siano di aiuto a quanti, nella vita semplice di ogni giorno, aspirano a cose grandi.

Quando apa Pafnunzio prese coscienza
che ormai era imminente l’incontro
col Padre,
si guardò un attimo e rimane smarrito:
“Quando poco ho fatto nella vita”.
La vita era vuota
Poi alzò gli occhi al Padre: 
“Hai fatto tanto nella mia vita”.
La vita era piena.